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SU "LA PIETRA"

UN SALUTO E UN GRAZIE DA PADRE FABIEN

UN GRAZIE DAL MADAGASCAR

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SU "LA PIETRA"

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UNA TERRA DEVASTATA

Il grande disastro di Haiti ha smosso la coscienza dei popoli. Anche i più poveri si sono mobilitati. Nella sfortunata nazione molte associazioni umanitarie, gruppi di volontariato, superiori di congregazioni religiose, governi, ecc. hanno inviato aiuti o sono andati in visita per rendersi conto di quanto occorreva alla gente e di come intervenire. Anche la Comunità della Missione di Don Bosco (CMB) da poco accolta ufficialmente nella Famiglia Salesiana, ha inviato alcuni responsabili. E’ loro il resoconto seguente.

 Macerie, tende, persone che vanno e che vengono… tutto o quasi è rimasto fermo al 12 gennaio 2010, quando la terra ha tremato e ha distrutto, ribaltato, scosso, case e palazzi, piazze e strade, monumenti e chiese, cose e soprattutto persone. È arrivata sulle spalle della gente inaspettata una duplice “croce” ben visibile la prima, nascosta nel cuore e nella mente delle persone la seconda. Un particolare: accanto alla cattedrale azzerata dal sisma, la grande croce non è stata toccata… Il Cristo è lì, sul suo patibolo, elevato tra cielo e terra, crocifisso con la città. Un monito? Un esempio? Siamo tornati da un viaggio d’incontro ed esplorazione in Haiti. Abbiamo potuto accompagnare il vicario del Rettor Maggiore, che è anche il Delegato della nostra Associazione, in quella terra martirizzata per dare avvio a una presenza che, per ora, sembra delinearsi su due livelli: un primo, urgente, di aiuto concreto ai salesiani dell’isola, in particolare alla grande tendopoli di Thorland che ospita circa 12 mila persone; un secondo livello che dovrebbe vedere impegnata la Comunità della Missione di Don Bosco con una presenza stabile e autonoma al servizio dei bambini e dei ragazzi.

  LA CITTÀ DELLE URGENZE

  Haiti è una chiamata verso la sofferenza ma anche verso la speranza di tante persone, soprattutto di un gran numero di ragazzi. Ed è anche un progetto, perché è necessario porsi con attenzione e profondo ascolto davanti alle urgenze di chi ha perso tutto. È un dovere imprescindibile, tipicamente cristiano. Anche prima del terremoto la situazione sociale dell’isola era tutt’altro che normale: la povertà culturale, sociale ed economica situava il piccolo Stato tra le aree più indigenti dell’intero pianeta. Lo stato di abbandono di tantissimi bambini e bambine, ragazzi e ragazze poneva da tempo alla comunità internazionale gravi problemi di stabilità delle famiglie, ma anche ineludibili interrogativi alla coscienza dei politici. Abbiamo incontrato il sorriso dei bambini, abbiamo letto su quelle labbra innocenti il desiderio forse inconsapevole di avere una vita più serena, più degna di essere vissuta e un futuro con qualche luce di speranza. L’accoglienza e l’ottimismo dei salesiani che continuano a lavorare senza cedere né alla stanchezza né allo scoraggiamento, ci sono apparsi esempi forti che possono anche essere interpretati come segnali di una volontà indomita di riaccendere la speranza e riavviare i motori per ripartire. La loro stessa presenza, continua e fedele, sollecita e feconda, è la migliore testimonianza di quella carità apostolica che non cede di fronte agli ostacoli, piccoli o grandi che siano, sopportabili o tragici, come il devastante terremoto di gennaio che ha spazzato via uomini e cose; una presenza quella salesiana capace di adattarsi anche alle situazioni impossibili.

 INCONTRARE, PARLARE…

  Uno degli obiettivi del viaggio era quello di poter parlare con le persone oltre che verificare de visu la situazione reale del Paese, degli abitanti e soprattutto dei bambini e ragazzi che costituiscono l’anello debole della società haitiana. Perché occorre capire prima di fare, ascoltare prima di rispondere. Port-au-Prince e Jacmal, a sud, sono le città che abbiamo visitato. Nella capitale (ma non solo lì) decine di migliaia di persone vivono in tenda. Per sopravvivere s’inventano di tutto, cercano di svolgere attività di mercato sopra le macerie, o in orrendi bugigattoli semi crollati che tutto sono meno che sicuri. Ma alla fame non si comanda, né gli si richiedono certificati di garanzia per la sicurezza. Abbiamo visto ragazzini giocare sopra incredibili mucchi di macerie, incuranti del rischio che correvano. Giocavano ignari – ma come e perché impedirglielo? – sopra un cimitero. Molti, infatti, affermano che sono ancora oltre 100.000 i morti rimasti sotto le case crollate; un milione sono gli orfani; impressionante il numero delle abitazioni precipitate su se stesse e dei negozi distrutti. Si parla del 20% del totale. Da 300 a 500 mila sono i senzatetto. Cifre che tutti conoscono ormai, ma che ripetiamo affinché non siano dimenticate. Abbiamo sentito il vociare della gente che dalla strada sale verso l’alto, come un’eco o un’invocazione. Sembra il prolungamento sonoro delle grida mute delle pietre che hanno immagazzinato l’agonia di tanta gente e ora ne restituiscono i gemiti inenarrabili. Abbiamo provato una grande trepidazione e un forte senso di impotenza di fronte alla atroce sventura di tante vite sospese. Avremmo voluto camminare scalzi, come Mosè vicino al roveto, perché il luogo che calpestavamo aveva odore di sacro. 

 COME IN UN PELLEGRINAGGIO

 Il viaggio era iniziato il 28 febbraio. Ora siamo in luglio, ma quella visita non è finita, non può finire; ha tutte le caratteristiche di un lungo e complesso viaggio attraverso la desolazione e la dolorosa sorpresa che si legge sui volti di tutti, terremotati e no. Siamo idealmente ancora lì, insieme ai nostri fratelli sofferenti con la consapevolezza di aver compiuto un pellegrinaggio verso luoghi resi sacri dal dolore… Come se fossimo a Gerusalemme, come se percorressimo la via Crucis verso il luogo del martirio di Gesù. 

I bambini di Haiti sembrano implorare di poter comportarsi da bambini non da adulti. Proprio a loro va il nostro primo pensiero. I giovani sono disponibili al dialogo sul futuro della loro città. Siamo convinti che occorra coinvolgerli perché insieme si possa impostare un lavoro di sostegno, di animazione, di educazione e, non v’è dubbio, di ricostruzione. La “Carta dell’unità” della Famiglia Salesiana è fondamentale perché si possano creare reti di collaborazione e di condivisione, e si possa acquistare maggior forza e coesione al fine di ricostruire un ambiente che educhi e responsabilizzi. È vero, l’antica isola degli schiavi è in gravissima difficoltà, ma è altrettanto vero che la volontà di superare questo dramma è senza tentennamenti, sia da parte degli haitiani, sia da parte di tutte le congregazioni religiose e le organizzazioni ecclesiali presenti nell’isola. Tra loro ci siamo anche noi della Comunità della Missione di Don Bosco, sperando nella provvidenza che dona la forza di vivere concretamente una comunione fattiva, con gli stessi obiettivi e con il medesimo stile educativo che ci caratterizza.

 su  Resoconto del Gruppo Missionario