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Parrocchia San Pietro - Abbiategrasso

 

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La parola del Parroco

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Riportiamo qui gli scritti del nostro Parroco, don Giuseppe Colombo, pubblicati sul Bollettino Parrocchiale "La Pietra".

 

Luglio - agosto 2019

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Luglio - Agosto 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luglio - Agosto 2019                                                                                                                Parola del Parroco

 

Dopo la solennità della Pentecoste, terminato il tempo forte della Pasqua, la liturgia ci immette nel ‘tempo ordinario’, nella ‘normalità’ del tempo ordinario. Ci sono ancora, qua e là, a livello liturgico e locale, altre feste (penso alla Patronale, piuttosto che all’Assunzione), ma è la normalità dell’ordinarietà, della quotidianità quella che ‘pesa’, quasi a dire che le feste è in funzione di essa.

Mi convinco sempre più che tutto il tempo è importante, che il tempo ordinario, normale è la norma. L’eccezione, la festa, conferma la regola. La festa è in funzione della normalità e non viceversa. Vale la pena far festa per vivere, piuttosto che vivere per far festa. Sembra un gioco di parole. Sembra in fondo la stessa cosa, ma non lo è per nulla !

Se vivo per fare la festa, allora forse la normalità, la quotidianità, la vita, con tutta la sua ricchezza e preziosità,mi sfugge di mano.

Di fatto però, sembra che si stia camminando in questa direzione.

La festa è il centro di tutto. La normalità della vita, l’ordinarietà, la quotidianità è il tempo dell’attesa della festa. Non so se sia giusto e, alla fin fine, se sia anche vero e fruttuoso.

Se vivo la settimana di lavoro sospirando il riposo della festa, se vivo un anno di lavoro sognando la festa delle ferie, se vivo una vita sognando la pensione, se vivo il tempo che passa nella sua ordinarietà considerando quel momento di festa che arriverà, quel giorno, quella settimana, quel tempo (anche la pensione) come l’unica cosa che alla fine conta, di fatto mi lascio sfuggire la vita; tra l’altro c’è, in più, il rischio di non arrivare mai a quel momento tanto atteso!

Ripeto a me stesso, con un ragionamento parallelo (di sicuro con la bocca; nella realtà non è per niente facile!) che può capitare la stessa cosa per il decorso di una malattia seria. Sono assorbito sempre più dall’attesa di un esame e di conoscerne l’esito e del giorno dell’intervento e poi del momento in cui sarò guarito, quando potrò ripartire a vivere. Spesso quest’attesa mi impedisce di vivere il presente, di accorgermi della bellezza, della preziosità, della fecondità che forse può avere il tempo che ho tra le mani adesso, anche se sono momenti difficili. Magari questo tempo mi riserva doni inaspettati, scoperte impensabili, forse anche aiuti indispensabili proprio per i momenti difficili che sto vivendo.

Compleanni e onomastici, anniversari e ricorrenze, celebrazioni e occasioni del genere, sembra che il numero delle feste continui ad aumentare, per i motivi più svariati, quasi andati a cercare, con qualunque espediente, pur di proporre o partecipare ad una festa. Le feste sono sempre più ‘grandiose’, richiedono energie sempre maggiori, anche se partono da motivazioni molto semplici, a volte addirittura un po’ banali. In più, attorno alla festa, sembra crescere il degrado e di ogni genere.

Prendo spunto dalle sempre più scontate feste di compleanno, ma pare che le stesse caratteristiche si ritrovino sempre di più anche in tutte le altre.

A seconda del valore che io do alla festa e al tempo ordinario, feriale, normale, poi l’atteggiamento di fondo nell’offrire una festa o nel parteciparvi è molto diverso, oserei dire esattamente opposto.

Faccio questa festa in questo modo e con questo numero di invitati per dire che ci sono anch’io, che conto anch’io, per averne considerazione e stima e rispetto, per contare di più. Tutto può essere pensato in funzione di questo; si presenta anche con gesti, atteggiamenti, doni, parole, strutture di attenzione, di dedizione, di generosità, di disponibilità nei confronti di chi partecipa. Ma può essere solo apparenza. Gli invitati mi servono per i miei scopi.

Anch’io poi però vado alla festa perché mi serve. Mi serve chi la offre perché devo ‘tenermelo buono’. Mi servono quelle persone che vi partecipano e ‘sfrutto’ la festa per aver cura di questo legame che mi serve per interessi miei. Accolgo l’invito e partecipo per ciò che mi posso ‘prendere’: siano cibi di mio gusto, ‘ingredienti’ vari che mi ‘esaltino’ un po’, persone che altrimenti mi sfuggirebbero... Ultimamente ci vado per gli affari miei e magari questi affari sono ben camuffati da uno stile che sembra manifestare l’esatto opposto. Può darsi che non arrivi a comportarmi così, ma l’aria che tira è questa e forse dentro il mio cuore è questo che desidero fare. Il risultato di questo modo di considerare la festa è visibile anche solo guardando quello che resta nel luogo dove si è svolta!

