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Parrocchia San Pietro - Abbiategrasso

 

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Le pagine della memoria storica

a cura di

   Monsignor Luigi Volpi   

Scrivevo nel 1999, nella introduzione al libretto "La Parrocchia di San Pietro in Abbiategrasso, passato, presente, futuro": " … ci sarebbero tante altre cose da far conoscere … " e mettevo tra parentesi " … non è detto che non debba riprendere a stendere qualche nota in avvenire ".

Adesso mi sembra che sia venuto il tempo dì farlo.

Questo potrebbe fare da corollario o appendice a quanto gia pubblicato negli anni 1993-1999.

La finalità è sempre la medesima: far conoscere sempre più le radici di questa nostra Parrocchia, per amarla sempre più e trasmettere alle nuove generazioni quella passione, che ha animato i nostri padri nei secoli passati, per testimoniare il Vangelo in un contesto storico-sociale sempre nuovo e sempre fedele a Cristo.

Proprio con un pensiero rivolto ai "Padri nella Fede" comincio col pubblicare, aggiornata, la serie cronologica dei Parroci della nostra Chiesa.

Uberto Benzio      Canonico di Corbetta. Nel 1340 si stabilisce  presso la chiesa di San Pietro. 

Ambrogio Orio      Sec. XV

Francesco Sinibissi    Sec. XVI

Giovanni De Vecchi  1578 - 1590   (eletto da San Carlo)

Cesare Stropino    1590 - 1604

Francesco Isacco    1604 - 1610

Giovanni B. Pavese    1611 - 1654

Carlo A. Croce         1654 - 1681

Francesco Baldese    1682 - 1705

Francesco Azimonti    1705 - 1737

Tomaso Azimonti    1737 - 1773

Giacomo Crosti    1773 - 1798

Carlo Crippa      1799 - 1803  (eletto Prevosto di Primaluna)

Giuseppe Rodriguez    1803 - 1825  (eletto Prevosto di Corbetta)

Giovanni Rota      1826 - 1833

Fedele Perego      1834 - 1855

Giovanni Bernacchi    1856 - 1869

Giuseppe Trezzi    1869 - 1888

Ottavio Paronzini    1889 - 1942

Ercole Tettamanzi    1942 - 1969

Luigi Volpi      1969 - 1999

Giuseppe Colombo    1999 - “ad multos annos”

Il primo della serie dei parroci di S. Pietro fu Uberto Benzio.

A essere precisi il titolo esatto che qualificava un presbitero (prete) ad esercitare il ministero in un determinato territorio era quello di "rettore" ossia sacerdote responsabile di una chiesa.

Accanto alla chiesa battesimale, cioè una chiesa con il fonte per il battesimo, c'era il capo-pieve o prevosto, che per noi era a Corbetta, assistito da altri presbiteri, che nei giorni festivi celebravano la Messa nelle varie chiese oracolari, o oratori, sorte in seguito nelle campagne circostanti.

Nella primitiva chiesa dedicata a S. Pietro venne a stabilirsi in modo fisso nel 1340 il canonico Uberto Benzio, il quale, col permesso della Curia di Milano, associò a sè un altro sacerdote destinato ad officiare nella chiesa di S. Maria Vecchia.

Il termine "parroco" nel senso moderno si fa risalire al Concilio di Trento (sec. XVI).

A partire da quell'epoca ci furono quindi due rettori o parroci, uno a S. Pietro fuori le mura, il secondo a S. Maria entro la cinta delle mura. Erano i cosiddetti parroci "porzionari", perchè ciascuno aveva una porzione dell'unico territorio parrocchiale. Questo era consigliato o per l’eccessivo numero dei fedeli, o per la distanza dalla chiesa.

Nasce il desiderio di sapere dove fosse ubicata S. Maria antiqua. Ho gia detto che era all'interno delle mura e certamente sorgeva dov'è attualmente la sconsacrata chiesa di S. Maria. Infatti quella che è arrivata fino a noi risale al 1408, come si rileva da una formella in cotto posta in una rientranza del campanile.

La citazione più antica di S. Maria Vecchia la troviamo nel Liber Sanctorum di Goffredo da Bussero, un umile cappellano di Rovello che, scrivendo alla fine del XIII secolo, ci ha tramandato le notizie delle chiese in Milano e nella campagna.

Quando nel 1365 si costruì S. Maria Nuova, quella vecchia fu abbandonata. Ma sulla stessa area si costruirà, come detto, una nuova chiesa, che nel 1593 sarà affidata alle monache di S. Maria Rosa, che officiarono nella chiesa fino al 1784 quando il monastero fu soppresso e la proprietà passò a privati.

Nel secolo XIII sempre secondo l'elenco del libro di Goffredo da Bussero, esistevano nel territorio di Abbiategrasso, oltre alla chiesa di S. Pietro e di S. Maria, anche S.Eusebio, S.Martino, S.Donato, nella omonima cascina, e SS.Cipriano e Cornelio a Mendosio.

S.Eusebio, posta fuori le mura del borgo, verso il sobborgo di S. Pietro, è  detta, nella Visita Pastorale di S.Carlo, "chiesa antichissima" e "quasi completamente rovinata”. Era sede della confraternita dei Santi Dodici Apostoli; vi si conservava la statua della Madonna delle Grazie, che poi è passata nella chiesa di S. Pietro e in seguito vi approdò l'urna di S.Restituta, che, alla soppressione, venne destinata all'oratorio del palazzo Arconati e quando anche questo venne soppresso, l'urna della santa finì alla prepositurale di S. Maria.

Durante il rifacimento della parrocchiale di S. Pietro (1753-1763) le funzioni religiose si svolgevano nella chiesa di S.Eusebio.

Questa non si può dire che sia completamente scomparsa, perchè alcune vestigia o muri perimetrali si possono ancora osservare in un cortile di corso S. Pietro.

Per scoprire qualche notizia riguardante la parrocchia di S. Pietro, tengo ancora come punto di riferimento i nomi dei parroci che si sono avvicendati lungo i secoli.

Il nome che ho trovato dopo quello di Uberto Benzio, di cui ho parlato nella puntata precedente, è del sacerdote Alberto Marangonelli, parroco porzionario, che il 12 novembre del 1500, aveva fatto erigere la cappellania di S. Maria del Gesù nella chiesa di S. Maria Nuova.

Il Marangonelli deve essere morto in quell'anno, o poco dopo, perchè il primo dicembre 1502 venne eletto parroco porzionario il sacerdote Ambrogio Orio. Questi apparteneva al casato dei Doria, che viene indicato di volta in volta con: "De Hauria, Doria, De Horiis, Orio.

L'Orio alla nomina di parroco, godeva già della cappellania di S. Pietro, fondata nella chiesa di S. Pietro. La sua morte deve essere avvenuta nel 1520 o poco prima, perchè nel novembre del 1520, in adempimento di un suo legato testamentario, venne eretta la cappellania di S. Maria del Sepolcro nella chiesa di S. Maria Nuova.

E' forse utile dire una parola sulle cappellanie.

Era, questa, una forma di suffragio per i defunti di una famiglia che costruiva una cappella laterale nella chiesa con il diritto del sepolcro gentilizio e fornita di una dote consistente in case o terreni il cui reddito serviva per la celebrazione di un determinato numero di Ss. Messe.

Il titolare della cappellania, che il più delle volte apparteneva alla famiglia dei fondatori, era tenuto ogni anno a soddisfare a tale obbligo. Come si può constatare era una forma di finanziamento per i sacerdoti, allora tanto numerosi, prima che si inventasse l'Istituto per il Sostentamento del Clero. (vedi 8/1000).

Non deve neanche meravigliare la fondazione di tale cappellanie nella chiesa di S. Maria da parte di rettori di S. Pietro, perchè S. Maria Nuova faceva pur sempre parte del territorio parrocchiale di S. Pietro e poi si trattava di una costruzione nuova (1365), grande e bella per cui aveva attratto a sè quasi tutte le funzioni liturgiche.

Anche nella chiesa di S. Pietro esistevano delle cappellanie. Il 12 ottobre del 1525 diventa titolare di S. Maria della Neve, cappellania eretta dal Pio Luogo della Misericordia, il sacerdote Francesco Sinibissi, che, precedentemente,il 2 luglio 1524, i "vicini" avevano eletto parroco di S. Pietro. I vicini erano i patroni della chiesa che avevano il diritto di nominare il rettore-parroco.

Con S. Carlo scomparirà per sempre tale diritto. Anche il Sinibissi apparteneva a una famiglia facoltosa di proprietari terrieri. I Sinibissi avevano anche il patronato della cappellania denominata S. Maria della Cura eretta nella chiesa di S. Pietro. Titolare di questa cappellania era dal 1502 il sacerdote Giacomo Aliprandi e, naturalmente" alla morte di questi avvenuta nel 1524, fu eletto Francesco Sinibissi.

La scelta del Sinibissi a tutti questi benefici aveva suscitato tanti malumori nella Comunità, anche perché lo si accusava di avere alienato a privati alcuni beni ecclesiastici. Infatti un documento del 4 dicembre 1532 parla di una permuta di beni tra i fratelli Sinibissi e i fratelli Legnano. A suo carico ci furono dei processi che coinvolsero anche i suoi eredi in procedimenti che durarono per quasi tutto il secolo decimosesto.

La sua memoria é arrivata a noi più come proprietario della cascina Ginibissa che come parroco. Alla Ginibissa, su una parete esterna ha lasciato in un affresco il suo ritratto, dove lo si vede con S. Francesco in adorazione davanti alla Madonna, e nella parte inferiore del dipinto si vedono, a mezzo busto, le figure dei genitori.

                         

In seguito alla morte di Don Giovanni Tettamanzi, che tanto bene ha operato nella nostra parrocchia, vorrei fare l'elenco dei coadiutori che si sono susseguiti in questi ultimi anni in S. Pietro.

Don DAVIDE BOSETTI venne qui nel 1943 andò parroco a Cisliano e poi a Sedriano

Don GIOVANNI TETTAMANZI, venne qui nel 1945 e vi rimase fino al 1988

Don CARLO TRADATI di Milano, venne qui nel 1956 e vi rimase fino al 1969

Don LUIGI ALBERIO di Rovello renne qui nel 1969 e vi rimase fino al 1983

Don ANGELO CAZZANIGA venne qui nel 1974 e vi rimase fino al 198o

Don LUCIANO GARLAPPI di Novate venne qui nel 1981 e vi rimase fino al 1992

Don PIERANGELO PIGLIAFREDDO di Bareggio dal 1989 al 1993

Don CLAUDIO MAGGIONI di Oreno dal 1992 al 1997

Don CARLO PIROTTA di Besana dal 1993 al 2005

Don EGIDIO CORBETTA di Carugo dal 1997:

AUGURI PER IL DECENNIO !

 * * *

Riguardo all'elenco pubblicato il mese scorso circa i sacerdoti che hanno esercitato i1 ministero in S. Pietro come coadiutori o assistenti dell'Oratorio, mi è stato giustamente osservato di avere tralasciato alcuni nominativi.  Volentieri accetto l'osservazione,  ringrazio e approfitto per ripartire da lontano.

Alla nomina del curato don Ottavio Paronzini era, da quasi un anno, Vicario spirituale di S. Pietro il coadiutore don Vincenzo Sormani. Questi rimase a S. Pietro fino al 1895, quando fu nominato coadiutore canonico nella chiesa sussidiaria di S. Pietro Celestino in parrocchia di S. Babila di Milano.

Scrive il Paronzini:  "II 29 settembre 1889 il sacerdote don Paolo Calderara, nato a Milano da famiglia abbiatense, ritiratosi dalla coadiutoria di Lazzate, veniva, per rimettersi in salute, a stabilirsi in S. Pietro, assumendo la messa festiva di S. Rocco sulla Riva e prestandosi volonterosamente negli impegni della parrocchia. Ottimo sacerdote, fornito di buon censo, si occupò diligentemente dei sacri arredi, provvide di propria borsa un tappeto intiero per 1'altar maggiore, scrisse un savio regolamento per S. Rocco. Dopo due anni, passò Rettore del Santuario di S. Maria delle Vittorie in Milano, lasciando qui edificante memoria del suo zelo e della sua virtù". Voglio ricordare anche che, in morte,  ha lasciato a S. Pietro il suo prezioso calice, che si usa ancora nelle solennità.  Al coadiutore supplente Calderara, nel 1892 successe il prete novello don Giovanni Panighi, che nel luglio del 1894 fu trasferito a Lissone e fu sostituito da don Eugenio Chiaravalle originario di Casorate Sempione.

Dopo la partenza di don Sormani annota sempre il Paronzini:  "Provvidenzialmente da circa due anni era venuto a stabilirsi nella sua parrocchia nativa di S. Pietro il sac. don Antonio Gioletta. Era stato parecchi anni assistente della Pia Casa Incurabili, quando questa aveva una sezione all'ex-Convento dell'Annunciata. Quindi dopo varie vicarie, era passato parroco di Cassago Brianza, il Cassiacum di S. Agostino. Supplì egli alla messa festiva per don Sormani, finchè fu destinato per S. Pietro il novello sacerdote don Giuseppe Reina di Saronno. Don Gioletta moriva qui nel 1900 improvvisamente, lasciando in eredità la sua casa a due nipoti, suore di Maria Bambina, per Oratorio festivo femminile per le ragazze di S. Pietro, dopo però la morte della sorella Carolina e della nipote Adele".

Nel 1899 don Giuseppe Reina è trasferito all'Oratorio di Vaprio D'Adda.  E a S. Pietro arriva don Carlo Cozzi, nativo di Bubbiano.

Di don Carlo Cozzi, don Paronzini scrive:  "Dopo alcun tempo introduceva l'uso della bcicletta, ma il Cardinal (Ferrari) la proibiva quasi subito, nonostante il parroco avesse pregato di tollerarla pel reale vantaggio di servizio".

 

Sempre a riguardo di don Carlo Cozzi è utile richiamare quanto riportato sulla rivista "Habiate" N° 3, pag.  101

 

Don Carlo Cozzi fu coadiutore della parrocchia di S.  Pietro ai primi del Novecento.  Appassionato naturalista,  studiò i caratteri della flora e della fauna abbiatensi pucando poi alcune monografie e numerosi articoli su riviste specializzate.  Nel 1905 diede alle stampe questo curioso dizionarietto,  di cui ci è nota una sola copia conservata presso la Biblioteca Nazionale Braidense di Milano.  Il lettore attento scoprirà che queste poche pagine,  al di là dell'interesse scientifico,  si prestano a più letture:   ecologica (quante specie ora rare sono definite comunissime!),  linguistica.  (la maggior parte dei vocaboli dialettali elencati è caduta in disuso),  etnica (lo studio è arricchito dalla continua citazione di credenze ed abitudini popolari).

Il titolo di questo opuscoletto che si presenta nella stessa veste ed edito cogli stessi tipi di un altro lavoro analogo sulle piante e i fiori,  rimasto interrotto,  come era da prevedere,  per ragioni imprescindibili d'ordine economico,  afferma assai chiara­mente lo scopo che mi sono proposto di raggiungere nel pubblicarlo.

Non è adunque per nessun motivo nè un piccolo manuale nè un trattatello di zoologia in genere,  dei quali ve n'ha una colluvie;   e neppure un lavoro prettamente scientifico di faunistica nostrale,  per il quale occorrerebbe un materiale di osservazioni molto maggiore di quello che possiedo e non gioverebbe punto al nostro popolo,  digiuno come è delle cognizioni preliminari davvero indispensabili;   ma un modo breve e facile,  una chiave,  un per me dizionario se così vi piace chiamarlo,  onde riesca possibile di rintracciare colla scorta del nome vernacolo,  il nome italiano e tecnico dei nostri animali più comuni.  E dico più comuni quantunque,  come è facile avvertire,  non ho potuto tener conto che dei vertebrati,  cioè dei mammiferi,  degli uccelli,  dei rettili,  anfibi e pesci,  troppo essendo le specie degli animali inferiori che cadrebbero sotto un medesimo vocabolo.

In via d'esempio :   il vernacolo ragn comprenderebbe parecchie centinaia di ragni,  i quali pur vivono nella nostra cittadina e suoi dintorni;   al nome di lumàga dovrei parimenti far seguire non poche entità diverse per caratteri e per costumi;   ai nomi volgari di parpàia,  parpaín,  parpaiòn,  corrispondono tutti i nostri lepidotteri,  tanto diurni,  che crepuscolari o notturni;   senza dire di moltissime altre voci vernacole cdn,  burdóc,  cagnótt,  cagnuttín,  càmula,  bigàtt,  bigdttin,  musca,  musca cavallina,  mu­scón,  muschín,  gatta pelúsa,  vespa,  matalón,  martinéi,  furníga,  furnigón,  cavalletta,  gaína grisa,  spusetta o spusa spusetta,  spusettón,  grigrí,  campé;   scivattín,  bíss,  murné,

pioeucc pullín,  tavdn,  tavanín,  ecc. ,  ecc. ,  nella gran classe degli insetti,  che se non hanno sempre un significato multiforme,  si prestano però sempre o quasi sempre a creare equivoci.

Pochi o meglio pochissimi esseri,  restando nel campo degli invertebrati,  mi pare abbiano un termine proprio,  riferibile ad una specie sola e tra questi ricordo ad abundantiam:   furbesetta,  garavàsg,  galavrón,  saltamartin,  scímas,  scímas selvàdig,  sansósra,  piiras,  vacchetta,  foeug salvàdig,  cornaboeu,  liisiiroeu,  ciiicía o siiscia,  mustardina,  scigda,  millapé,  zùcchetta,  ma evidentemente per non far torto ai più ho creduto

bene di escludere anche i meno.

 E così pure non ho voluto occuparmi di quelle voci vernacole che richiamano gli animali domestici,  perchè anche questo esorbita non poco dal mio intento particolare.  Melius est distinguere quam confundere;   importava adunque in base a un tal principio di contenermi entro un ambito più ristretto.  Sugli animali indigeni poi appar­tenenti,  come già dissi,  alle quattro classi ricordate,  ho cercato per quanto mi fu possibile di dare l'enumerazione completa;   ma ognuno capirà che anche qui per evitare le incertezze,  specialmente negli uccelli,  abbia dovuto vagliare molti dei nomi dialettali

e scartarne anche qualcuno che non mi dava sufficiente affidamento di una determinazione sicura e precisa.

