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 COME DON BOSCO - L’educatore di Bruno Ferrero

COME BUONI GIARDINIERI

Dedicarsi al giardinaggio significa apprendere l'arte di coltivare la vita. Non solo quella delle piante, ma anche e soprattutto quella della nostra famiglia e dei nostri figli, che può sbocciare come un fiore nutrito dalle cure amorevoli e dal grande fertilizzante della consapevolezza e della riflessione.

 

Dedicarsi al giardinaggio Concretamente significa:

 

 Avere un progetto. Non c'è niente di meglio che contribuire allo sbocciare della vita. “Donare la vita” è qualcosa che riempie la vita di soddisfazione e felicità. Una pianta non è né buona né cattiva: vuole appassionatamente e soprattutto vivere! Ma senza un progetto preciso nulla succede. Nell'esistenza, come nel giardinaggio, abbiamo bisogno di sapere quale direzione vogliamo seguire. In pratica, per essere felici bisogna innanzitutto volerlo e questo deve diventare un obiettivo prioritario e consapevole. Solo quando stabiliamo gli obiettivi e diciamo di sì a ciò che il loro perseguimento comporta ci accorgiamo che le nostre esistenze si trasformano. Una volta stabiliti gli obiettivi, fatene una lista mettendoli nero su bianco e riuscirete a portarli a termine positivamente.

 

Prendere decisioni. Far crescere qualcosa di vivo, significa prendersi una gran bella responsabilità. Un essere vivente ha enormi capacità di sviluppo. Ogni organismo vivente è unico e cresce secondo dinamiche personali. Il rispetto dell’altro è essenziale. Per progredire bisogna imparare a concentrarsi sulla situazione, e poi non esitare, ma agire. Una pianta è un “oggetto” in corso d’opera per sempre, sia pure con fasi diverse. Abbandonata a se stessa, muore.

 

Preparare il terreno. Bisogna offrirgli uno spazio dove può essere se stesso. Per ogni pianta occorre il posto giusto: la famiglia è il luogo dei sentimenti, il posto dove si sta bene insieme, “la nostra casa”. Per crescere, un figlio ha bisogno di sentire che i suoi genitori lo hanno voluto, lo amano così com’è, l’accettano con le sue qualità e i suoi difetti, che sono presenti, che l’accompagnano, che lo rispettano e che lo “inquadrano”. Un bambino che ha un padre incapace di spedirlo a dormire la sera non pensa che suo padre possa proteggerlo. È impossibile. «Se mio padre non è neppure capace di farsi obbedire da me, che ho cinque anni, come potrà difendermi dai ladri di cui ho tanta paura di notte?». Una pianta cresce bene se è “disciplinata”, sostenuta, puntellata, diretta. Un bambino ha bisogno di essere “recintato”, rassicurato, protetto e puntellato. Qualche volta “potato”: chi non impara a sopportare i piccoli “no” e le modeste frustrazioni familiari non sarà mai in grado di sopportare quelle serie della vita. E appassirà.

 

Provvedere l'acqua. Il terreno può essere fertile, ma se non viene innaffia­to nulla può crescere e prosperare. La comunicazione è per gli esseri umani ciò che l'acqua è per i vegetali. Alcuni genitori sot­tovalutano l'importanza della comunicazione e non vi prestano una attenzione sufficiente. Comunicare con i figli significa in primo luogo ascoltarli: sforzarsi cioè di capire che cosa intendo­no dire realmente senza interpretare le loro parole a proprio van­taggio, secondo i nostri schemi e pregiudizi o per dimostrare di avere ragione.

 

Preoccuparsi della luce. Per poter crescere in tutta la loro forza e bellezza le piante hanno bisogno di luce. Ogni pianta va alla ricerca di una fonte luminosa e se questa è insufficiente, la pianta cresce sclerotica. La luce che serve alla mente e al cuore degli esseri umani è un insieme di cultura, apprendimenti, senso morale, arte, virtù, sensibilità, intelligenza, sentimenti. E senso religioso. Certo, si può vivere anche con poca luce, ma in questo caso la "pianta" avrà uno sviluppo stentato, al di sotto delle sue potenzialità.

 

Lavorare con entusiasmo. L’arte del giardinaggio è gioia pura e l’entusiasmo è il nutrimento della gioia perché porta l'energia che fa stare bene. La vera felicità non è vincere, ma agire, progredire. «Bisogna stare attenti, tuttavia, a non limitarci al generare; educare è altrettanto bello: un processo in cui si apprende molto, in cui si sperimentano nuove dimensioni della propria umanità. Si cresce l’altro crescendo se stessi» scrive Vittorino Andreoli. Ogni giardiniere è fiero delle sue piante. «Sono stato veramente contento ieri sera: per la prima volta sono uscito con mio padre. Mi ha presentato agli amici ed ha detto di me che ero un bravo figliolo» (Andrea, anni 17).

 

Liberarsi dalle erbacce. Terreno, acqua e luce sono elementi essenziali ma non sufficienti. Il bravo giardiniere sa di dover difendere le piantine tenere dalle erbacce che rischiano di soffocarle. I bravi genitori cercano di proteggere i figli dalle cattive influenze. La crescita è un processo graduale. L'autonomia si acquisisce passo dopo passo. Il che non significa però che si debba esse­re iperprotettivi. Come succede nei giardini, una volta eliminate le erbacce si rimane stupiti da come tutto il resto venga di conseguenza: la bellezza è lì, pronta a espandersi in un attimo!

 

Esercitare la pazienza. Il giardinaggio insegna a rispettare le tabelle di marcia, a trasformare un'idea in un progetto con obiettivi chiari, ad analizzare il terreno per capirne le caratteristiche, a utilizzare gli attrezzi giusti, a nutrire con cura le piante e ad aspettare con calma il momento della fioritura. Se rispettiamo questa tabella di marcia anche negli altri ambiti della vita vedremo finalmente sbocciare. Non posso obbligare il mio giardino a crescere più velocemente. Allo stesso modo, anche l'evoluzione di ogni persona ha i suoi tempi. Da rispettare. E monitoriamo la nostra energia per comprendere che cosa ci fa passare dallo svegliarci ogni mattina con il sorriso al desiderare che la settimana sia finita già al martedì.

 

COME DON BOSCO - il genitore di Marianna Pacucci

SEMINARE, ZAPPARE, INNAFFIARE, POTARE… SPERARE

Una educazione al giardinaggio non è un passatempo o uno spreco, tutt’altro.

 

Sono figlia della città e, confesso, non ho proprio il cosiddetto “pollice verde”. La mia casa è però dotata di un minuscolo giardino – piccolo miracolo dell’urbanizzazione intensiva delle periferie – dove con fatica stanno quattro alberi, ormai più vecchi che adulti, e un po’ di piante capaci di resistere con alterne vicende al freddo e al vento di tramontana. Pur se non è bellissimo, questo piccolo scenario naturale è la luce dei miei occhi, quando al mattino faccio colazione; nelle giornate di pioggia, mi regala anche un profumo che mi fa illudere che da qualche parte, oltre il balcone, ci sia una parvenza di campagna. Alessandra e Claudio sono cresciuti, d’estate, su questo fazzolettino di terra: era bello farli giocare con libertà in un pezzetto di verde di fatto limitato, ma allo stesso tempo infinito per la loro fantasia. In verità, hanno sempre preferito l’acqua al terreno, che non poteva concorrere in alcun modo con la sabbia delle vacanze al mare; però non disdegnavano le foglie, i rametti, le piccole bacche, per sostenere le loro improbabili avventure di bambini.

 

Devo dire, purtroppo, che non abbiamo mai provatocon serietà a occuparci di questo giardinetto, spesso affidato al caso. Nel frattempo, però, ci siamo dedicati, in modo comunque occasionale e disordinato, a seminare a primavera fagioli e lenticchie in minuscoli vasetti sul davanzale del bagno; a zappettare intorno ai germogli del basilico e della menta sul balcone della cucina; a innaffiare e potare i gerani, perché non fossero soffocati dalla loro stessa esuberanza. Tutti tentativi sempre e sistematicamente segnati dal più totale insuccesso: mancanza di competenza e di regolare attenzione, passione superficiale, drammatiche dimenticanze nel rapporto con le diverse esigenze delle piante, in nome di impegni e responsabilità ritenuti più importanti. Ma anche, o forse soprattutto, un deficit inavvertito di speranza: ci mancava la capacità di attendere senza stancarci, mantenendo la fiducia nella verità che tutto ciò che viene dall’amore non potrà mai seccarsi miseramente. Ho cercato di travasare nei figli una sana capacità di meraviglia nei confronti della natura; credo di averli orientati, nel tempo, a uno sguardo contemplativo, capace di scorgere nella perfezione della natura l’impronta e la bellezza del suo Creatore; posso dire con sufficiente sicurezza di aver trasmesso loro il rispetto per l’ambiente, complice anche la scuola che li coinvolgeva di tanto in tanto in iniziative e campagne ecologiche.

 

Ora che sono grandi, mi sembra di aver suscitato in loro con una certa efficacia la consapevolezza che, in questa vita, l’esperienza e il dono della generatività hanno inevitabilmente bisogno di persone pazienti, pronte a prendersi cura di ciò che deve crescere ed è ancora fragile per provvedere da solo a se stesso. Non sono invece del tutto sicura di aver testimoniato loro con chiarezza e coerenza che, nel giardinaggio come in altre questioni ben più fondamentali, è necessario essere perseveranti nel servizio verso la vita e le sue esigenze ed essere pronti a non mollare mai, anche quando non si riescono a scorgere i germogli del nuovo che sta nascendo. Allo stesso modo, temo di aver creato qualche fraintendimento sul problema dell’innaffiatura (non ci piove sul fatto che ogni essere vivente ha bisogno di essere nutrito: ma quanto? Il troppo e il troppo poco restano spesso un mistero nelle mie misere performances di giardiniera), così come ho lasciato pericolosamente incompiute le lezioni sulla potatura: mantenere sempre un sostanziale atteggiamento di delicatezza nei confronti di una pianta che viene su selvaticamente o sforbiciare a tutto campo, per sagomare in modo armonioso rami e foglie? Confesso che non ho ancora risolto tali questioni, né in riferimento alle piante della casa, né tanto meno come metafore di impegni educativi più cruciali. Mi cimento ancora qualche volta con il giardinaggio, ma ho capito che forse è meglio aspettare, speranzosa, gli anni della pensione: forse – se riuscirò finalmente a disporre di un po’ di tempo libero e avrò  qualche impegno in meno e qualche anno in più – potrò provare ad imitare mia madre, che ha sempre piantine fiorite e rigogliose alle quali parla ogni giorno come fossero le amiche del cuore e che carezza come se fossero anch’esse parte della sua discendenza. Quanto ai figli, per il momento fanno azione di recupero e di penitenza, collaborando alla redazione di una rivista che si occupa di problemi ambientali. Chissà se riusciranno a mediare teoria e prassi, sapere e saper fare, speranza e realizzazione concreta.