 Per renderne inoltre meno monotona e pesante la lettura e per supplire in certo qual modo al difetto della descrizione,  affatto inutile,  perchè si può vedere su cento libri e che avrebbe d'altra parte aumentato di troppo la mole di questo opuscolo,  vi ho inserito qua e là alcune delle varie leggende superstiziose e ridicole che il buon popolo,  beato lui,  ripete a iosa e delle quali mostra di esserne talvolta persuaso e convinto.

Nel corso delle mie escursioncelle fatte,  così a tempo perso,  attraverso i campi,  in cerca di qualche pianta o di qualche animale,  mi è accaduto e non di rado d'essere colto in flagrante,  mentre stavo disponendo e riordinando le cose raccolte,  anche da chi non vestiva il fustagno.  Le domande che mi si rivolgevano erano presso a poco eternamente le stesse :   che ne fà di quell'erbaccia? per cosa serve? che le giovano queste inezie? ed erano accompagnate di solito da un sorriso di incredulità e di compatimento,  il quale se,  nell'intenzione del mio interlocutore,  poteva forse essere una lenzioncina per me,  finiva a diventare senza forse una buona lezione anche per lui.  Questo insomma per dire che malgrado l'utilità pratica che ponno avere in ogni genere di persone le nozioni più importanti della storia naturale,  io non sono ingenuo e non mi illudo,  anzi. . .

Mi auguro ad ogni modo che i ragazzi delle scuole elementari e tecniche,  che i cacciatori,  i pescatori e i. . .  dilettanti dello sport vogliano approfittare anche di queste poche pagine che sono,  lo ripeto,  di per sè ben poca cosa.  E finisco colle parole di Massimo d'Azeglio:   io feci per far bene. . .  se in veci feci male,  pensi il lettore che anche a far male,  costa fatica e si incontra difficoltà.

                          

Don Cozzi rimase a S. Pietro fino al 19o8, quando fu nominato cappellano a S. Macario.

Nel frattempo però, il curato Paronzini nel 1898 scrive sul cronicon:  "Don Camillo Annovazzi nato nella parrocchia di S. Pietro, arrivava qui come coadiutore„poco prima della inaugura­zione della chiesa restaurata. Poichè la copertura della cupola con lastre di rame, eseguita dal padre suo, ing. Annovazzi, era stata male compiuta e dava acqua in chiesa, egli con rile­vante sua spesa, provvedeva alla riparazione. Sull'altare maggiore faceva collocare la bella statua del S. Cuore e, dinanzi al tabernacolo un bellissimo conopeo serico a ricami d'oro".

A don Cozzi subentrò don Benedetto Bonati, nativo di Zelo Surrigone.

Nel 1933 don Paronzini scrive:  "11 coadiutore don Benedetto Bonati, dopo 24 anni di operosa permanenza tra noi, è nominato parroco di Albairate. A sostituirlo è destinato don Luigi Viganò di Lissone".

Don Luigi Viganò fu praticamente il primo assistente dell'Oratorio maschile,  che si era ricavato da un pezzo della vigna del parroco lungo la via Curioni.

Intanto era arrivato in parrocchia come coadiutore don Gaetano Seveso incaricato di assistere l'oratorio femminile di via Toti.

Alla partenza di don Viganò, venne destinato a S. Pietro il prete novello don Antonio Tosi, ordinato nel giugno del 1941. Il momento non era felice:   nel 1940 l'Italia era entrata in guerra, il parroco Paronzini era ormai verso la fine dei suoi giorni, per cui quando il 15 maggio del 1942 muore, viene eletto parroco Don Ercole Tettamanzi e don Tosi viene invitato a rimpiazzare il posto lasciato libero da don Tettamanzi nella parrocchia di Corsico.

Il parroco assume la direzione dell'Oratorio maschile finchè nel luglio del 1943 viene nominato coadiutore il prete novello don Davide Bosetti.  Il parroco nel cronicon fa questa osservazione:  "Fu poco fortunato i primi mesi perchè l'Oratorio fu occupato dai sinistrati di Milano i qual i, quindi, impedivano lo svolgersi regolare della vita dell'Oratorio".

Va tenuto anche presente che i giovani erano al fronte.

Dicembre 1943, dal cronicon:  "Dopo ormai quattro anni di guerra, correva insistente la voce popolare che tra la festa dell'Immacolata e la festa di Natale la guerra sarebbe terminata;  tanto più prese credito questa cosa perchè nei mesi di settembre e ottobre si videro molte piante rifiorire come se si fosse in primavera e questo fatto venne interpretato come un buon preannuncio del Cielo della fine sospirata;   invece la nostra parrocchia era destinata a trascorrere le feste del S. Natale, in modo più triste per causa della incarcerazione di don Gaetano Seveso nostro coadiutore.  La sera del giorno 22 di dicembre, terminato ormai il giro per la Benedizione delle case, due individui in abito borghese appartenenti alla S.S.  tedesca si presentano in casa del coadiutore don Gaetano Seveso, gli chiesero conto di una certa predica fatta qualche mese prima e lo dichiararono in arresto e lo condussero via con un'automobile;  il parroco chiamato,  che tentò di dire qualche parola in difesa del coadiutore venne invitato a tacere colla minaccia di condur via lui pure. Si seppe con certezza che la denuncia era stata fatta dal colonnello Bianchini, comandante del distretto di Milano, sfollato ad Abbiategrasso;  ed i capi di accusa erano che don Gaetano Seveso in predica avrebbe accennato al fatto che nell'altra guerra i Tedeschi entrando nel Belgio avrebbero tagliato le mani a dei bambini;  avrebbe detto alla gente di nascondere oro e gioielli perchè i Tedeschi li porterebbero via;   avrebbe detto anche di dare legnate ai Tedeschi e fascisti che si presentano a chiedere roba;  e da ultimo avrebbe detto anche che ammazzare un tedesco è la via più facile e sicura per andare in paradiso.  Naturalmente tutto risultò falso e dopo 25 giorni di prigione a S. Vittore a Milano, uscì libero il 17 gennaio 1944 e venne accolto con gran festosità da tutta la popolazione che durante tutto il tempo della sua lontananza aveva tanto pregato. Poco dopo si scoprì che il colonnello Bianchìni era un ipocrita che gia in altre occasioni aveva accusato e imbrogliato altri ed aveva tentato di imbrogliare il Governo stesso, ragion per cui venne destituito del posto, privato del grado e messo sotto processo militare".

Nel luglio del 1949 il coadiutore don Gaetano Seveso viene nominato parroco di Rozzano.

Nel giugno 1945 viene a S. Pietro come coadiutore il sacerdote novello Don Giovanni Tettamanzi, nipote del parroco. Lascia S. Pietro nel 1988 e muore al paese nativo di Veniano nel 2007.

Nel giugno del 1954 viene destinato come coadiutore don Gianni Marcandalli, ma dopo solo 12 mesi lascia per andare missionario di Rho. A sostituirlo venne qui da Cernusco Sul Naviglio il sacerdote Don Carlo Tradati, nativo di Milano. Sarà trasferito parroco a Borgo Est di S. Giuliano Milanese nel 1969.

Intanto don Davide Bosetti che da 13 anni ormai era qui a S. Pietro negli ultimi giorni del 1957 è nominato parroco di Cisliano.

Don Gianni Tavecchia gia coadiutore nella prepositurale di Gallarate nel 1958 viene destinato a S. Pietro, da dove partirà come parroco di Maccagno Inferiore nel 1964.

Qualche mese dopo la partenza di Don Tavecchia, venne coadiutore in parrocchia Don Agostino Meroni da Misinto, ma dopo solo 7 mesi andò parroco a Baruccana di Seveso.

Intanto nel 1951 si era iniziata la costruzione del nuovo Oratorio S. Giovanni Bosco,  con relativa abitazione per l'assistente.

Il primo ad abitarvi fu don Tradati a cui successe nel 1969 Don Luigi Alberio,  prete novello di Rovello Porro. Rimase in Oratorio maschile fino al 1981 per poi passare all'Oratorio femminile fino al 1983.

Nel frattempo venne qui nel 1974 don Angelo Cazzaniga di Rosate e vi rimase fino al 1980 quando fu nominato parroco di Moncucco.

A sostituire don Alberio venne nel 1981 don Luciano Garlappi di Novate M.  e rimase fino al 1992 quando scelse di andare missionario "Fidei Donum".

Come coadiutore di parrocchia venne nel 1989 Don Piero Pigliafreddo di Bareggio: e rimase in S. Pietro fino al 1993 quando fu nominato parroco al villaggio Brollo.

Al posto di don Luciano venne Don Claudio Maggioni nativo di Oreno e gia coadiutore nella parrocchia di S. Giuseppe in Sesto San Giovanni. Partì da S. Pietro nel 1997.  Come coadiutore di parrocchia venne da Inveruno nel 1993 Don Carlo Pirotta che rimase a S. Pietro fino al 2005 quando fu nominato parroco della chiesa dello Spirito Santo in Corsico.

E venne la volta di Don Egidio Corbetta di Carugo, approdato a S. Pietro nel 1997,  per cui sono dieci anni che è qui tra noi e gli facciamo tanti auguri ancora per il suo decennio.

In riferimento all'elenco dei sacerdoti che hanno esercitato il ministero in S. Pietro qualcuno potrebbe pensare che tutto quell'andirivieni di coadiutori fosse determinato da situazioni difficili presenti in parrocchia.

Si deve invece tenere presente che la nomina a parroco di don Ottavio Paronzini, giovane di 28 anni, aveva portato una ventata di novità, la parrocchia poi, allora era molto vasta, con 170 cascine, il rione di S. Rocco alla Darsena e l'assistenza dell'ospedale Costantino Cantù che muoveva allora i primi passi.

Segno di questa vitalità erano anche le Confraternite, le Associazioni e le Pie Unioni.

A proposito del Rione S. Rocco, soltanto nel 1970 l'arcivescovo Colombo ha inviato a S. Pietro il sacerdote Don Eugenio Carsana proveniente dalla parrocchia di S. Giuseppe in Sesto S. Giovanni con lo specifico incarico di avviare la nuova parrocchia del S. Cuore che venne canonicamente eretta nel 1972, con territorio stralcialo dalla parrocchia di S. Pietro e da S. Maria Nuova.

A proposito di luoghi di culto nelle cascine, bisogna tenere presente che quando nel secolo XIII, in seguito alla bonifica della Valle del Ticino sorsero le aziende agricole,  costituite da abitazioni per i coloni, stalle per le bestie, magazzini per il foraggio e i raccolti, il tutto accanto ai campi da coltivare, gran parte della popolazione della parrocchia di S. Pietro si stabilì in quelle località, dove si sentì il bisogno, data la lontananza dalla chiesa, anche di luoghi di culto, destinati alla preghiera e alla celebrazione della Messa festiva.

Un esempio di questo l'abbiamo alla cascina Remondata dove a detta di mons. Ambrogio Palestra esisteva già un Oratorio elencato nel sec. XIII.  La costruzione però che si vede tuttora risale al 1755 e fu voluta dalla signora Antonia Pusterla Marchesa Citterio. Nel 1756 il cardinale Giuseppe Pozzobonelli in Visita Pastorale, ha visitato l'Oratorio appena costruito. In questo oratorio si è celebrata la Messa festiva fin quasi la fine dell'Ottocento.  L'Oratorio fu dedicato alla B. V. Addolorata e parroco dell'epoca era Tomaso Azzimonti sotto la cui cura parrocchiale avvenne la nuova fabbrica della chiesa di S. Pietro.

Un altro esempio di oratorio campestre l'abbiamo nella "Gesa",  (Baraggia Chiesa) instrada Cassolnuovo. Si tratta di una costruzione tuttora visibile nella parte esterna,  sconsacrata all'inizio del Novecento. Anche questa costruita per le esigenze religiose delle cascine vicine come cascina Fontana Baraggia Roma e Baragetta.  L'iniziativa venne presa dai proprietari terrieri del luogo, gli Archìnto e si fece promotrice Camilla Stampa, moglie del conte Filippo Archínto, che tra l'altro era fratello di Giuseppe Archinto arcivescovo dì Milano dal 1699 al 1712.

La contessa Archinti, per tale scopo, rivolgeva una supplica alla Curia di Milano, il parroco don Carlo Antonio Croce (1646-1681) avvalorava là richiesta con là seguente lettera:

lettera del novembre 1661 :

« Nella visita fatta a giorni passati in questa Pieve di Abbiategrasso è mea cura insieme partecipar a V. Ill. ma a bocca il bisogno ché havevano molte anime di mia Cura habitanti alle Cassine nella Valle d'Abbiategrasso sì per la quantità di quelle,  come per la lontananza ché di due o di tre miglia,  e più ancora dalla comodità di sentir la messa alle feste, et di frequentare la dottrina cristiana: à segno tale che non solo ne tempi d'inverno e di pioggia, nevi e venti bona parte perdono la messa, ma tutto l'anno non si vedono mai alla dottrina cristiana,  mercé la lontananza, dico che dopo haver fatto il viaggio per la messa il ritornarsene alla dottrina cristiana, è a loro impossibile: Ill. mo

Signore l'esser quest'anime à me raccomandate da Dio come fece al mio titolare e Protettore San Pietro con quelle parole "pasce oves meas, quas sanguine meo redemi" e vedendo ogni giorno che molti di quelli non sanno le cose necessarie alla sua salute,  e a dirla con mio estremo dolore homeni ch'hanno la testa e non sanno il Pater Noster e Credo; questo mi obbligo a significare il tutto a Vs. Ill. ma come al Curato Zelantissimo di tutti li Curati di questa Sua Diocesi, acciò cooperi sol Suo zelo et mezzi,  a soccorrere alla necessità di queste genti come farò anch'io col farli fare un Oratorio pubblico nel mezo delle Cassine che saranno al numero di 40 Cassine per farli poi celebrare una Mesa festiva et esercire la Dottrina Cristiana. A questo effetto li Signori Deputati della terra di Abbiategrasso per istromento hanno donato il sito per fabbricare detto Oratorio,  con promessa di fare qualche altra elemosina ».  Il parroco ricorda poi la donazione degli Archinti di 400 soldi e così prosegue:

« Altri Signori particolari di Abbiategrasso hanno esibito qualche elemosina per questo effetto.  Resta solo che V.  Ill. mo conceda l'opportuna licenza di dar prencipio a quest'opera. . .  e il tutto si farà a honore a gloria di Dio e a beneficio di quelle povere anime.  che da lui furono redente,  benché poveri,  col suo pretiosissimo sangue. . .  ».

Come ho già detto sopra questa costruzione ha funzionato come luogo di culto fino alla fine del 1800 ed è giunto fino a noi il toponimo.                 

Riguardo all'elenco pubblicato il mese scorso circa i sacerdoti che hanno esercitato i1 ministero in S. Pietro come coadiutori o assistenti dell'Oratorio, mi è stato giustamente osservato di avere tralasciato alcuni nominativi.  Volentieri accetto l'osservazione,  ringrazio e approfitto per ripartire da lontano.

Alla nomina del curato don Ottavio Paronzini era, da quasi un anno, Vicario spirituale di S. Pietro il coadiutore don Vincenzo Sormani. Questi rimase a S. Pietro fino al 1895, quando fu nominato coadiutore canonico nella chiesa sussidiaria di S. Pietro Celestino in parrocchia di S. Babila di Milano.

Scrive il Paronzini:  "II 29 settembre 1889 il sacerdote don Paolo Calderara, nato a Milano da famiglia abbiatense, ritiratosi dalla coadiutoria di Lazzate, veniva, per rimettersi in salute, a stabilirsi in S. Pietro, assumendo la messa festiva di S. Rocco sulla Riva e prestandosi volonterosamente negli impegni della parrocchia. Ottimo sacerdote, fornito di buon censo, si occupò diligentemente dei sacri arredi, provvide di propria borsa un tappeto intiero per 1'altar maggiore, scrisse un savio regolamento per S. Rocco. Dopo due anni, passò Rettore del Santuario di S. Maria delle Vittorie in Milano, lasciando qui edificante memoria del suo zelo e della sua virtù". Voglio ricordare anche che, in morte,  ha lasciato a S. Pietro il suo prezioso calice, che si usa ancora nelle solennità.  Al coadiutore supplente Calderara, nel 1892 successe il prete novello don Giovanni Panighi, che nel luglio del 1894 fu trasferito a Lissone e fu sostituito da don Eugenio Chiaravalle originario di Casorate Sempione.

Dopo la partenza di don Sormani annota sempre il Paronzini:  "Provvidenzialmente da circa due anni era venuto a stabilirsi nella sua parrocchia nativa di S. Pietro il sac. don Antonio Gioletta. Era stato parecchi anni assistente della Pia Casa Incurabili, quando questa aveva una sezione all'ex-Convento dell'Annunciata. Quindi dopo varie vicarie, era passato parroco di Cassago Brianza, il Cassiacum di S. Agostino. Supplì egli alla messa festiva per don Sormani, finchè fu destinato per S. Pietro il novello sacerdote don Giuseppe Reina di Saronno. Don Gioletta moriva qui nel 1900 improvvisamente, lasciando in eredità la sua casa a due nipoti, suore di Maria Bambina, per Oratorio festivo femminile per le ragazze di S. Pietro, dopo però la morte della sorella Carolina e della nipote Adele".

Nel 1899 don Giuseppe Reina è trasferito all'Oratorio di Vaprio D'Adda.  E a S. Pietro arriva don Carlo Cozzi, nativo di Bubbiano.

Di don Carlo Cozzi, don Paronzini scrive:  "Dopo alcun tempo introduceva l'uso della bicicletta, ma il Cardinal (Ferrari) la proibiva quasi subito, nonostante il parroco avesse pregato di tollerarla pel reale vantaggio di servizio".

 Sempre a riguardo di don Carlo Cozzi è utile richiamare quanto riportato sulla rivista "Habiate" N° 3, pag.  101

 Don Carlo Cozzi f u coadiutore della parrocchia di S.  Pietro ai primi del Novecento.  Appassionato naturalista,  studiò i caratteri della flora e della fauna abbiatensi pubblicando poi alcune monografie e numerosi articoli su riviste specializzate.  Nel 1905 diede alle stampe questo curioso dizionarietto,  di cui ci è nota una sola copia conservata presso la Biblioteca Nazionale Braidense di Milano.  Il lettore attento scoprirà che queste poche pagine,  al di là dell'interesse scientifico,  si prestano a più letture:   ecologica (quante specie ora rare sono definite comunissime!),  linguistica.  (la maggior parte dei vocaboli dialettali elencati è caduta in disuso),  etnica (lo studio è arricchito dalla continua citazione di credenze ed abitudini popolari).

Il titolo di questo opuscoletto che si presenta nella stessa veste ed edito cogli stessi tipi di un altro lavoro analogo sulle piante e i fiori,  rimasto interrotto,  come era da prevedere,  per ragioni imprescindibili d'ordine economico,  afferma assai chiara­mente lo scopo che mi sono proposto di raggiungere nel pubblicarlo.

Non è adunque per nessun motivo nè un piccolo manuale nè un trattatello di zoologia in genere,  dei quali ve n'ha una colluvie;   e neppure un lavoro prettamente scientifico di faunistica nostrale,  per il quale occorrerebbe un materiale di osservazioni molto maggiore di quello che possiedo e non gioverebbe punto al nostro popolo,  digiuno come è delle cognizioni preliminari davvero indispensabili;   ma un modo breve e facile,  una chiave,  un per me dizionario se così vi piace chiamarlo,  onde riesca possibile di rintracciare colla scorta del nome vernacolo,  il nome italiano e tecnico dei nostri animali più comuni.  E dico più comuni quantunque,  come è facile avvertire,  non ho potuto tener conto che dei vertebrati,  cioè dei mammiferi,  degli uccelli,  dei rettili,  anfibi e pesci,  troppo essendo le specie degli animali inferiori che cadrebbero sotto un medesimo vocabolo.

In via d'esempio :   il vernacolo ragn comprenderebbe parecchie centinaia di ragni,  i quali pur vivono nella nostra cittadina e suoi dintorni;   al nome di lumàga dovrei parimenti far seguire non poche entità diverse per caratteri e per costumi;   ai nomi volgari di parpàia,  parpaín,  parpaiòn,  corrispondono tutti i nostri lepidotteri,  tanto diurni,  che crepuscolari o notturni;   senza dire di moltissime altre voci vernacole cdn,  burdóc,  cagnótt,  cagnuttín,  càmula,  bigàtt,  bigdttin,  musca,  musca cavallina,  mu­scón,  muschín,  gatta pelúsa,  vespa,  matalón,  martinéi,  furníga,  furnigón,  cavalletta,  gaína grisa,  spusetta o spusa spusetta,  spusettón,  grigrí,  campé;   scivattín,  bíss,  murné,

pioeucc pullín,  tavdn,  tavanín,  ecc. ,  ecc. ,  nella gran classe degli insetti,  che se non hanno sempre un significato multiforme,  si prestano però sempre o quasi sempre a creare equivoci.

Pochi o meglio pochissimi esseri,  restando nel campo degli invertebrati,  mi pare abbiano un termine proprio,  riferibile ad una specie sola e tra questi ricordo ad abundantiam:   furbesetta,  garavàsg,  galavrón,  salta-martin,  scímas,  scímas selvàdig,  sansósra,  piiras,  vacchetta,  foeug salvàdig,  cornaboeu,  liisiiroeu,  ciiicía o siiscia,  mustardina,  scigda,  millapé,  zùcchetta,  ma evidentemente per non far torto ai più ho creduto bene di escludere anche i meno.

 E così pure non ho voluto occuparmi di quelle voci vernacole che richiamano gli animali domestici,  perchè anche questo esorbita non poco dal mio intento particolare.  Melius est distinguere quam confundere;   importava adunque in base a un tal principio di contenermi entro un ambito più ristretto.  Sugli animali indigeni poi appartenenti,  come già dissi,  alle quattro classi ricordate,  ho cercato per quanto mi fu possibile di dare l'enumerazione completa;   ma ognuno capirà che anche qui per evitare le incertezze,  specialmente negli uccelli,  abbia dovuto vagliare molti dei nomi dialettali e scartarne anche qualcuno che non mi dava sufficiente affidamento di una determinazione sicura e precisa.

 Per renderne inoltre meno monotona e pesante la lettura e per supplire in certo qual modo al difetto della descrizione,  affatto inutile,  perchè si può vedere su cento libri e che avrebbe d'altra parte aumentato di troppo la mole di questo opuscolo,  vi ho inserito qua e là alcune delle varie leggende superstiziose e ridicole che il buon popolo,  beato lui,  ripete a iosa e delle quali mostra di esserne talvolta persuaso e convinto.

Nel corso delle mie escursioncelle fatte,  così a tempo perso,  attraverso i campi,  in cerca di qualche pianta o di qualche animale,  mi è accaduto e non di rado d'essere colto in flagrante,  mentre stavo disponendo e riordinando le cose raccolte,  anche da chi non vestiva il fustagno.  Le domande che mi si rivolgevano erano presso a poco eternamente le stesse :   che ne fà di quell'erbaccia? per cosa serve? che le giovano queste inezie? ed erano accompagnate di solito da un sorriso di incredulità e di compatimento,  il quale se,  nell'intenzione del mio interlocutore,  poteva forse essere una lenzioncina per me,  finiva a diventare senza forse una buona lezione anche per lui.  Questo insomma per dire che malgrado l'utilità pratica che ponno avere in ogni genere di persone le nozioni più importanti della storia naturale,  io non sono ingenuo e non mi illudo,  anzi. . .

Mi auguro ad ogni modo che i ragazzi delle scuole elementari e tecniche,  che i cacciatori,  i pescatori e i. . .  dilettanti dello sport vogliano approfittare anche di queste poche pagine che sono,  lo ripeto,  di per sè ben poca cosa.  E finisco colle parole di Massimo d'Azeglio:   io feci per far bene. . .  se in veci feci male,  pensi il lettore che anche a far male,  costa fatica e si incontra difficoltà.

 Don Cozzi rimase a S. Pietro fino al 19o8, quando fu nominato cappellano a S. Macario.

Nel frattempo però, il curato Paronzini nel 1898 scrive sul cronicon:  "Don Camillo Annovazzi nato nella parrocchia di S. Pietro, arrivava qui come coadiutore„poco prima della inaugura­zione della chiesa restaurata. Poichè la copertura della cupola con lastre di rame, eseguita dal padre suo, ing. Annovazzi, era stata male compiuta e dava acqua in chiesa, egli con rile­vante sua spesa, provvedeva alla riparazione. Sull'altare maggiore faceva collocare la bel­la statua del S. Cuore e, dinanzi al tabernacolo un bellissimo conopeo serico a ricami d'oro".

A don Cozzi subentrò don Benedetto Bonati, nativo di Zelo Surrigone.

Nel 1933 don Paronzini scrive:  "11 coadiutore don Benedetto Bonati, dopo 24 anni di operosa permanenza tra noi, è nominato parroco di Albairate. A sostituirlo è destinato don Luigi Viganò di Lissone".

Don Luigi Viganò fu praticamente il primo assistente dell'Oratorio maschile,  che si era ricavato da un pezzo della vigna del parroco lungo la via Curioni.

Intanto era arrivato in parrocchia come coadiutore don Gaetano Seveso incaricato di assistere l'oratorio femminile di via Toti.

Alla partenza di don Viganò, venne destinato a S. Pietro il prete novello don Antonio Tosi, ordinato nel giugno del 1941. Il momento non era felice:   nel 1940 l'Italia era entrata in guerra, il parroco Paronzini era ormai verso la fine dei suoi giorni, per cui quando il 15 maggio del 1942 muore, viene eletto parroco Don Ercole Tettamanzi e don Tosi viene invitato a rimpiazzare il posto lasciato libero da don Tettamanzi nella parrocchia di Corsico.

Il parroco assume la direzione dell'Oratorio maschile finchè nel luglio del 1943 viene nominato coadiutore il prete novello don Davide Bosetti.  Il parroco nel cronicon fa questa osservazione:  "Fu poco fortunato i primi mesi perchè l'Oratorio fu occupato dai sinistrati di Milano i qual i, quindi, impedivano lo svolgersi regolare della vita dell'Oratorio".

Va tenuto anche presente che i giovani erano al fronte.

Dicembre 1943, dal cronicon:  "Dopo ormai quattro anni di guerra, correva insistente la voce popolare che tra la festa dell'Immacolata e la festa di Natale la guerra sarebbe terminata;  tanto più prese credito questa cosa perchè nei mesi di settembre e ottobre si videro molte piante rifiorire come se si fosse in primavera e questo fatto venne interpretato come un buon preannuncio del Cielo della fine sospirata;   in­vece la nostra parrocchia era destinata a trascorrere le feste del S. Natale, in modo più triste per causa della incarcerazione di don Gaetano Seveso nostro coadiutore.  La sera del giorno 22 di dicembre, terminato ormai il giro per la Benedizione delle case, due individui in abito borghese appartenenti alla S.S.  tedesca si presentano in casa del coadiutore don Gaetano Seveso, gli chiesero conto di una certa predica fatta qualche mese prima e lo dichiararono in arresto e lo condussero via con un'automobile;  il parroco chiamato,  che tentò di dire qualche parola in difesa del coadiutore venne invitato a tacere colla minaccia di condur via lui pure. Si seppe con certezza che la denuncia era stata fatta dal colonnello Bianchini, comandante del distretto di Milano, sfollato ad Abbiategrasso;  ed i capi di accusa erano che don Gaetano Seveso in predica avrebbe accennato al fatto che nell'altra guerra i Tedeschi entrando nel Belgio avrebbero tagliato le mani a dei bambini;  avrebbe detto alla gente di nascondere oro e gioielli perchè i Tedeschi li porterebbero via;   avrebbe detto anche di dare legnate ai Tedeschi e fascisti che si presentano a chiedere roba;  e da ultimo avrebbe detto anche che ammazzare un tedesco è la via più facile e sicura per andare in paradiso.  Naturalmente tutto risultò falso e dopo 25 giorni di prigione a S. Vittore a Milano, uscì libero il 17 gennaio 1944 e venne accolto con gran festosità da tutta la popolazione che durante tutto il tempo della sua lontananza aveva tanto pregato. Poco dopo si scoprì che il colonnello Bianchìni era un ipocrita che gia in altre occasioni aveva accusato e imbrogliato altri ed aveva tentato di imbrogliare il Governo stesso, ragion per cui venne destituito del posto, privato del grado e messo sotto processo militare".

Nel luglio del 1949 il coadiutore don Gaetano Seveso viene nominato parroco di Rozzano.

Nel giugno 1945 viene a S. Pietro come coadiutore il sacerdote novello Don Giovanni Tettamanzi, nipote del parroco. Lascia S. Pietro nel 1988 e muore al paese nativo di Veniano nel 2007.

Nel giugno del 1954 viene destinato come coadiutore don Gianni Marcandalli, ma dopo solo 12 mesi lascia per andare missionario di Rho. A sostituirlo venne qui da Cernusco Sul Naviglio il sacerdote Don Carlo Tradati, nativo di Milano. Sarà trasferito parroco a Borgo Est di S. Giuliano Milanese nel 1969.

Intanto don Davide Bosetti che da 13 anni ormai era qui a S. Pietro negli ultimi giorni del 1957 è nominato parroco di Cisliano.

Don Gianni Tavecchia gia coadiutore nella prepositurale di Gallarate nel 1958 viene destinato a S. Pietro, da dove partirà come parroco di Maccagno Inferiore nel 1964.

Qualche mese dopo la partenza di Don Tavecchia, venne coadiutore in parrocchia Don Agostino Meroni da Misinto, ma dopo solo 7 mesi andò parroco a Baruccana di Seveso.

Intanto nel 1951 si era iniziata la costruzione del nuovo Oratorio S. Giovanni Bosco,  con relativa abitazione per l'assistente.

Il primo ad abitarvi fu don Tradati a cui successe nel 1969 Don Luigi Alberio,  prete novello di Rovello Porro. Rimase in Oratorio maschile fino al 1981 per poi passare all'Oratorio femminile fino al 1983.

Nel frattempo venne qui nel 1974 don Angelo Cazzaniga di Rosate e vi rimase fino al 1980 quando fu nominato parroco di Moncucco.

A sostituire don Alberio venne nel 1981 don Luciano Garlappi di Novate M.  e rimase fino al 1992 quando scelse di andare missionario "Fidei Donum".

Come coadiutore di parrocchia venne nel 1989 Don Piero Pigliafreddo di Bareggio: e rimase in S. Pietro fino al 1993 quando fu nominato parroco al villaggio Brollo.

Al posto di don Luciano venne Don Claudio Maggioni nativo di Oreno e gia coadiutore nella parrocchia di S. Giuseppe in Sesto San Giovanni. Partì da S. Pietro nel 1997.  Come coadiutore di parrocchia venne da Inveruno nel 1993 Don Carlo Pirotta che ri­mase a S. Pietro fino al 2005 quando fu nominato parroco della chiesa dello Spirito Santo in Corsico.

E venne la volta di Don Egidio Corbetta di Carugo, approdato a S. Pietro nel 1997,  per cui sono dieci anni che è qui tra noi e gli facciamo tanti auguri ancora per il suo decennio.

                           

In riferimento all'elenco dei sacerdoti che hanno esercitato il ministero in S. Pietro qualcuno potrebbe pensare che tutto quell'andirivieni di coadiutori fosse determinato da situazioni difficili presenti in parrocchia.

Si deve invece tenere presente che la nomina a parroco di don Ottavio Paronzini, giovane di 28 anni, aveva portato una ventata di novità, la parrocchia poi, allora era molto vasta, con 170 cascine, il rione di S. Rocco alla Darsena e l'assistenza dell'ospedale Costantino Cantù che muoveva allora i primi passi.

Segno di questa vitalità erano anche le Confraternite, le Associazioni e le Pie Unioni.

A proposito del Rione S. Rocco, soltanto nel 1970 l'arcivescovo Colombo ha inviato a S. Pietro il sacerdote Don Eugenio Carsana proveniente dalla parrocchia di S. Giuseppe in Sesto S. Giovanni con lo specifico incarico di avviare la nuova parrocchia del S. Cuore che venne canonicamente eretta nel 1972, con territorio stralcialo dalla parrocchia di S. Pietro e da S. Maria Nuova.

A proposito di luoghi di culto nelle cascine, bisogna tenere presente che quando nel secolo XIII, in seguito alla bonifica della Valle del Ticino sorsero le aziende agricole,  costituite da abitazioni per i coloni, stalle per le bestie, magazzini per il foraggio e i raccolti, il tutto accanto ai campi da coltivare, gran parte della popolazione della parrocchia di S. Pietro si stabilì in quelle località, dove si sentì il bisogno, data la lontananza dalla chiesa, anche di luoghi di culto, destinati alla preghiera e alla celebrazione della Messa festiva.

Un esempio di questo l'abbiamo alla cascina Remondata dove a detta di mons. Ambrogio Palestra esisteva già un Oratorio elencato nel sec. XIII.  La costruzione però che si vede tuttora risale al 1755 e fu voluta dalla signora Antonia Pusterla Marchesa Citterio. Nel 1756 il cardinale Giuseppe Pozzobonelli in Visita Pastorale, ha visitato l'Oratorio appena costruito. In questo oratorio si è celebrata la Messa festiva fin quasi la fine dell'Ottocento.  L'Oratorio fu dedicato alla B. V. Addolorata e parroco dell'epoca era Tomaso Azzimonti sotto la cui cura parrocchiale avvenne la nuova fabbrica della chiesa di S. Pietro.

Un altro esempio di oratorio campestre l'abbiamo nella "Gesa",  (Baraggia Chiesa) instrada Cassolnuovo. Si tratta di una costruzione tuttora visibile nella parte esterna,  sconsacrata all'inizio del Novecento. Anche questa costruita per le esigenze religiose delle cascine vicine come cascina Fontana Baraggia Roma e Baragetta.  L'iniziativa venne presa dai proprietari terrieri del luogo, gli Archìnto e si fece promotrice Camilla Stampa, moglie del conte Filippo Archínto, che tra l'altro era fratello di Giuseppe Archinto arcivescovo dì Milano dal 1699 al 1712.

La contessa Archinti, per tale scopo, rivolgeva una supplica alla Curia di Milano, il parroco don Carlo Antonio Croce (1646-1681) avvalorava là richiesta con là seguente lettera:

lettera del novembre 1661 :

« Nella visita fatta a giorni passati in questa Pieve di Abbiategrasso è mea cura insieme partecipar a V. Ill. ma a bocca il bisogno ché havevano molte anime di mia Cura habitanti alle Cassine nella Valle d'Abbiategrasso sì per la quantità di quelle,  come per la lontananza ché di due o di tre miglia,  e più ancora dalla comodità di sentir la messa alle feste, et di frequentare la dottrina cristiana: à segno tale che non solo ne tempi d'inverno e di pioggia, nevi e venti bona parte perdono la messa, ma tutto l'anno non si vedono mai alla dottrina cristiana,  mercé la lontananza, dico che dopo haver fatto il viaggio per la messa il ritornarsene alla dottrina cristiana, è a loro impossibile: Ill. mo

Signore l'esser quest'anime à me raccomandate da Dio come fece al mio titolare e Protettore San Pietro con quelle parole "pasce oves meas, quas sanguine meo redemi" e vedendo ogni giorno che molti di quelli non sanno le cose necessarie alla sua salute,  e a dirla con mio estremo dolore homeni ch'hanno la testa e non sanno il Pater Noster e Credo; questo mi obbligo a significare il tutto a Vs. Ill. ma come al Curato Zelantissimo di tutti li Curati di questa Sua Diocesi, acciò cooperi sol Suo zelo et mezzi,  a soccorrere alla necessità di queste genti come farò anch'io col farli fare un Oratorio pubblico nel mezo delle Cassine che saranno al numero di 40 Cassine per farli poi celebrare una Mesa festiva et esercire la Dottrina Cristiana. A questo effetto li Signori Deputati della terra di Abbiategrasso per istromento hanno donato il sito per fabbricare detto Oratorio,  con promessa di fare qualche altra elemosina ».  Il parroco ricorda poi la donazione degli Archinti di 400 soldi e così prosegue:

« Altri Signori particolari di Abbiategrasso hanno esibito qualche elemosina per questo effetto.  Resta solo che V.  Ill. mo conceda l'opportuna licenza di dar prencipio a quest'opera. . .  e il tutto si farà a honore a gloria di Dio e a beneficio di quelle povere anime.  che da lui furono redente,  benché poveri,  col suo pretiosissimo sangue. . .  ».

Come ho già detto sopra questa costruzione ha funzionato come luogo di culto fino alla fine del 1800 ed è giunto fino a noi il toponimo.

Trattando degli antichi luoghi di culto esistenti nel territorio della parrocchia di S. Pietro,  non si puo dimenticare la chiesa del convento dell'Annunciata. Questa,  edificata con l'annesso convento negli anni 1469-1472, venne subito frequentata dai fedeli per vari motivi.  I1 26 aprile 1472 viene redatto un diploma con il quale il duca Galeazzo Maria Sforza delega Paolo vescovo Eleneopolitano e Francesco di Baviera, castellano di Abbiategrasso,  di consegnare ai Frati Minori il Convento dell'Annunciata. I Frati Minori appartenevano all'Ordine direttamente fondato da S.  Francesco;   vennero poi i Conventuali e poi i Cap­puccini.

Le chiese officiate dai frati non esercitavano la "cura d'anime";  questa era affidata solo alle chiese parrocchiali, ma nelle chiese dei conventi, per la presenza di parecchi religiosi,  si celebravano tante Sante. Messe; non si celebravano Battesimi e Matrimoni, ma potevano celebrare i funerali e avevano anche il diritto di seppellire i morti nel loro cimitero. Da qui nascevano i contrasti con i rispettivi parroci dei defunti, ma poi tutto si accomodava perchè i frati dell'Annunciata si rendevano utili alle parrocchie per il servizio di assistenza spirituale e caritativa,  particolarmente per gli abitanti delle cascine.  Soprattutto du­rante le frequenti epidemie l'opera dei frati si rivelava tanto preziosa.

Basterebbe ricordare l'esempio di frate Giambattista Solario Miramondo che contrasse il morbo assistendo gli appestati alle Gabane e morì il 2 settembre 1630.

Ma era soprattutto la predicazione dei frati che attirava i fedeli all'Annunciata, perchè bisogna sapere che in questi secoli il clero secolare non predicava, tranne rare eccezioni. Il ministero della predicazione era affidato ai religiosi, specialmente i francescani: basterebbe citare S. Bernardino da Siena.

Un altro motivo che spiega la frequenza dei fedeli all'Annunciata era costituito dal fat­to che in quella chiesa si potevano lucrare le Indulgenze. Il papa Sisto IV con Bolla in data 29 aprile 1473 concede in perpetuo dieci anni e altrettante quarantene a chi, pentito e confessato, visiterà la chiesa della SS. Annunziata fuori di Abbiategrasso nei giorni festivi dell'Annunziata di Maria Vergine e del Padre Serafico Francesco d'Assisi.

Naturalmente tutto questo è caduto con la sconsacrazione del Convento e della chiesa, sì, perchè la chiesa dell'Annunciata, a differenza delle altre chiese di Abbiategrasso, era stata con­sacrata il 30 agosto 1477 da Antonio De Catijs vescovo Salonense e canonico della cat­tedrale di Novara, con licenza del Vicario generale dell'arcivescovo di Milano Stefano Nardini cardinale (1461-1484). Nella mensa dell'altare maggiore vennero collocate le reliquie di S. Bartolomeo apostolo,  S.  Lorenzo martire, S. Barbara, S. Teodosio e S. Apollonia. Era presente il Reverendo frate Cristoforo Scaccabarozzi di Milano, degnissimo guardiano del Convento.

Il convento dell'Annunciata,  che era riuscito a superare lo scoglio delle riforme ecclesiastiche di Giuseppe Secondo, l'imperatore "sagrestano", venne travolto dal rullo compressore di Napoleone e nel 1810, soppresso il Convento, anche la chiesa subì la stessa sorte e tutta la suppellettile venne venduta e dispersa. Si trattava di arredi sacri, paramenti, statue, quadri. Forse sono arrivati a noi la statua di S. Fermo, che era in S. Maria, i quadri della Via Crucis, che sono ora nella chiesa del S. Cuore e la cassa dell'organo che finì nella chiesa di Castelletto. Vennero vendute anche le due campane lasciando la cella campanaria come una bocca sdentata. Come sarebbe bello ridare la voce a quel campanile che ha chiamato alla preghiera generazioni di frati e di fedeli, collocando una campana per i rintocchi delle ore.

Nel 1811, tramite la Congregazione di Carità, il convento divenne sede della sezione maschile degli ospiti della Pia Casa. La chiesa, limitata alla parte che faceva capo all'al­tare di S. Fermo venne adibita per il servizio liturgico dei ricoverati; abbandonando la zona presbiterale e demolendo le tre cappelle laterali, fu mantenuta l'ortaglia circostante,  che divenne un importante aiuto economico per il Pio Luogo.

In seguito è cominciato il degrado che era sotto gli occhi di tutti in questi passati decenni finchè arrivo il momento della risurrezione di questo complesso architettonico per il godimento degli Abbiatensi e non solo.

                          

 Nell'elencare la suppellettile trasferita dall'Annunciata ad altri luoghi di culto, dopo la soppressione del convento, ho tralasciato, di proposito, di accennare ad un quadro che certamente era in tale chiesa e, forse, anche ad un altro manufatto che là era custodito e venerato.

Il quadro, come ben si sa, rappresenta la "Beata Vergine degli Angeli", opera attribuita a Giambattista Crespi, detto il Cerano, eseguito negli anni 1592/1593.  Riguardo a questo quadro lascio ai competenti di disquisire sul suo valore artistico, io mi limito a trattare del suo significato devozionale.

Il soggetto del dipinto riguarda i cosiddetti "cordiglieri", ossia quei laici che coltivavano la devozione a S. Francesco d'Assisi e che, come distintivo portavano il cordone tipico dei francescani.

Dante stesso nella Divina Commedia mette in bocca a un personaggio incontrato la seguente frase: "Io fui uomo d'arme, e poi fui cordigliero". Furono chiamati cordiglieri anche i membri del club rivoluzionario fondato da Danton nel 1790, perchè aveva come sede un ex convento francescano.

Niente però di tutto questo per gli iscritti all'Arcicofraternita di Assisi, che nella chiesa dell'Annunciata avevano la loro sede in una delle tre cappelle laterali, poi demolite. Il quadro era collocato sopra l'altare, davanti al quale si radunavano i "cordiglieri" per le loro devozioni. Il quadro dopo la soppressione del Convento fu portato alla parrocchia centrale di S. Maria e, dopo un periodo di abbandono,  adesso è tornato alla luce.

E' mia opinione che anche il Crocifisso, collocato a destra dell'ingresso in S. Bernardino, provenga dall'Annunciata. Questa mia opinione è suffragata dal fatto che il Crocifisso in questione che, durante il restauro, ha rivelato la data di esecuzione(1690), è di sicura provenienza da un luogo di culto di Rito Romano. In realtà si tratta di una scultura che ha le braccia snodate e gli occhi mobili.  Questo mi fa pensare alla cerimonia del Venerdì Santo, tipica del Rito Romano, quando,  durante la commemorazione della morte del Signore, il celebrante stacca la figura del Cristo dalla croce lo adagia su un piano e raccoglie le braccia sulla parte anteriore della scultura.

Ma c'è un altro motivo che mi fa propendere per tale provenienza. Il fatto che questo Crocifisso non ha avuto la collocazione "onorifica" in una cappella.  Fu invece collocato in un vano, che dalla piantina della chiesa di S. Bernardino risalente al 1689,  è detto "vestibolo vicino alla cappella di S. Mauro".  Questo mi pare sufficiente per dire che quel Crocifisso proviene dalla chiesa dell'Annunciata, o da altra chiesa di Rito Romano e che, comunque, in origine non era collocato in S. Bernardino.

E' vero che, tale immagine fu in seguito tanto venerata, anche perchè la sua collocazione accanto al sepolcro dei "giustiziati ", ha mosso a pietà i devoti abbiatensi.

                    

E' passata inosservata sulla stampa locale la notizia della morte di S. E. Mons. TERESIO FERRARONI avvenuta a Lecco il 4 settembre scorso.

Desidero ricordarlo in questa rubrica mensile perchè è pur sempre un figlio della nostra terra e che ha fatto onore a questa nostra non sempre apprezzata "Bassa".  Teresio Ferraroni nacque a Gaggiano nel 1913, ordinato prete a Milano nel 1936.  Dopo un breve periodo di insegnamento presso il seminario di Seveso, visse per molti anni a Lecco come insegnante di religione al Liceo e assistente delle ACLI.  Dal 1958 al 1965 fu Prevosto di Sesto San Giovanni, quindi Vicario Episcopale della nostra zona, Vescovo ausiliare del Card. Colombo e Provicario generale dell'Arcidiocesi di Milano. Nel settembre del 1970 venne nominato Vescovo coadiutore di Como con diritto di successione al Vescovo titolare Mons. Felice Bonomini.

Tre anni dopo, ancora in presenza di Bonomini, assunse la guida della diocesi in qualità di "amministratore apostolico", fino a diventare titolare della sede di Como nel 1974. Rimase in diocesi fino al 1988 quando, per raggiunti limiti di età, rassegnò le proprie dimissioni e si ritirò a Lecco. E' tornato alla casa del Padre martedì 4 settembre 2007.  Ricordiamolo nella preghiera.

Riflettevo su questa morte anche in concomitanza della elevazione all'Ordine episcopale dì ben sei preti della nostra Diocesi di Milano, originari sì di questa nostra Chiesa milanese, ma geograficamente abbastanza lontani da noi. Tra questi c'è anche il nostro Vicario episcopale, Mons. Mario Delpini, completamente ignaro fino ad oggi; della nostra zona. Però, pensavo, anche la nostra è stata terra di vescovi.  Mi si affacciavano alla mente i vescovi da me conosciuti e nati in questa "Bassa".  Penso a Mons. Luigi Arrigoni, nato a Ticinello di Morimondo e morto Nunzio Apostolico a Lima in Perù, Mons. Anacleto Cazzaniga di S. Pietro di Abbiategrasso, morto Arcivescovo emerito di Urbino, a Mons. Teresio Ferraroni, di cui sopra, Mons. Francesco Bertoglio nato a Magenta, vescovo ausiliare di Milano,  Mons.  Alessandro Maggiolini di Bareggio, attualmente Vescovo emerito di Como.

Risalendo più in su nel tempo non posso tralasciare di ricordare Mons. Giuseppe Maria Bozzi, vescovo di Mantova.  Precisamente a Mantova è andato uno dei sei preti ordinati il 23 settembre Mons. Roberto Busti, prevosto di Lecco.

Di Mons. Bozzi riporto dal "Quadrante Padano" i seguenti dati biografici.

Giuseppe Maria Bozzi, vescovo di Mantova dal 1823 al 1833, nacque in una famiglia della Bassa milanese. Il padre, Giovanni Antonio,  risiedeva alla cascina Mottaiola di Rosate e nel 1767 aveva sposato Maddalena Belloni, originaria del vicino paese di Casorate. Rosate e Casorate, come Abbiategrasso, erano allora località prevalentemente rurali, dove un intenso sentimento religioso permeava e regolava la vita individuale come quella collettiva. Nei tre borghi ricordati avevano anzi sede altrettante Pievi, cioè le istituzioni ecclesiastiche create secoli addietro per la diffusione del cristianesimo nel contado. E proprio quel triangolo del milanese era destinato a diventare la terra di missione di Giuseppe Maria Bozzi.

Il futuro vescovo di Mantova nacque dunque alla cascina Mottaiola di Rosate il 7 gennaio 1772. Entrato adolescente nel seminario milanese, a soli 23 anni non solo è diacono ma ha gia conseguito una laurea in Teologia Morale nell'Università di Pavia. Esercita il ministero nel cenobio milanese di S. Eustorgio, nel collegio degli oblati di Rho e presso la chiesa prepositurale della nativa Rosate, dove si presta per l'insegnamento della Dottrina cristiana. Nel 1796 viene ordinato sacerdote e dopo soltanto sei anni nel 1802 viene nominato Prevosto della chiesa di S. Maria Nuova di Abbiategrasso; ha da poco compiuto trent'anni. In questo borgo resta fino al 1816, quando viene nominato Prevosto di Casorate. Qui si impegna soprattutto nell’ingrandire la prepositurale di S. Vittore e nel 1823 lo coglie la nomina episcopale.  Mantova faceva parte dell'impero austro-ungarico e la scelta del Bozzi viene fatta dall'imperatore Francesco I° d'Austria e consacrato dal Papa Pio VII.  A cinquant'anni Don Giuseppe Maria prende possesso della diocesi mantovana,  "preceduto da ottima fama per le doti dell'animo e della dottrina", come si legge in una relazione del tempo. In terra ambrosiana si erano apprezzate le doti del carattere, risoluto e tuttavia cordiale, ma per la nomina influì anche l'essersi temprato al clima "crasso" della Bassa lombarda, giudicato assai simile a quello mantovano (aria insalubre era giudicata quella di Rosate). I1 solenne ingresso a Mantova è del 31 agosto: "La città tutta - si legge in una relazione della polizia austriaca - per impulso spontaneo diede pubbliche dimostrazioni di gioia per sì fausto avvenimento".

Ma, dopo qualche anno, è proprio la salute a venire meno. Nel 1828 Mons. Bozzi si ammala e nell'anno successivo non è più in grado di governare la diocesi. Muore il 14 dicembre 1833, senza essersi più ripreso da quella infermità; nomina erede universale il Seminario mantovano e viene sepolto nel coro della chiesa cattedrale.

                       

Dopo d'aver ricordato e descritto gli oratori (chiesette) costruiti nelle cascine è doveroso dedicare una attenzione all'oratorio (ora scomparso) all'interno dell'abitato del sobborgo di S. Pietro, ossia la chiesa di S. Eusebio, sede della Confraternita dei Dodici Apostoli, denominata in seguito anche di S. Eusebio e della Madonna delle Grazie. .

Tralasciando di parlare delle Confraternite e della loro importanza avuta nei tempi passati nella vita delle parrocchie (di questo ho già parlato in uno scritto precedente),  voglio dire una parola sul santo cui la chiesa fu dedicata.  Si tratta senz'altro di S. Eusebio di Vercelli, venerato in modo particolare dal popolo longobardo e questo ci assicura dell'epoca di costruzione di tale chiesa, ossia l'alto medioevo. Si potrebbe pensare anche a S. Eusebio, diciannovesimo vescovo di Mila­no (449/462), benemerito per aver rincuorato i milanesi dopo l'invasione degli Unni, che avevano saccheggiato e distrutto la cattedrale, fatta ricostruire appunto da Eusebio.  D'altra parte la Bibliotheca Sanctorum enumera ben 42 santi col nome di Eusebio.  Dunque i Longobardi costruirono nel sec. VII/VIII tale chiesetta che soltanto in seguito divenne sede di confraternita.

Della primitiva costruzione nulla è arrivato a noi, anche se qualche muro esistente in un cortile di corso S. Pietro potrebbe far pensare di riferirsi a tale edificio.  S. Carlo venendo in Visita Pastorale nel 1567 fece visitare una chiesa nel sobborgo di S. Pietro, antichissima e dedicata S. Eusebio, ma quasi completamente rovinata, per cui ne ordinò la demolizione. .

In realtà la chiesa venne riparata o riedificata in modo da potere essere ancora ufficiata ed è da allora che diventa sede di Scuola di Dottrina Cristiana, diretta dagli Scolari dei SS. Dodici Apostoli, che seguivano la Regola dei disciplini, avendo come distintivo l'abito bianco in onore della Beata Vergine Maria, la cui statua era venerata sull'altare, mentre sotto la mensa dell'altare si venerava il corpo di S. Restituta.

S. Carlo che aveva autorizzato la ricostruzione della chiesa nel 1S77 aveva dato delle sagge norme per non contrastare la vita della parrocchia, come la proibizione di celebrare funerali in tale chiesa e non avere sepolcri, ma durante la costruzione della chiesa di S. Pietro (1753/1763) S. Eusebio divenne sede per le funzioni parrocchiali. Nel 1803 in seguito alla soppressione delle Confraternite, tale chiesa, sconsacrata divenne sede della gendarmeria e poi della caserma dei carabinieri, chiudendo così una pagina sacra tanto gloriosa.

                        

Riprendo da dove ho lasciato (dovuto all'intervento per l'asportazione della cataratta da ambedue gli occhi), l'elenco degli oratori presenti all'interno dell'abi­tato urbano della parrocchia.

Parto, naturalmente, dalla chiesa di Villa Sanchioli (ora Villa Comunale). Si tratta di un piccolo edificio di culto, inserito nel complesso della costruzione e che serviva per i proprietari della villa. Attualmente l'oratorio è sconsacrato, il sepolcreto che conservava le reliquie dei Santi nella mensa dell'altare, risulta vuoto. La pala dell’altare raffigurante la Madonna con il Bambino Gesù sulle ginocchia avente al lato destro S.Carlo Borromeo e al lato sinistro S.Giovanni Battista, è conservata in Mu­nicipio nella sala consigliare. Della suppellettile sacra non rimane più nulla, ma sono interessanti le scritte alle pareti.

Sopra la parete dell'altare: 

DEIPARAE  SINE  LABE  CONCEPTAE

(alla madre di Dio concepita senza peccato)

Nella controfacciata: 

OB HONOREM  REGINAE  VIRGINUM  NOVITER  EXTRUCTA

(ricostruita nel 1765in onore della Regina delle Vergini)

Sopra la porta laterale che immetteva nella sacristia: 

IMMACULATAE  VIRGINI  DICATA  NOVOQUE  DECORE  EXORNATA MCMXXX

(dedicata alla Vergine Immacolata, di nuovo decorata - 1930) 

Nella parete sinistra dell'oratorio è murata una lapide con la seguente scritta: 

PACE  IN  XSTO

AL  SACERDOTE  ANTONIO  ALIPRANDI,  BENEFICIARIO  TITOLARE  DI  QUESTA  PREVOSTURA,  DI  CUORE  FACILE  PROCLIVO  ALLA  BENEFICENZA  CHE  NEL  GIORNO  22 APRILE 1845, SPIRANDO  CO  LA  RASSEGNAZIONE  DEL  FORTE  LEGAVA,  A PERENNE  RISTORO  DE'  POVERI  LANGUENTI  UNA SOMMA CAPITALE.  L'EREDE  NIPOTE  CARLO  SANCHIOLI  ETERNA  IL BEN  DEGNO  SALUTO  DELLA  RICONOSCENZA. 

Alla parete di destra un'altra lapide ha la seguente scritta: 

TERESA  SANCHIOLI  NATA  ALIPRANDI  D'ANNI 23.

CRUDO  MAL  MI  TRASSE  A  MORTE.

MA  IN  TE  SPERO  O  MIO  SIGNORE

MIGLIORATA  LA  MIA  SORTE

 LA'  NEL  SEN  D'ETERNITA'.   

                       

BENEDIZIONE  DELLA  NUOVA  EDICOLA

DELLA  MADONNA  DI  CARAVAGGIO

"Fede e amore di popolo vollero questo segno sacro"

Queste parole sintetizzano molto bene le vicende della cappellina posta all'angolo di via Caprera con via XXIV Maggio. Infatti si tratta della terza ricostruzione realizzata sullo stesso posto.

La prima costruzione risale al 1740 quando la Confraternita di S.Pietro la volle per servire da sosta durante la processione eucaristica nella festa del Patrono. L'area per la edificazione fu offerta dal proprietario marchese Pietro Citterio, in località detta anticamente "Antiquaglio". Il marchese Citterio era discendente della famiglia che già aveva edificato l'oratorio dedicato all'Addolorata presso la cascina Remondadella. Si trattava allora di un piccolo edificio a pianta quadrata, avente sulla parete di fondo un dipinto raffigurante la Madonna tra i santi Pietro e Paolo. Nel 1938 i fedeli vollero sostituire la precedente immagine, ormai scolorita, con l’icona della donna di Caravaggio. Quando la Nestlè, acquistata l'area dai fratelli Meloni, che erano proprietari, costruì il nuovo stabilimento, demolita la vecchia cappella, ne fece costruire una nuova, mantenendo la stessa dedicazione alla Madonna di Caravaggio. L'affresco sulla parete fu eseguito da un certo pittore Milani e, quando con il trascorrere degli anni, l'immagine si era alquanto sbiadita, venne rinfrescata dal pittore De Paoli di Albairate, durante l'anno mariano del 1987.

Con la costruzione del complesso abitativo immobiliare, da parte della Cooperativa Edilizia Monteverde ACLI, si rese necessaria la demolizione della cappella e di conseguenza l'edificazione della nuova. La Cooperativa si accollò la spesa e così oggi possiamo ancora ammirare e venerare la Madonna di Caravaggio.

Il progetto è dell'architetto Marco Biglieri, che ideò una costruzione aperta e luminosa; la decorazione, mosaico compreso, la si deve al genio artistico del Signor Raffaele Beretta di Albese (Co), pittore e scultore.

La nuova edicola venne inaugurata e benedetta la sera del 23 maggio scorso e il tutto è apparso di felice gradimento ai numerosi fedeli presenti alla cerimonia. La fedele riproduzione della scena dell'apparizione della Madonna alla Beata Giannetta il 26 maggio 1432 a Caravaggio, appare in tutto il suo splendore mediante i colori dai riflessi dorati del mosaico.

Adesso c'è da augurarsi che i vicini del quartiere e i numerosi passanti (l'edicola è posta alla confluenza di ben cinque vie), rivolgano uno sguardo e recitino un saluto orante a Colei che ci ha dato il Signore Gesù e che continua a mostrarsi madre nostra.

                       

A completare l’elenco degli oratori privati esistenti nel territorio della parrocchia di S.Pietro bisogna aggiungere quello di palazzo Arconati.

Dice il Palestra: "La più importante costruzione rimastaci del '500 è il Palazzo Arconati, un tempo dimora fastosa di una delle più antiche famiglie nobiliari lombarde. Il palazzo, costruito dai nobili Capitanei di Arconate, già esisteva nel 1559. Marcantonio Arconati dispose per la costruzione dell'oratorio, detto di S.Maria delle Grazie, costruito poi dal figlio e benedetto il 21 novembre 1640".

In quel tempo la presenza di un oratorio accanto al palazzo non solo si prestava per le pratiche religiose, ma aggiungeva anche prestigio al casato. In più per gli Arconati c'era il fatto che solitamente veniva scelto tra i componenti della stessa famiglia la carica di priore della Confraternita. Si spiega allora perchè l’urna con le reliquie di S.Restituta venne portata all'oratorio di palazzo Arconati.

Dal Diario Abbiatense del Saini: "1891. Informazioni Rovere Bartolomeo. Il sarcofago di S.Restituta era nell'Oratorio di S.Eusebio e Bartolomeo. Soppressa quella chiesa, passò nella chiesiola del Marchese Arconati al Palazzo. Nel 1839 il Marchese Arconati lo cedette alla chiesa di S.Maria Nuova dove fu trasportato con solenne processione."

Nella nota sottostante si dice: "La notizia è esatta, perchè nella Civica Raccolta Stampe si conserva un'incisione del 1740, raffigurante la teca del corpo di S.Restituta, venerato nella chiesa di S.Eusebio di Abbiategrasso. L'incisione fu commissionata dal marchese Giuseppe Arconati, protettore della Confraternita di S.Eusebio".

Adesso è d'obbligo una digressione. Chi era S.Restituta?

L'Enciclopedia Sanctorum elenca sette sante con questo nome, quasi tutte di origine leggendaria; la più venerata è la patrona di Napoli e Ischia, ma anche questa non ha un fondamento storico. D'altra parte non ci dobbiamo meravigliare né tanto meno scandalizzarci.

Nel 16oo ci fu la riscoperta delle Catacombe romane e si pensava che tutti gli scheletri ivi rinvenuti fossero corpi di Santi. A questa convinzione si era arrivati anche osservando delle ampolle poste nei loculi accanto ai defunti, ritenendole dei contenitori del sangue dei martiri. In realtà si trattava di boccette colme di balsamo per aerare quegli ambienti sotterranei e rendere meno sgradito il fetore dei cadaveri.

Ci fu allora una gara da parte delle Confraternite per ottenere queste ritenute reliquie di martiri. L'autorità ecclesiastica, convinta come sempre che il culto delle reliquie è pur sempre un culto relativo, accolse di buon grado tali richieste, conferendo a quelle ossa dei nomi cristiani come: Innocente, Crescenza, Lucina, Vincenzo, Costantino, per restare ai santi venerati nella nostra zona e appunto Restituta che significa "restituita al culto pubblico". Sono i cosiddetti "santi battezzati " ossia cadaveri delle catacombe di cui si ignora il nome e di cui la chiesa ne permette la venerazione.

Conclusione? Continuiamo in questa prassi senza esagerazioni o fanatismi, ricordando che il culto di adorazione deve essere rivolto solo a Dio e la Madonna e i Santi sono venerati in quanto ci portano a Dio.

Salviamo allora la retta intenzione di quegli Scolari della Dottrina Cristiana che nel 1588 fondarono la Confraternita dei Dodici Apostoli nella chiesetta di S.Eusebio che accolse in seguito l'urna di S.Restituta.

Prima di chiudere questo capitolo sulle chiesette mi piace ricordare:

-  un oratorio dedicato all'Annunciazione alla Casilina per la famiglia Clerici

- un oratorio dedicato all'Immacolata alla Fontana per la famiglia Archinti (gia ricordato),

-  alla Rusca l'oratorio dedicato all'Assunta.

Non voglio tralasciare un piccolo oratorio domestico, piccolo ma grazioso, nel palazzo che fu degli Invernizzi in via Legnano e che adesso ospita l'associazione Terza Età.

Tutto questo è un invito a non dimenticare la presenza del sacro, o, se volete, la nostra identità cristiana di fronte alla sfida del secolarismo.

                       

Nello scorso mese di settembre ho riportato qualche notizia sul parroco Cesare Stopino (1590 - 1604). Dei suoi successori ho ricordato in modo particolare Tommaso Azimonti (1737 - 1773) perché durante i suoi anni di cura parrocchiale fu costruita la nuova chiesa. Ma di questo ho parlato diffusamente nel mio primo lavoretto pubblicato nel 1999.

Anche del parroco Giacomo Crosti ( 1773 - 1798) vi avevo fatto qualche accenno per il fatto che i suoi anni di permanenza in S. Pietro furono turbati dalla Rivoluzione Francese.

Voglio in questo mese soffermarmi sulla figura del parroco Carlo Crippa (1799-1803), quando andò prevosto a Primaluna in Valsassina.

Proprio nell'archivio prepositurale di Primaluna si trova la seguente memoria:

CRIPPA CARLO FRANCESCO GEROLAMO.

Di Merate. Nato nel 1755. Orfano in tenera età fu educato dallo zio, sacerdote Benedetto Crippa Rettore di S. Maria alla Noce. Continuò gli studi sotto la direzione dei P. Gesuiti nell'Università di Brera e nel Seminario di Milano.

Al Suddiaconato chiese ed ottenne la grazia di essere accolto nella Congregazione degli Oblati, ed aggregato al Collegio dei Missionari di Rho col titolo della Mensa di S. Sepolcro. Fu consacrato nella Cappella privata del Convento dei Carmelitani scalzi in Milano dal Carmelitano Mons. Cornelio Reina Vescovo di Ispaan, nella Persia.

Sacerdote Missionario nel Collegio di Rho dal 1779 in avanti si occupò di Sante Missioni, Esercizi Spirituali ed altre mansioni che gli vennero affidate dai suoi Superiori; in tale Istituto (é lui stesso che parla in terza persona in una cronologica autobiografia) perseverò fino al giorno in cui Iddio, per i suoi alti giudizi, permise la prima soppressione di quel Collegio ordinata dal Governo Francese il 13 ottobre 1798.

Essendo vacante in quel tempo la Parrocchia di S. Pietro presso Abbiategrasso, per non restare ozioso, procurò i requisiti di legge ed i voti del popolo per ottenere l'elezione a Parroco; il che avvenne il 10 Marzo 1799.Ottenuto, dopo l'istituzione canonica, il possesso della Parrocchia in nome della Repubblica Francese rimase ad Abbiategrasso per quattro anni non interi. E non avrebbe avuto cuore di abbandonare l'affetto di quella numerosa popolazione di circa 2. 400 anime, sebbene dispersa in 106 cascine, se le febbri cui andava soggetto più volte l'anno non lo avessero obbligato a procurarsi un posto in aria più salubre.

Tale posto fu Primaluna nella Valsassina benché qui vi abbia scapitato per altri motivi; parrocchia che ebbe per concorso ammessovi dal Rev. mo Mons. Bonanomi Vicario Gen. del Card. Gianbattista Caprara Arcivescovo residente in Parigi in qualità di Legato a latere della S. Sede. Non poté recarsi di residenza in Prevostura prima del 30 marzo 1803.

Fu il vero buon Pastore che si preoccupò di levare disordini ed abusi, fedele al dovere sino allo scrupolo, come lo si può vedere attraverso la sintesi storica. L'Orlandi di Pasturo, parlando di lui a proposito del passaggio della frazione di Piano dalla Parrocchia di Taceno a quella di Cortenova, lo dice uomo di una semplicità e ingenuità incredibile.

Forse l'affermazione può valere in ordine alla integrità morale non per il resto. Infatti venti anni di missione in mezzo al popolo ed al Clero, l'esperienza di due Parrocchie Prepositurali, le notti insonni trascorse al vaglio di documenti a cui Egli stesso accenna, le sue Memorie pratiche che tradiscono il carattere inconfondibile del Missionario di Rho - ed a cui si deve la possibilità base della stesura del presente lavoro - ed altre prerogative dello zelantissimo Prevosto, come la cura nel redigere più volte lo stato d'anime, provano il contrario.

Il Crippa, ottimo sacerdote e diligentissimo infaticabile amanuense, morì in Primaluna il 12 febbraio del 1832, e quivi fu sepolto.

                                

Del benemerito parroco Giuseppe Rodriguez ho parlato diffusamente nelle note pubblicate nel 1999.

Aggiungo solo un particolare: nel 1825 lasciando la parrocchia di S.Pietro per la prepositura di Corbetta,volle regalare alla Confraternita in segno di riconoscenza e stima otto torciere con impresso il proprio nome, da usarsi nelle solennità.

Riferendomi però a quegli anni voglio riportare qualche notizia che il Sajni ha riportato nel suo "Diario Abbiatense".

“Nel 1823 fu messo in opera il parafulmine dal fabbro abbiatense Pavoni sul campanile di S. Maria Nuova; ed il filo conduttore fu steso anche sulla sommità del campanile di S. Bernardino dal quale discende nel pozzo a lui accanto. Da quest'epoca nacque il proverbio dei campanili legati insieme.

26 maggio 1825. Giovedì dopo l'Assenzia alla mattina venne giustizia­to Luigi Mù di Cilavegna dell'età di 38 anni circa, benestante, portava una carabina di una sol canna, assaltava in Lombardia, ripassava il Ticino e fabbricava in Lumellina. Fu preso dal fittabile Origgi mentre ritornava a S. Donato in carrozza colla figlia e col cavallante in serpa; aiutato dai villici accorsi, fu strascinato in pretura legato dietro la carrozza. Giudicato per citazione direttissima, confessò alla fine d'aver chiesto e d'aver ricevuto pochi soldi; venne condannato a morte dalla giudicatura di Abbiategrasso. Imperava sul Lombardo - Veneto Francesco I d'Austria (secondo il proverbio dei tempi era chiamato: «Franceschin con al couvin», per dinotare la parrucca allacciata dietro la nuca che ancor si costumava). Oltre la gendarmeria di presidio, vennero qui mandati 50 cavalieri di campagna, milizia irregolare a guardia dei confini. Tre giorni dopo, alla mattina, venne tratto dal carcere a mani libere ma ben guardato e condotto a S. Bernardino per le ultime pratiche religiose amministrate dal prevosto Lattuada; indi accompagnato dal coadiutore di S. Pietro (i1 coadiutore di S.Pietro era Don Pietro Vigevano) venne ricondotto in Giudicatura dove un carro da campagna tirato da due cavalli attendeva il condannato.

Quivi furongli legate le mani davanti al corpo. La piazza era accerchiata dalla cavalleria, la gendarmeria accompagnava il paziente dall'un all'altro posto. In Giudicatura le persone più cospicue del borgo alzarono il con­dannato che era vestito decente con marsina corta e lo accomodarono se­duto sulla panca del carro, postosi a lato il coadiutore di S. Pietro per gli ultimi conforti. Il carnefice mandato da Milano vestito scrupolosamente di nero, era a cassetta col cocchiere. Il treno si mosse, un drappello di caval­leria precedeva, ai fianchi gendarmi a piedi e cavalleria, ed altro drappello di cavalleria chiudeva il lugubre corteo. Le finestre ed i poggioli erano pieni di curiosi, la terrazza della casa del dottor Moro era gremita di signori e signore, i monelli corsero di filata al luogo del supplizio e si accapparrarono tutti gli alberi all'ingiro. La fossa era piantata nella località detta il Crocione sulla strada Chiappana, essa rimaneva sull'angolo della viuzza che mena al Profondo per cassina Fontana. Il condannato che fermo e tranquillo fece tutto il percorso, quando scorse lo strumento del supplizio piegò la testa sul petto del buon sacerdote che gli metteva per testamento il crocifisso davanti agli occhi, come per nascondersi più che gli fosse stato possibile la vista del patibolo. Quivi trasportato sullo sgabello e allacciato, venne lanciato nel vuoto. Sotto di sé era aperta una fossa che si inoltrava nell'angolo del prato.

Rimasti a guardia i gendarmi, a sera si tagliò il laccio ed il corpo cadde nella fossa, i necrofori fecero il loro ufficio ed una croce venne infissa in terra su quell'angolo. Col tempo crebbe costì una piantaggione di pioppi ed in luogo della croce deperita, si inchiodò una crocetta di legno sul pioppo che corrispondeva al tumulo di Luigi Mù; in questi ultimi tempi fu atterrata detta piantaggione e con essa la pianta che portava la crocetta. Tutte le spese di supplizio, compresa la corda per l'impiccagione, era costume dell'Austria di farle pagare al condannato; così il governo sardo dovette obbligar la famiglia dell'estinto a saldare la partita per suo tramite.

                        

La successione dei parroci di S.Pietro elenca dopo Giuseppe Rodriguez,Giovanni Rota (1826 - 1833) e Fedele Perego(1834 - 1855). Anche di questi due ho parlato diffusamente nelle, note pubblicate nel 1999.

Ora aggiungo a riguardo del parroco Perego un merito particolare per avere lasciato in Archivio parrocchiale una precisa descrizione dello "Status Animarum" (Stato d'Anime), dal quale ricavare le famiglie abitanti in parrocchia con il relativo domicilio.

Siamo nel 1834 ed è interessante confrontare questi dati con i parrocchiani attuali, quando ancora i sacerdoti in questo periodo, secondo la tradizione ambrosiana passano a benedire le case dalla parrocchia.

La parrocchia di S.Pietro era composta da: Sobborgo S.Pietro, Ripa del Naviglio, Cassine.

Il sobborgo comprendeva i numeri civici dal 214 al 247 dove erano le seguenti famiglie:

Casa rustica del Sig. Mariani

Casa civile del Sig. Mariani

Casa rustica del Sig. Don Siro Cattaneo e relativa casa civile

Casa Pianzola

Casa rustica del Sig. Carlo Oldani e casa civile del medesimo

Casa del Sig. Foi

Casa delli Sig.ri Gioletta

Casa del Sig. Scotti

Casa dell'Ill.mo Sig. Conte Anoni

Casa del Sig. Sguinzio

Casa del Sig. Quarti,della Piattina e un'altra del suddetto

Casa del Sig. Valsuani

Casa del Sig. Pio Gusberti

Casa della Sig.ra Kluzer

Casa Gusberti

Casa del Sig. Radaelli

Casa Parrocchiale

Casa ossia corte rustica Oldani e altre quattro simili

Casa del Sig. Rovelli

Casa del Sig. Curato Oldani

Imperial Regia Gendarmeria

Casa Coadiutorale

Casa del Sig. Pietro Cairati

Casa Pia degli Incurabili

 

LA RIPA DEL NAVIGLIO

comprendeva le abitazioni dal N.°252 al 259

Casa del Sig. Avv.to Sartiranna

Casa del Sig. Calderara e altra del medesimo

Casa del Sig. Tomasina e un'altra dello stesso

Casa del Sig. Avv.to Rossi

Casa Besuschio

Casa del Luogo Pio

 E' interessante notare come alcune casate sono scomparse, altre invece dello stesso nome sono tuttora presenti. In questo elenco non ci sono nomi di fittabili e contadini,questi erano nelle cascine, di cui presenterò l'elenco la prossima volta.

Notate anche la presenza di ben due avvocati alla Riva, il che sta a significare che le contestazioni e le liti c'erano anche allora.

                        

Mi sto occupando degli elenchi dello "Stato d'anime"conservati in archivio. Quello che ho pubblicato il mese scorso risale al 1834 ed è stato redatto dal parroco Don Fedele Perego (1834-1855). Questo è stato da me scelto perchè facilmente leggibile e riportava quelli redatti precedentemente.

Il primo “Status Animarum” è quello del parroco Giacomo Crosti (1773-1798) e risale al 1796 quando il parroco aveva 53 anni essendo morto nel '98 all'età di 55 ed aveva con sè un servitore, Giacomo Sommaruga di 29 anni.

Per quanto già pubblicato è doverosa qualche precisazione e aggiunta.

Anzitutto cosa si intendeva per "Sobborgo S.Pietro"?

Comprendeva l'attuale Corso S.Pietro, parte delle attuali via Curioni (fino a Caprera), via Magenta (fino alla Piattina), e l'inizio di via Legnano (che si chiamava strada per Robecco). A questo nucleo si aggiungeva il cosiddetto "circondario" che era formato dalle cascine e abitazioni al di qua del "dosso" (l'ultimo argine del Ticino), che non erano considerate sobborgo.

Si trovavano: la cascina Crivella Oldani , la Crivella Balocchi (onde la via Crivellino), la cascina Antiquaglio, la Pia Casa dell'Annunciata (nota Mario Comincini che: "il complesso conventuale dell'Annunciata fu alienato dal Demanio alla Congregazione di Carità di Milano con atto notarile del 18 gennaio 1811, per essere adibito a sezione maschile della locale Pia Casa degli Incurabili”).

All'epoca di cui sto narrando vi erano, oltre ai ricoverati, il portinaio Scandella Bernardo di anni 40 con moglie e otto figli. C’erano anche Don Giuseppe Galli, cappellano provvisorio, e Don Giuseppe Mettica, cappellano fisso.

Segue l'Ortaglia dell'Ospedale di Milano, la cascina Triangolo del Sig.Belli, lavandaio, la casa del Sig. Roveda, lavandaio, la casa del Sig. Belloni, lavandaio, la cassina Foletta del sig. Giuseppe Chierichetti

C'era una osteria nel sobborgo gestita dal Sig. Lavini e chiamata "Osteria di S.Pietro" o "Della Gatta". C'era pure una osteria alla Ripa del Naviglio di proprietà Calderara e si chiamava "Dell'Isola Bella".

Al di là del dosso, la parrocchia comprendeva tutti i "cassinaggi" della Valle.

Il numero di quei cassinaggi presenta qualche difficoltà. Il parroco Carlo Crippa (1799­1803) parla di 170, il Perego dice 130, chi scrive ne ha elencate 136.

Comunque alcune sono scomparse, altre hanno cambiato denominazione; con l'espandersi della città tante sono inurbate; c'è stata poi la divisione della parrocchia nel 1942, per cui è problematico precisarne il numero. Al prossimo numero l'elenco.

 

Tralasciando le "case rustiche" del Sobborgo e della Ripa del Naviglio,ecco l'elenco delle cascine della parrocchia S. Pietro disseminate nella Valle del Ticino.

Riprendo dallo "Status Animarum" del 1834 che ripete quello del 1796 e segue l'ordine alfabetico.

Arconati (cassinello)

Archinti (cassinetta)

Andreona (cassina)

Antiquaglio (parecchie abitazioni)

Baitocco (cassina)

Baraggetta Spinelli (cassina)

Baraggetta Plonni (cassina)

Baraggia Annoni (cassina)

Baraggia Roma (cassina)

Besozza (cassina)

Bellotta (cassina)

Bonellina (cassina)

Boschetto (cassina)

Brunengo (cassina)

Brugina (cassina)

Bertina (cassina)

Baraggia Bonati (cassina)

Crivella Oldani (cassina)

Crivella Balocchi (cassina)

Cassinello del sig.Avvocato Rossi

Colombirolo (cassina)

Cervia (cassina)

Cervia (cassina)

Cambiaghi (cassinello)

Cavallottta (cassina)

Cavallotella (cassina)

Canova Saronni (cassina)

Canova di Sotto del Luogo Pio (cassina)

Canova di Sopra del Luogo Pio (cassina)

Canova del Luogo Pio (cassina)

Cirasola (cassina)

Concordia ( cassina)

Confalonieri (cassinello)

Colombaia (cassina)

Cantagrilla (cassina)

Costa Oldani (cassina)

Castagnole (cassina)

Ciappana (cassina)

Cerina della Mensa (cassina)

Claretta (cassina)

Cerro (cassina)

Casè (cassina)

Doria (cassina)

Ex Convento Cappuccini

Erbieri (cassina)

Foletta ( cassina)

Fornasino (cassinello)

Fornace Coccini (cassina)

Idem

Fenini (cassinello)

Fontana (cassina)

Fraschina (cassina)

Gariboldi (cassinello)

Gabaglia (palazzo civile)

Gabaglia palazzo rustico)

Gusberti (cassinello)

Ginibissa Cambiaghi (Cassina)

Ginibissa Negri (cassina)

Gambarina (cassina )

Gajanella (cassina)

Gajana (cassina)

Gusmara (cassina)

Gennara (cassina)

Gabaglia (cassina inabitata)

Lucca (cassinello)

Mulinetto Saronno

Meraviglia Valsuani (cassina)

Mulino Comune

Mulino delle Monache

Monza (cassina)

Mulino Nuovo

Mulino Nuovo del Sig.Chierichetti

Morosina Bonamori (cassina)

Morosina Cambiaghi (cassina)

Mirabella (cassina)

Meraviglia (cassina)

Montebello (cassina)

Monte Rotondo (cassina)

Nicorini (cassinello)

Orcellera (cassina)

Prinanzina (cassina)

Pianzola (cassinello)

Pestegalla (cassina)

Pestegalla Zacconi (cassina)

Pietrasanta (cassina)

Pinchiroli (cassina nuova)

Poscallone (cassina)

Poscalletto (cassina)

Poscallo Negri (cassina)

Idem (cassina)

Poscallo Besuschio (cassina)

Pizzone (cassina)

Popola (cassina)

Prato Maggiore (cassina)

Panizza (cassina)

Pasta (cassina nuova)

Pratograsso (cassina)

Pazienza (cassina)

Pulesa (cassina)

Pellicera (cassina)

Quintanne (cassina)

Idem (cassina)

Rusca (cassina)

Rondanina (cassina)

Remondada (cassina)

Remondadella (cassina)

Ronchi (cassina)

In località S.Francesco

  Casa del Sig.Gabardini

  Casa del Sig.Mariani

  Cassinello del Sig.Conte Annoni

  Casa del Sig.Gittardi

Sora (cassinello)

Scocca Scaccabarozzi (cassina)

Sparmissa (cassina)

Sant'Anna ( cassina)

Stroppino (cassina)

S.Donato (cassina)

Triangolo (3 abitazioni)

Vecchia (cassina)

Valentino (cassinello)

Valperone (cassina)

Tenendo presente quanto sopra, le "cassine"(escluso il territorio Sobborgo e Ripa) si aggirano sul numero di 110. Ci sono anche 5 mulini.

All'epoca (1796)nella gendarmeria ci sono 9 individui compreso il comandante la brigata. In parrocchia oltre al parroco c'è un coadiutore don Rocco Marietti e altri due sacerdoti residenti in casa propria, Don Francesco Repossi e Don Giuseppe Mantelli.

C'era anche lo "speziale" Biagio Gallieni. Insomma c'era un po’ di tutto.   

 

                         

Tutte le cascine elencate nella puntata precedente fecero parte della parrocchia di S. Pietro fino al 1942, quando, alla morte del parroco Paronzini si stabilirono i nuovi confini parrocchiali tra S. Pietro e S. Maria.

Praticamente tutta la parte Sud della città venne asse­gnata a S.Maria (conservando l'interno della Fossa viscontea) e la parte Nord a S.Pietro. Anche le cascine subirono lo stesso criterio per cui alla parrocchia di S.Maria furono assegnate quelle derivanti da via-strada Ticino e rimasero a S. Pietro quelle di strada Prabalò e strada Cassolnuovo.

Una domanda: come era esercitata la cura d'anime in un territorio così vasto e tante abitazioni lontane non soltanto dalla parrocchiale ma anche tra di loro?

Ho gia detto che oltre alla chiesa di S. Pietro c'erano le sussidiarie: S. Rocco per la Riva, S. Maria Vecchia, che, pur essendo chiesa monastica, aveva una parte,  fuori dalla clausura, destinata ai fedeli, il convento dei Cappuccini, che aveva il diritto di celebrare le esequie (a questo proposito ecco la conferma che viene dalla morte del marchese Arconati:

"Giuseppe Arconati ,1686 - 1761, funerato ai Cappuccini venne sepolto nell'oratorio del suo palazzo,ove si pose la pietra sepolcrale:

D.O.M.

JOSEPHO ARCONATO MARCHIO

XV KAL.DECEMBRIS MDCCLXI

A Dio ottimo massimo e al marchese Giuseppe Arconati ,15 dicembre 1761)

E ancora la chiesa dell'Annunciata, essa pure chiesa monastica, ma aperta al culto esterno. A proposito di S. Rocco non dimentichiamo S. Rocchino, oratorietto costruito dopo la peste del 1507 per iniziativa di Antonio Sacchi, inserito poi nel palazzo Sacchi.

C'erano poi, come ho detto precedentemente, le tante edicole sacre disseminate nelle casci­ne, affreschi sui muri, quadri appesi, altarini. Voglio segnalare quello che forse fu l'ultimo edificato: all'inizio del sec. XX, il proprietario della cascina Scocca costruì la cappelletta di S. Gaetano in memoria del figlio Conti Gaetano morto a 16 anni. Non dimentichiamo poi che ci si trovava in un ambiente socio-culturale molto differente dall'attuale.

Il senso religioso era forte, la popolazione viveva della tradizione dei padri, la moralità pubblica, a differenza di oggi, era vigilata dalla autorità civile in collaborazione con quella ecclesiastica, la stessa penuria di mezzi materiali non permetteva eccessi di vizi (la droga? neanche si sapeva cosa fosse,almeno negli strati popolari).

In questo contesto svolsero la cura d'anime a S. Pietro dopo Fedele Perego, Bernacchi Giovanni (1856/1869), Trezzi Giuseppe (1869/1888), Paronzini Ottavio (1889/1942). Di Don Paronzini scriverò la prossima volta.

                                                                                                                                                VOLUI

                                      

I vecchi sanpietrini hanno conosciuto e ricordano ancora Don Ottavio Paronzini che fu parroco a S.Pietro per ben 53 anni, dal 29 settembre 1889 al 15 maggio 1942. Di lui ho gia parlato abbastanza diffusamente nelle note pubblicate nell’anno 1999; del resto in tante famiglie della passata generazione si conserva una pubblicazione stampata e diffusa nel 1933 in occasione del suo cinquantesimo di ordinazione sacerdotale; da lì attingerò altre notizie che pubblicherò in seguito. Ora voglio richiamare l'attenzione su qualche aspetto meno noto della sua vita.

Comincio con l'accennare ad un episodio che rivela la sua sensibilità di natura economica e sociale. L'occasione mi si è presentata da una lettera che ho ricevuto qualche anno fa e che viene qui di seguito riportata.

Gent.mo parroco,

sono un ricercatore di storia locale e mi sto occupando di un suo predecessore, don Ottavio Paronzini, che fu portagonista di uno sfortunato, ma ardito progetto riguardante la creazione di un'azienda modello a Montegrino Valtravaglia, ai fini della pubblicazione. Mi servirebbero delle informazioni dettagliate sulla sua attività di parroco ad Abbiategrasso. Vivo vicino a Roma, ma capito d'estate e per Natale a Montegrino, paese d'origine di Paronzini. Spero di fare operazione gradita inviandole il testo del progetto (è l'allegato), spero di risentirla presto, cordiali saluti,

                                                                                                        Enrico FUSELLI

 LA TRASFORMAZIONE DEL MONTE “BEDRONI”

Il protagonista dell'impresa: don Ottavio Paronzini

Si tratta dell'opuscolo, stampato a cura di don Ottavio Paronzini, nativo di Montegrino e parroco di S. Pietro di Abbiategrasso, con cui si proponeva di favorire lo sviluppo economico del paese di origine, con lo scopo anche di contrastare l'emigrazione verso paesi stranieri. L'esperienza di don Ottavio Paronzini durò dal 1913 al 1924; dopo questa data, il complesso di terreni da lui presi in affitto passò alla "Cooperativa Alpeggio".

Diamo di seguito il testo, avvertendo che quelli che possono sembrare errori non sono in realtà tali, ma forme tipiche dell'italiano d'inizio secolo. Ringraziamo i signori Giulio Moroni, per aver gentilmente messo a disposizione il testo dell'opuscolo (O. PARONZINI, La trasformazione del monte "Bedroni", Vigevano, Tipografia e Libreria Pio Istituto dei Derelitti, 1914), e Mariangela Rinaldin, per aver fornito la fotografia di don Ottavio Paronzini.

 LA TRASFORMAZIONE DEL MONTE “BEDRONI” ( 1 )

Il motivo

A Montegrino sul Lago Maggiore, come in moltissimi paesi della provincia comasca, è invalsa da tempo la consuetudine della emigrazione temporanea, specialmente nella Svizzera, Francia e Germania. Un tale fatto, se da una parte è considerevolmente vantaggioso pel denaro, che dall'estero s'introduce in patria, dall'altra è certo un gravissimo danno morale, per la innegabile corruzione del costumi di cui è causa. Padri di famiglia che per circa 7 mesi lasciano la propria casa, giovani che per altrettanto tempo dimorano in paese straniero senza guida, è troppo facile diventino preda del generate pervertimento. Ed i fatti lo provano duramente. Per non parlare del casi, per fortuna non troppo frequenti, di uomini che lontano si formano una seconda famiglia, quanti giovani per anni e anni non si fanno più vivi ai loro vecchi e bisognosi genitori o ritornano alle loro case con un piccolo gruzzolo di denaro, ma anche con un enorme bagaglio di idee sovversive, socialisti e magari nichilisti furibondi, rovinati di anima e di corpo!

Eppure mentre Gaetano Negri asseriva che la proprietà quanto più è piccola, tanto meglio avvince il cuore e difende dal socialismo a Montegrino sono quasi tutti piccoli proprietari.

Fu coll'intendimento di concorrere in parte a diminuire tal piaga nel mio paese nativo, che volsi l'animo alla trasformazione del monte delle Betulle, comunemente chiamato "i Bedroni". Pensai. Perché tutti gli anni tanti miei compatrioti devono lasciare la loro famiglia e mangiare il duro pane straniero? perché le nostre terre, pur abbastanza fertili, devono essere coltivate solo dai vecchi e dalle donne? perché i nostri monti devono restare sempre deserti e quasi infruttuosi? E osservai. Alla Svizzera vicina, come potei personalmente rilevare nel duplice viaggio compiuto attraverso di essa, il pascolo e l'allevamento sono sorgenti di lauti guadagni; il nostro governo dà forti incoraggiamenti e premi agli allevatori; enorme è la ricerca di tori e bovine, di buona razza.

Orbene la Provvidenza ha dato a Montegrino un tesoro finora nascosto, l'estesissima sua montagna, un vero Eden prealpino. Innumerevoli sorgenti d'acqua e più d'un metro di terreno coltivabile la rendono straordinariamente fertile, una completa assenza di burroni la fanno assolutamente sicura, l'accesso dovunque comodissimo, facile il percorrerla in ogni senso. E tanta abbondanza è di proprietà del Comune, e tutti i cittadini hanno diritto al libero pascolo. Di maniera che ogni famiglia potrebbe allevare sul fondo comunale per circa 7 mesi all'anno 2 o 3 vitelli di buona razza e rivenderli poi con tale guadagno, che il lavoro all'estero di altrettanti mesi non potrebbe certo eguagliarlo. E così in breve giro d'anni si potrebbe, usando buoni riproduttori, fare di Montegrino una piccola Schwyz lombarda. (continua)

                                      

LA TRASFORMAZIONE DEL MONTE “BEDRONI” (2)

All'opera

Riflettendo però che assai difficile sarebbe rompere la corrente migratoria e l'abitudine inveterata di trascurare i fondi per gli stabilimenti, se l'evidenza dei fatti non venisse in aiuto, pensai di seguire l'esempio del Divin Maestro, che incominciò prima a fare, poi a insegnare. Esposi dapprima il mio progetto di prendere in affitto parte della montagna comunale all'egregio sig. Sindaco, Luigi Pontevia, da poco creato cavaliere in occasione dell'erezione d'un monumento al nostro illustre concittadino, il pittore Giovanni Carnovali, detto il Piccio(1). Uomo intelligente egli intuì subito il gran bene, che ne poteva derivare al paese e l'approvò caldamente. Allora non trovando esempi né in libri né in giornali agricoli di simili contratti, dovetti lungamente lambicarmi il cervello per stenderne il modulo. Base della locazione è il pagamento al Comune di L. 500 annue, l'impianto ogni anno dalle 3 alle 5 mila piantine, fornite sul posto dai vivai governativi gratuitamente; la cessione senza compenso al Comune, scaduto l'affitto, d'ogni fabbricato e manufatto. Il contratto dura 25 anni, è rescindibile ogni anno per parte del conduttore, che può anche subbaffittare e far uso del legname della montagna per qualunque costruzione. L'appezzamento preso in affitto comprende tutta all'ingiro la parte più alta della montagna, la cui vetta ai Bedroni, raggiunge i 1000 metri sul livello del mare, coll'estensione di circa 350 ettari, dei quali la metà almeno è senza piante e senza bosco. Onde meglio dirigere l'impresa, senza mancare ai miei doveri di Parroco a S. Pietro in Abbiategrasso, mi aggiunsi due soci. Ma ardui quasi sempre sono gl'inizi d'ogni impresa né pronti i guadagni: fui lasciato solo e ne sono ben contento per la completa libertà acquistata. In paese però per opera degli immancabili sobbillatori, nacque una fiera opposizione. Vi fu persino un cotale che scrisse alla Prefettura di Como prospettando il pericolo che io intendessi ricoverare sui Bedroni un convento di frati espulsi dalla Francia. Ma il Sindaco ed i consiglieri, con fermezza tanto più lodevole quanto più rara, seppero tener testa alle inconsulte proteste e dimostrazioni popolari; il contratto fu approvato dall'autorità tutoria il 18 Maggio 1911 ed il Dott. Reggiori lo fece registrare a Luino il 7 Giugno dello stesso anno. 

I primi passi 

Fu prima mia cura incendiare una parte del pascolo, tutto orribilmente infestato da felci gigantesche, roveti, ginestre ed eriche, che lo ricoprivano letteralmente. Molte volte mi fu ripetuto che l’incendimento non giova a liberare un terreno dalle male erbe e piante. A me pare invece di dover distinguere dicendo: pretendere tal miglioramento unicamente dal fuoco è erroneo; pretenderlo dal fuoco, combinato con altre opere supplettorie è conforme a ragione, a pratica, a scienza. Quando non si trascurino le concimazioni, l'estirpazione degli arbusti e dei rovi, l'abbattimento ai primi di Giugno delle felci, la monticazione di numerose mandre, specialmente di pecore, è innegabile che l'azione del fuoco appiccato in tempo e giorno opportuno, ben guidato e custodito sarà sempre assai utile, anzi in molti casi necessaria, come nei terreni simili a quelli della montagna delle Betulle. Utile perché la fortissima quantità di cenere, che rimane sul terreno, contenendo circa 35 0y0 di calce, la quale è riconosciuta indiscussamente come il concime più efficace dei terreni umosi, serve mirabilmente a modificarne la costituzione chimica, a scomporre la materia organica, a rendere assimilabile l'azoto, a saturare l'acidità, a diminuire la compatezza, a favorire l'assorbimento dei perfostati, a mettere in libertà la potassa. Senza contare poi l'altro importantissimo vantaggio di far scomparire definitivamente l'erica, i roveti e gli arbusti. Necessaria perché lo strato di 10, 15, 20 centimetri di felce secca e di erica impedisce all'erba di crescere ed alle bestie di brucarla, e perché sarebbe ingiusto pretendere il trasporto in montagna della enorme quantità di calce occorrente.

Sui Bedroni il peggior nemico è la felce, che per avere profondissime radici, rinasce anche dopo il fuoco. Ma io non dubito punto che coi lavori sopra accennati e 4 0 5 incendimenti successivi si potrà aver ragione anche di essa. Sembrami infatti di poter fare questo ragionamento: la felce è una pianta selvatica, che per prosperare abbisogna di terreno selvatico; se noi miglioriamo il terreno colla calce, la felce dovrà naturalmente ritirarsi. Del resto anche il Bollettino dell'Istituto internazionale d'Agricoltura di Roma, mesi sono, annoverava l'incendimento come uno de’ mezzi più efficaci pel miglioramento de’ pascoli alpini. Finora tale operazione sull'intiero pascolo di Montegrino fu eseguita una volta sola. E l'effetto fu un visibilissimo aumento di erba, uno sviluppo più basso e rado delle felci, la scomparsa totale dell'erica e di molti rovi ed arbusti. Nell'ultimo parziale incendio del Marzo 1912 il fuoco sfuggito abbrucciò poche piante di bosco privato e comunale. Ma non fu mia la colpa, e forse il tempo più galantuomo degli uomini si incaricherà di rivelare i responsabili interessati. Basti dire per ora che il processo elevatomi cadde per inesistenza di reato; che il brigadiere delle guardie forestali di Cunardo, prima del suo rapporto incolpantemi, steso senza approfondire le ricerche, ebbe a dire "è impossibile che sia stato il prete"; che il Vice Ispettore di Varese sul posto, dopo pochi giorni, si manifestava convinto dell'assoluta mia innocenza; e dello stesso parere sono pure il Sindaco e quanti del paese conoscono uomini e cose. Del resto vidi io medesimo, sebbene non potei riconoscere per la lontananza, chi appiccava il fuoco. Ed è pure degno di nota che il fuoco fu appiccato al di sotto e fuori della zona della mia affittanza; in luogo quindi dove non poteva arrecare alcun vantaggio a me, ma solo ai confinanti, che sono tra i più furiosi avversari della mia impresa montana.       (continua)               

                                      

LA TRASFORMAZIONE DEL MONTE “BEDRONI” (3)

La strada d'accesso fu il secondo mio pensiero, poiché le strade sono le vene del commercio e della vita. La volevo carreggiabile, ma durante la mia assenza fu costruita solo mulattiera fino al principio dell’appezzamento concessomi in affitto, circa 3 chilometri. Da questo punto fino al luogo già scelto per la costruzione della casa e della stalla, io stesso con un solo giornaliero e in una sola giornata, tracciai colle paline quei due chilometri di ridente e comoda strada carrozzabile, che fu poi tosto praticata.

Quindi misi mano alla fabbrica della Casa d'abitazione su disegno dell’ora defunto capomastro Pontevia Giuseppe, che mi fu sempre largo d’assistenza e di consiglio. Ed essa spuntò come un fungo solitario sul leggero pendio di una splendida conca, donde si guarda di fronte la Valganna col suo Poncione ed il suo laghetto; più a destra lo scoglio severo ove s’annida la Madonna del Monte con a fianco il Campo dei fiori; e sotto la Valcuvia colla sua vedetta ardita, il S. Martino. È a due piani e misura 5 x 8: l’ho battezzata: “Alpe del Risorgimento”. Avendo osservato poco più sopra una infossatura acquitrinosa, feci praticare degli scavi, che misero in luce una sorgente perenne di ottima acqua, che con un tubo interrato trasmisi fino dinnanzi alla tettoia, dove costruii un abbeveratoio provvisorio, lungo 8 metri. E simile a questo un altro ne costrussi in altra parte del pascolo. A pochi metri, spianato il terreno, edificai la tettoia pure provvisoria, in aspettativa della stalla, pel ricovero della mandra. È lunga 30 x 4; le colonne sono di legno; la copritura è di lamiera zincata, de’ quattro lati, tre sono difesi da un assito, uno da spranghe di legno. In Agosto su vasta porzione di pascolo feci abbattere le felci colla falce, ricavandone però scarso risultato, perché questa operazione, al dire dei pratici, dev’essere eseguita quando le felci sono alte appena 10 o 15 centimetri, ottenendosi allora di sottrarre gli umori vitali al rizoma, che muore. Anche ai primi di Giugno di quest’anno 1913 inclusi nel contratto per la monticazione di 400 pecore, l’abbattimento delle felci; ma i pastori che dimorarono sul monte 20 giorni non mantennero il patto. Feci pure eseguire l’estirpazione de’ roveti e degli sterpi abbrucciati nell’incendimento antecedente; operazione che trovo assai più facile che non sui roveti e sterpi ancora vitali. Su parte dell’appezzamento ove furono tagliate le felci, feci anche la concimazione chimica con 200 lire di perfosfato minerale ad alto titolo, fornitomi per metà gratuitamente dalla Cattedra Ambulante d’Agricoltura di Como. L’effetto tuttavia fu poco notevole; credo avrebbero agito di più le Scorie Thomas, per la calce che contengono. Ai primi di Luglio del 1911 come del 1912 si incominciò l’alpeggio, il primo anno con 84, il secondo con 106 capi bovini. Furono lieti gli inizi; le bestie erano piene di vigore e molto in carne; ma poi scoppiò l’ematurie o pisciasangue, nel primo anno dopo 50 giorni colla perdita di una sola manza olandese, nel secondo dopo un solo mese colla perdita di 6 manze, 5 nostrane e una olandese. Taluni autori attribuiscono la terribile malattia che mena strage in quasi tutti i monti alla ingestione delle felci secche; altri ad una mosca chiamata zecca; altri alla forte infiammazione prodotta dalla indigestione causata dalla estrema avidità colla quale le bovine della pianura nei primi giorni di monticazione brucano le gustose erbe del monte. Di questa ultima opinione fu pure l’egregio Dott. Cominotti della Scuola Veterinaria di Milano, che, da me chiamato, venne sull’alpe a studiar la malattia ed a prendere il sangue di una manza morta e di una infetta. Anche i fratelli Vittadini di Milano, distinti agricoltori e allevatori accettarono questa diagnosi. Nei primi anni che essi conducevano la loro splendida mandra alla monticazione sulla propria alpe della Valsassina, perdevano annualmente sempre 10, 15, 20 capi per ematurie. Dopo infinite prove, adottarono il sistema di limitare il tempo del pascolo, in maniera che ne’ primi giorni le bestie smettessero di mangiare con un po’ di fame e prolungando poi gradatamente l’orario fino a lasciarle mangiare a sazietà. L’assuefazione all’erba montana, diminuendone la morbosa appetizione, eliminò naturalmente il pericolo della esagerata ingestione colla conseguente indigestione, infiammazione ed emorragia. Così arrivarono ad impedire quasi completamente il fatale ripetersi dei casi di mortalità per ematurie. Allo scoppiare della malattia, io avevo esperimentato le limonate con bicarbonato di soda, suggeritemi dal valente veterinario tedesco di Luino Dott. Urlemann; avevo provato a gettar abbondante linosa negli abbeveratoi. Ma tutto era stato inutile e avevo dovuto scaricar l'alpe.

È provato invece dalla pratica che le pecore non vanno soggette a questa infezione. Il Dott. Cominotti infatti, inoculato il siero del sangue di una bovina morta per ematurie a una vitella e a due pecore, ebbe morta la vitella e immuni le due pecore.

Infine nel 1913 sulla proprietà comunale, non però nell’appezzamento affittatomi impiantai 6 mila piantine, 5 mila larici e mille castani innestati forniti gratuitamente dai vivai governativi. E l’impianto fu eseguito con uno strumento nuovo pe’ nostri paesi, col foraterra, che è un grosso trivello, provveduto presso l’amministrazione della “Famiglia Agricola” di Brescia. L’attecchimento riuscì straordinariamente bene; poche piantine fallirono, sebbene la stagione dell’impianto fosse motto avanzata.

L’avvenire

È per verità nelle mani di Dio; ma un po’ anche nelle nostre; tanta che si dice “chi s’aiuta, Dio l’aiuta”. Quello che ho finora compiuto è già qualche cosa, ma poco davvero in confronto di quello che mi sta in mente ed è necessario di compiere. Innanzi tutto per la bonifica del pascolo occorre l’incendimento. Io mi impegnerò a indenizzare tutti i danni, che potessero avvenire per una eventuale fuga del fuoco, e ad eseguire quelle altre disposizioni che l’Ispettorato forestale e la Cattedra d'Agricoltura, trattandosi di pascolo, volesse però impormi, ne’ limiti della mia potenzialità finanziaria; ma senza l’aiuto del fuoco io dovrei deporre ogni pensiero di proseguire. La casa richiede ancora un muro di divisione nel piano terreno e nel superiore, parecchi serramenti, il soffitto, tavolo, sedie e attrezzi di cucina e di dormitorio. Tra la casa e la stalla dovrà trovar posto un locale per rimessa, ripostiglio, e scala d'accesso al piano superiore con ritirata. Sufficientemente ampia per almeno 100 capi di bovine per ora, e in posizione di poter essere allungata la stalla dovrà essere costruita in muratura, con pilastri e travature assai robusti per resistere alle nevicate ed ai venti. Si potrà approfittare delle lamiere zincate che ricoprono 1’at­tuale tettoia provvedendo il rimanente. L’ampiezza sarà di metri 40 x 8. In fondo alla stalla, dalla parte opposta alla casa il fienile per una riserva abbondante di fieno, da raccogliere nelle vicinanze cintate della casa.

La Concimaia in muratura coll’unico pozzo per le orine si troverà in fondo alla parte più bassa della stalla.

Un Pollaio per dar uova agli uomini di servizio.

Una Conigliera per dare ai medesimi un po’ di carne.

Un Orto Cintato per fornire loro la verdura vanno costruiti d' intorno alla casa.

Un Crotto o cantina internata nel monte per accogliere vino, birra, latte, anche pei turisti, e guadagno degli uomini di servizio, sarà formato poco discosto dalla casa.

Nella valletta vicina e sotto alla casa stessa, colla leggera spesa di un argine sul lato inferiore, potrà essere formato un Laghetto di metri 50 di lunghezza, 20 di larghezza, 5 di profondità, raccogliendo l’acqua dell’abbeveratoio, ove allevare buoni pesci pei pastori.

Sulla linea di confine dove è più facile lo sconfinamento delle bestie alpeggianti è necessaria una Siepe in vivo.

A giusti intervalli e in diversi punti del pascolo si costruiranno 6 o 7 Abbeveratoi in muratura o cemento, raccogliendo le acque delle numerose sorgenti, onde possano essere bevute non troppo fredde e ben pulite. Colle piantine fornite dai vivai governativi si dovranno formare vari Meriggi o boschetti ove raccogliere le mandre di giorno, nelle ore più calde, e magari anche di notte per miglior concimazione, con attorno forti siepi di sicurezza ovvero steccati. Partendo dalla sinistra della “Baita” sopra il bosco dei faggi verso la fontana detta “Foritt” esiste un Esteso bosco improduttivo di ontani selvatici. È necessario abbrucciarlo ed estirparlo per ridurlo a pascolo eccellente crescendovi l’erba a dismisura e potendosi facilmente irrigare. Nella splendida conca, che si distende sopra e sotto la casa, passati gli anni dell’incendimento, potrà essere impiantato, a scopo industriale, Un vasto pometo, il cui prodotto troverebbe facile smercio, per la fabbricazione del sidro, nella vicina Svizzera. L’attachimento e la fruttificazione non mancherebbe, come lo dimostrano le piante di meli che naturalmente e spontaneamente crescono e fruttificano.

Pei cacciatori formerò 3 boschetti su diversi posizioni di tamarindi selvatici, ginepri e taxus baccate.

Anche la strada potrebbe ridursi tutta careggiabile fino al paese colla spesa di circa 5 mila lire. La fiancheggerei, nel percorso della mia affittanza, con alberi di castano, onde ricavarne castagne da ridurre in farina per nutrimento de’ futuri vitelli d’allevo; al di sotto fino al paese con piante resinose alternate con tigli, a vantaggio dell’igiene e dell’apicoltura. Ogni anno saranno impiantate, come dal contratto d’affitto, dalle 3 alle 5 mila, la media cioè di 4 mila piantine, fornite dal governo. Anzi nello scorso 1912 avevo proposto al Comune di distruggere gli improduttivi boschi di noccioli, che sono ne’ confini della mia affittanza, impegnandomi a ridurli a pascolo alberato colle piantine governative. Ma la mia vantaggiosa dimanda fu respinta: si preferisce 5 oggi che 50 domani. La ripeterò, spero con esito migliore, anche pei tagli nuovi.

                                      

Termina la presentazione del progetto a favore del paese nativo di Montegrino da parte di Don Ottavio Paronzini.

LA TRASFORMAZIONE DEL MONTE “BEDRONI” (4) 

I vantaggi 

Quale immenso vantaggio pel Comune di Montegrino, se io, efficacemente appoggiato, giungerò al compimento dei miei progetti!

Dopo 25 anni possederà un’alpe modello da affittare a ben alto prezzo, tanto da esentare i suoi contribuenti da ogni tassa.

Sul terreno pubblico, oltre la casa, la stalla, gli abbeveratoi, la strada e le altre costruzioni prospereranno circa 100 mila piante di valore commerciale. Le sue casse si saranno rimpinguate con 12.500 lire.

E l'industria della villeggiatura, pur tanto lucrosa ed ora appena nascente e poco favorita, troverà una potente attrattiva nella facile, sana e panoramica passeggiata al monte. Inoltre la benefica trasformazione operata sull’alto del monte, influirà spero efficacemente, a indurre le autorità comunali, provinciali, governative a mettere mano anche alla trasformazione della parte inferiore, almeno di quella che guarda il paese.

È un appezzamento di parecchie centinaia di ettari di terreno eccellente, che ora a mala pena dà scarso e gramo pascolo a 40 o 50 mucche, mentre ridotto a pascolo alberato, potrebbe abbondantemente nutrirne un buon migliaio nel tempo della monticazione.

II mio intendimento pratico é questo: coi mezzi e le opere sopra indicati migliorare il pascolo dei Bedroni, esercitandovi per qualche anno esclusivamente l’alpeggio; poi instaurarvi l’industria dell’allevamento, specialmente di torelli di razza sceltissima, promovendola anche tra i privati.

Avrà buon esito la mia impresa? Profitterà l’esempio mio ai miei compatrioti?

Me l’auguro e lo spero, anche per l’aiuto di chi può comprendermi, non tanto nell’interesse mio, che senza tanti pensieri vivrei più tranquillo, quanto nel pubblico interesse morale e civile.

Abbiategrasso, 4 Dicembre 1913.

                                                                                        Sac. Ottavio Paronzini

                                                                            Parroco di S. Pietro in Abbiategrasso.

 

Bella la conclusione e l’auspicio di speranza di Don Ottavio, ma il progetto, per vari motivi, non si è realizzato.

Certamente avrà lasciato Don Paronzini deluso e mortificato, senza però aver tolto a lui la voglia e la grinta di continuare a fare il parroco a San Pietro.

Di quel progetto non si parlò più; prova ne sia che non ne fece nessun accenno sul Cronicon parrocchiale

                                                          

                                      

                                                                   

L'opuscolo da me pubblicato nel 1999 terminava con un riferimento a Don Antonio Gioletta, sacerdote nativo di S.Pietro e qui deceduto nel 1900, lasciando per testamen­to la casa paterna di Corso S.Pietro alla Parrocchia.

Voglio adesso riferire un particolare che lo riguarda in quanto parroco di Cassago Brianza.

Gli storici non sono ancora riusciti a identificare la località indicata da S.Agostino come "Rus Cassiciacum" Chi propende per Cassago Brianza, chi invece per Casciago nel Varesotto. E' una disputa che dura tutt'ora tra gli specialisti agostiniani. Nel "Rus Cassiciacum" Agostino si è ritirato per prepararsi al Battesimo, ospite di un tal Verecondo proprietario di una villa di campagna.

 

Un punto di favore per Cassago è la presenza di reperti archeologici che dimostrano un insediamento romano, ma per noi è interessante una lettera indirizzata a Don Gioletta da parte

 

 di Mons.Luigi Biraghi e conservata nell'archivio parrocchiale di Cassago. Trascrivo dal periodico "Terra Ambrosiana" il seguente brano:

Agostino lascia poco ad intendere, per quanto riguarda l'identificazione della località, favorendo la nascita di numerosissime ipotesi. La più famosa disputa sorta al tempo del Biraghi fu quella che lo vide in contrapposizione perfino al parere di Ales­sandro Manzoni. Quest'ultimo, che aveva candida­to un paese del Varesotto, Casciago, si ricredette - come attesta la documentazione conservata nell'ar­chivio parrocchiale di Cassago - convinto dalle argomentazioni prodotte dal sacerdote lombardo che ben conosceva la zona, poiché accompagnava abitualmente il vescovo Romilli durante le visite pastorali: fu proprio a Cassago nel 1850, dove ispe­zionò con cura il territorio e la parrocchia. Nell'archivio parrocchiale di Cassago è conservata anche una sua lettera del 1877 indirizzata al parro­co del paese, don Antonio Gioletta, che contiene l'iscrizione di un'epigrafe a testimonianza della memoria del soggiorno di Agostino nella villa di Verecondo: «In fine dal mio libro S. Agostino a Cassago ho raccozzato l'Epigrafe da mettersi in qualche muro a perpetua memoria di S. Agostino a Cassago». L'intento del Biraghi era quello di sotto­lineare che «il pensieroso S. Agostino fu qui, qui pregava, qui parlava di Dio, qui passeggiava pei colli...».

L'iscrizione dell'epigrafe raccomandata dal Biraghi vide la luce solamente nel 1986: fu collocata alla base del monumento dedicato a sant'Agostino e alla madre santa Monica che tanta parte ebbe nella conversione del figlio, nella ricorrenza del XVI cen­tenario del soggiorno del Santo in questo luogo.

Ecco il testo latino:

 

VERECUNDO

MEDIOLANENSI ET CIVI GRAMMATICO

AURELIUS AUGUSTINUS

RURI EIUS CASSIACO FERIATUS

UBI AB AESTU SECULI REQUIEVIT IN DEO

OB EGREGIAM ERGO SE HUMANITATEM

A MICI F A MILIA RISSIMI

M.F.

VALENTINO AUG. III ET EUTROPIO COSS.

 

La traduzione

A VERECONDO

CITTADINO MILANESE E MAESTRO DI GRAMMATICA

AURELIO AGOSTINO

SOGGIORNO’ NELLA DI LUI VILLA RUSTICA A CASSAGO

DOVE STACCANDOSI DAL RIBOLLIRE DEL SECOLO

MEDITANDO IN DIO SI RIPOSO’

PER L’EGREGIA OSPITALITA’ A LUI DIMOSTRATA

GLI AMICI PIU’ INTIMI POSERO A FELICE MEMORIA

SOTTO I CONSOLI VALENTINIANO AUGUSTO III ED EUTROPIO

 

NB. Il Biraghi, estensore della lettera inviata a don Gioletta, è Mons. Luigi Biraghi (1801 - 1879), esperto in archeologia cristiana; sulla sua indicazione avvenne il ritrovamento della tomba di S. Ambrogio nella basilica ambrosiana. Fu dichiarato beato nel 2006.

                                                                                                                                    VOLUI

                                      

Discorrendo del parroco Paronzini, non posso tralasciare di accennare al fratello, pure prete, Don Giovanni.

IL volume “Il Collegio Rotondi di Gorla Minore -1599/1999” nell'elenco dei docenti scrive:

"Paronzini Giovanni, nato a Montegrino Valtravaglia nel 1846, ordinato nel 1869. 1869/1920 insegnante di lettere nel collegio. 50 anni di sacerdozio e 50 anni trascorsi nelle aule scolastiche educando svariate generazioni al sapere e alle virtù cristiane. Morto nel 1920".

Don Giovanni, maggiore d'età di don Ottavio, fu utilissimo al fratello nei lavori di restauro della chiesa di S.Pietro, sostenendolo e incoraggiandolo per lo snellimento dei pilastri che sorreggono la cupola,contro il parere della Sovrintendenza, che ne temeva il crollo. Don Giovanni con l'aiuto dei docenti del Collegio, insegnanti di matematica e fisica, convinse Don Ottavio a proseguire nel suo intento.

Voglio anche qui riportare il ricordo stampato alla morte di don Giovanni Paronzini.

Per una certa assonanza di nomi,avendo nella puntata precedente fatto un accenno a don Antonio Gioletta,voglio riportare dal volume "PRODIGI" della Società Storica Abbiatense, un profilo su un altro prete nativo di Abbiategrasso di nome Gioletta.

DON GIUSEPPE GIOLETTA

Sul piano delle credenze e dei rituali legati ai preti, va ricordata la figura di don Giuseppe Gioletta (1825-1893), cappellano a Oggiono, di cui sopravvivono poche ma significative memorie, nella pratica e nel racconto di alcune persone. Esiste, nel cimitero del paese, un piccolo monumento "eretto colle spontanee offerte del popolo" dedicato a questo prete nato ad Abbiategrasso "che per 42 anni cappellano benedisse e beneficiò a tutti". Fino al 1994, quando la posizione del monumento fu consolidata, camminando nel viale centrale del camposanto, ci si accorgeva della pendenza all'indietro che caratterizzava la parte montante solamente di questa costruzione. Si trattava dell'effetto di un'abitudine ormai secolare, che poche persone ancora mantengono, di appoggiare al monumento di don Gioletta, specialmente la schiena, ma anche un ginocchio o la testa, per ottenere una guarigione, un miglioramento del loro stato di salute o anche una tutela preventiva.

Alcuni di coloro che praticano questo semplice rito non ricordano neppure il nome di questo prete, di cui conosco­no la tomba per la pratica tramandata dalla tradizione di famiglia ma di cui non sanno nulla. Del resto, al di là dell'elogio presente nell'epigrafe, pare non siano rimaste tracce scritte dell'opera di questo prete insolito. Poche e frammentarie sono le notizie raccolte su Gioletta dalle fonti orali: lo si descrive come un cappellano che aveva dato tutto ai poveri, e che perciò dormiva su una panca; altri lo descrive come dotato di senso pratico, "non un mistico". Aveva fama di taumaturgo, anche per il bestiame, e si chiedeva il suo intervento in caso di tempeste. Si diceva che fosse il diavolo a fargli volare il cappello con delle folate di vento, ma in questi casi il prete sentenziava sicuro che "il vento me l'ha tolto, il vento me lo riporterà". Tutto ciò confermerebbe l'immagine di colui che, in virtù del suo potere sacro, sa contrastare il maltempo. A conferma di ciò si racconta anche del fatto che quando, alla vigilia di Natale, la salma del prete giunse da Milano a Oggiono per la sepoltura, improvvisamente smise di piovere e il cielo si rasserenò.

Questo prete non è certamente una figura isolata nel passaggio tra Ottocento e Novecento, come dimostrano le ricerche su don Gervasini, il famoso prétt de Ratanà, che ricorda per vari aspetti don Gioletta: cappellano, oggetto di una devozione particolare sviluppatasi dopo la morte, capace di fornire protezione alle malattie del bestiame co­me don Gioletta, don Gervasini era prodigo di consigli, non sembrava usare tecniche di ritualità magica, mostrava doti divinatorie e poteva liberare dalla paralisi.

 

                     

 

                                      

A comprendere meglio la figura del parroco Paronzini può servire quanto scrisse l'allora don Anacleto Cazzaniga, professore in seminario a S.Pietro Seveso nel 1934 in occasione del cinquantesimo anniversario di sacerdozio di Don Ottavio.

APOSTOLO E PADRE

Ci sono figure così bene definite e chiare - e di solito sono le più belle - che non si possono mai rievocare senza rappresentarcele come fasciate di una luce caratteristica che le distingue e ne spiega i diversi atteggiamenti: una di queste è il nostro parroco Don Ottavio Paronzini.

Basta pronunciare il suo nome perché tutti pensino ad un caro prete tutto cuore, che in 50 anni di ministero, dei quali 45 passati fra noi, non ha mai fatto soffrire nessuno, ma sempre ha lavorato per la felicità e il bene di chi sapeva nel dolore.

Si sono viste a volte tante povere donne col pianto agli occhi e bisognose di consiglio infilare il suo grande portone, domandare del sig. Curato e, dopo un colloquio lungo e cordiale, partire con la speranza nel cuore, contente d'esser state ascoltate; si son sentiti molti uomini, anche non del tutto praticanti, parlare di lui con venerazione formulando il loro giudizio con questa semplice espressione: “E' un uomo che ha cura di noi, e ha cuore“

E' inutile del resto che mi diffonda in tanti particolari dal momento che ciascun lettore, il quale per quanto poco abbia conosciuto il Curato di S. Pietro potrebbe portare argomenti e prove: qui voglio accennare solo a due aspetti della sua simpatica figura che farebbero onore ad ogni sacerdote e che si spiegano solo alla luce del suo bel cuore.

LA CURA DEGLI AMMALATI

Ricordo quando ancora aveva il suo vecchio cavallino.

D'inverno e d'estate, di giorno e di notte, sotto la neve o la pioggia o tra le raffiche del vento, il buon Parroco era costante nelle visite agli ammalati e per essere più pronto, data la vastità della parrocchia che ha un circuito di 37 km., si serviva di un carrozzino. Noi ragazzi quando uno della famiglia era ammalato, l'attendevamo impaziente sui margini della strada, e appena ad uno svolto o attraverso il fitto fogliame delle piante si scorgeva un cavallino, il suo cavallino, di corsa ne davamo l'annuncio in casa, persuasi che dopo la sua venuta il malato non sarebbe morto. E lo circondavamo dall'arrivo alla partenza, noi piccoli senza parlare ma senza mai abbandonarlo, e quei suoi sguardi pieni di dolcezza e scintillanti dietro le grosse lenti degli occhiali, i suoi sorrisi sereni ci scendevano proprio giù in fondo al cuore.

Oggi non ha più il bel cavallino per il quale i giovani delle cascine preparavano l'erba e il fieno migliore, ma una modesta automobile che però lo trasporta più in fretta; è già avanzato negli anni, ma la sua fibra robusta e sana gli permette di continuare sempre la sua opera di bene presso i malati che lo disiderano tanto, spesso più che il medico, e dovunque passa lascia quel dolce profumo di Cristo che conforta.

Tutti lo ricordano nei mesi terribili della spagnola quando in un giorno si sono fatti perfino sette funerali: ci fu un periodo in cui gli altri preti, colpiti pure dal morbo, avevano lo spirito pronto ma la carne inferma; il parroco solo, fiamma vigilante e resistente al turbine, pareva preservato da Dio perché potesse benedire le fosse, confortare i morenti, salvare la vita a parecchi a cui non poteva giungere l'opera del dottore. Il popolo che allora viveva lunghe giornate in trepida angoscia dopo la visita del Curato si asciugava le lagrime e diceva: « Com'è buono! è un vero padre ».

LO ZELO PER IL CONFESSIONALE

Chi dice di amare le anime e di vivere solo per esse, ma poi rifugge dall'ascoltarne i dolori in confessione e di medicarne con pazienza le ferite, vive di illusione come chi pretende di essere contadino solo perché volentieri parla di agricoltura e s'intrattiene con le persone dei campi, ma non vuole assolutamente dissodare le zolle e spingere i buoi su e giù per la campagna dura: il vero lavoro del sacerdote è quello che meno appare e che si svolge nel segreto dei cuori, sia pure con tanta fatica, nel confessionale.

Per essere pronto a questo lavoro il nostro Curato, fedele alle tradizioni del suo tempo alla sera si ritira assai presto, ma tra le primissime luci che si accendono al mattino nelle stanze c'è sempre la sua “perché - dice - il popolo non può e non deve aspettare“.

Confessa moltissimo resistendo lunghe ore senza uscire, e solo può farsene un concetto chi conosce la vastità della parrocchia e la scarsezza eccessiva del clero per giunta imprescindibilmente impegnato il più delle volte nell'assistenza all’Ospedale e alla sussidiaria di S. Rocco. Talvolta si dice stanco (e chi non lo sarebbe?) e mostra d'avere qualche scrupolo per non poter attendere come il suo cuore vorrebbe alle cure di tutto il gregge, ma il popolo lo conosce e gli vuol tanto bene, e ne sono prove evidenti quel senso di trepidazione che ha turbato un po' tutti qualche anno fa quando aveva lasciato capire che intendeva ritirarsi, e più ancora questo suo giorno giubilare, che tutti i suoi parrocchiani, proprio tutti, hanno voluto grande e significativo.

L'AUGURIO

Col sole mite di settembre son tornati nei giardini i profumi di tanti fiori, come se si trattasse d'una primavera rinnovata, e la natura volesse rispiegare le sue bellezze prima che scendano le brume invernali. Così oggi nel fausto cinquantesimo del nostro buon Parroco, mentre a lui giungono gli squilli delle campane a festa, il suono delle musiche e i cori dei giovani e dei fanciulli risuscitandogli in cuore la primavera fiorente del suo ministero, il giorno della prima Messa, da tutti i cuori erompe una preghiera: che a lungo molto a lungo intorno a lui questo fruttuoso autunno d'oro.

                                                        DON ANACLETO CAZZANIGA

                                                                                                                                   VOLUI

 

                                      

A conclusione delle notizie riguardanti il parroco Paronzini voglio riportare una poesia in dialetto (bosinada) che si trova nel "Diario Abbiatense"(1886/1899) scritto dal Sajni.

L'argomento trattato narra in forma fantastica una ritorsione nei confronti del parroco. Dopo il 1870 (breccia di Porta Pia), l'autorità ecclesiastica aveva proibito l'ingresso nelle chiese alla Bandiera tricolore di cui si erano munite le tante associazioni laiche sorte in quel periodo.

IL fatto: a un funerale celebrato l'ultima settimana del 1889 nella chiesa di S. Rocco sulla Riva di un iscritto alla Società 0peraia era stato interdetto l'ingresso alla chiesa della relativa bandiera.

La tesi, del "Lissander" (Colombo Alessandro, abbiatense di professione falegname e nelle ore perse pompiere e accendi lampade) è la seguente "Ste fai sta feura la Bandera? Adess sta feura tì"

 

        La Bandera 

L'era la prima sira

del Milavotcentnuvanta;

la neev la dislenguava

per l'acqua e per remoll.

 

Un pattusciament de lira

e nebbia scǘra intanta,

a tourna see bagnava

de la pianta fina 'l coll.

 

O in caàa, o all'ostaria,

chi péu rangiass se rangia;

el Capudanno el faven

ma tutti rittiráa.

 

Ammenocché non sia

quaidun che per la mancia,

o per douver, passaven

d'urgenza doumandaa.

Oppur comme 'l Lissander (1)

poumpier e lampedée

che ghe touccava andà

intourna a smourzáa i gaz.

 

Ma lù pover malander

el se imbrounzáa assée,

che quaivolta el se poundava

ai mùr per riò impiastráns.

 

Se alloura ghe fuss sonn

a la campana del tacca feugh,

o lée pover'Impresa

o lù pover Poumpier;

 

o insemma tutt dù coubi

a poudeven andà in del Leùgh (2),

le a fass rimett la spesa

lù a fass rifà i douver.

Intanta el se strùsaa goubún fin'in San Peder (3).

L'stava pougiàa 'l mùr del Couléeg in sulla piazza (4),

doundouland la pertega sùl fanal, a risc de roump i veder

ma invecí del rampín l'ha inganciàa la fassa.

 

L'era drée cascià oun sarach count tùtta la saliva,

quand ghe se presenta lì denanz oun Reverend,

che lù coume Socci Operari se l' peu la schiva:

«S'al veur!» el ghe dis, intant ch'el se fa rent.

 

«Vegnì là, tegnim su'l pée ch'ho de 'nda in càa».

«Che'l picca, o che'l vousa che ghe dervaran la porta».

«Ma ben che la serva la dorma in found. Anca vousà

le inutil; e mì gho minga l'alba forta».

 

E Lissander sout vous: « puttost che dat'na man, mha massi.

Te fai sta feura la Bandera? Adèss sta feura tì (5).

La lassàa passà l'Balcon (6) e la benedji l'Palazzi (7),

in gesa a le semper andai, del Quarantott a inchì» (8).

E in del voultass indrée, la tràa na vacca d'oun toupik

che se'l curàat le minga svelt, coul geneuc a tegnil sù,

al valà co i gamb in l'ari, in la neev coume 'n bourik,

impiastrandes tutt i paggn, de stentà cougnoussel pù.

 

Alloura el se ravveed, di sou penser oun pou cattiv:

«Un dipendent quand al gha oun ourdín, bisogn che l'eseguiss;

tantou pù se in sùl prencipi le zelant, e'l gha 'l moutiv,

e alla testa della Curia, le onn Pastour ch'è staa ben miss.

 

Dounca và Lissander, preuva jutal s'el poudaravv,

che avess caritatevoul, a le semper oun bouneur.

Peu capitagli a tùcc, de smentegass le ciavv».

Stou bon raggiounament el ghe fors vegnùu del cheur.

La tacca sù la pertega,

la bassa gioù la testa,

la traversáa la Piazza,

E’l se poundáa 'l murett,

desiderand la stecca,

per fenì ben la Festa,

l'ha miss i man sul venter

per fagh el prim basell.

Don Ottavi Paronzin el picca i pée a countra 'l múur (9),

El gha pressa de mountà, ma ghe par doumà ch'el balla,

el ghe mett i man sui spall, per sentì se le sicùr;

count dù salt le già sul cou del poumpier che ghe fa scala.

L'ha sentii ch'el cou'l doundava,

l'ha fáa prest a brancáa 'l pin (10),

senza nanca digh: saludi,

count un salt l'è staa in giardin.

 

El poumpier la guardáa sù,

ricoumpensaa coumpagnn d'un can,

quand l'ha capj ch'el ghera pù

el gha vousàa: Vilan, Vilan.

Coummé un cavali senza la bria

Per la rabbia de sto fatt,

La nanch guardàa cattegouria:

j'ha smourzàa squáas tucc i gaz.

Tant e tant i lamped piss de nott l'è ciarr trasàa,

ormai sem sueffáa, andà tournou al ciar e scùr,

tardi i pissen e presi in già smourzàa,

i galantom che van a càa, che toucchen taccà i múur.

                                                                                                     VOLUI