Se invece faccio la festa per vivere, allora essa va pensata, proposta e vissuta per dire, per richiamare, per donare il senso, la ricchezza, il gusto della normalità. Ho l’impressione che così poi la normalità, la quotidianità, la vita … rischia di diventare tutta una festa!

Per il cristiano poi la festa per eccellenza è la domenica, è Gesù morto e risorto. Essa ci dice e ci dona il segreto della vita, la normalità, la norma della vita perché sia tutta una festa. Ci dice che servire il bene degli altri è vivere. “C’è più gioia nel dare che nel ricevere!”. Quella festa ci dona la capacità di servire e di amare come Gesù: “Fa’ questo e vivrai!” Ci dona l’amore stesso di Gesù: ”Prendete, mangiate …”

Ogni festa va pensata, proposta, accolta vissuta così: … almeno ci si può provare!

Certo che richiede fatica nel pensarla, nel prepararla, nel proporla, nell’accoglierla, nel viverla. La persona dell’altro è sempre al centro! Il festeggiato per gli invitati, gli invitati per il festeggiato! Tutto è in funzione di questo e quindi mai ’colpire’ l’altro, in ogni senso, mai ‘accalappiare’ l’altro, ma averne cura, sempre. Voglio dire agli altri la mia gioia di esserci, di sentirmi amato, di essere accolto e farmi dono perché sia così per gli altri.

Non ricordo un compleanno, un onomastico, una festa in particolare, vissuta da ragazzo. Forse per superficialità o per mancanza di memoria o forse proprio perché ogni giorno era festa di compleanno: il continuo sentirmi accolto, al centro di relazioni di attenzione, di dono, di rispetto, di aiuto, di serenità, di forza, di coraggio, di gioia; il continuo sentire l’importanza, la bellezza, la gioia di farmi allo stesso modo dono per gli altri. Mi convinco sempre di più che tutta la vita, la vita normale, ordinaria, feriale è una festa per quello che ricevi, per quello che doni, per quello che sei, per quello che sono le persone attorno a te, che ti vogliono bene e alle quali tu vuoi bene. La vita normale è una festa per quello che assieme si può fare e si fa, perché sia luogo di incontro, di aiuto, di consiglio, di condivisione, di gioia. Crescano le occasioni, appunto le feste, per scoprire che è davvero così, per rinnovare la scelta e condividere l’impegno di vivere così: servi nelle mani del Signore per il bene dei fratelli!

Questo le tante feste, vissute così nel corso della vita, e, ogni settimana, la Festa per eccellenza del Giorno del Signore te lo hanno detto, richiamato e donato in continuazione e con sovrabbondanza.

Che bello, che gioia, allora, in questa vita normale, in questa vita che nel donarsi si fa festa, poter sentire come ultime parole: “Vieni, servo buono e fedele, entra alla festa del tuo Signore!” Che bello, che gioia lasciarsi trovare, anche di notte, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese, e sentirlo esclamare: “Beati loro!” e poi scoprire che “ … li farà sedere a tavola e passerà a servirli”

Con che consolazione grande verrà dal profondo del cuore: “Ne è valsa davvero la pena!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giugno 2019                                                                                                                  Parola del Parroco

‘Testimoni dell’Invisibile’, questo siamo chiamati ad essere nel mondo.

Ogni cristiano è chiamato ad esserlo. Ogni uomo o donna che ha scelto di seguire i consigli evangelici nella vita religiosa è chiamato ad esserlo in modo costitutivo, per la scelta stessa della sua vocazione. Il prete è chiamato ad esserlo in quanto un po’, per così dire, ministro della presenza di questo Invisibile, della sua ‘reperibilità’ e addirittura della possibilità di farlo incontrare.

“Prendete e mangiate, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi! Prendete e bevetene tutti, questo è ...…” “ Ecco l’agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo!” … e tengo tra le mani un pezzetto di pane …

“Parola di Dio!” Dio ha parlato, … ma si è sentita solo la voce di chi ha proclamato quella parola …

E così per tutti i sacramenti, per tutti i segni fondamentali e fondanti la comunità cristiana: segni efficaci della grazia di Dio … e si vedono solo i segni …

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro!” … e i miei occhi vedono solamente noi due o tre …

E tutto quanto è segno di Dio, è luogo, occasione e strumento della sua presenza mi tiene nascosto proprio quel Dio che lì ha scelto di rendersi presente, per lasciarsi incontrare, per portare la sua salvezza.

Il bisogno di vedere, di sentire, di toccare per poter credere alla realtà di Dio invisibile cerca conforto in ciò che si può vedere, sentire, toccare: una apparizione che faccia vedere qualcosa dell’Invisibile, un miracolo che faccia toccare qualcosa dell’Onnipotente e sia più facile, se poi si può dire, credere in Lui, affidarsi a Lui.

Quanto innumerevoli sono poi gli elementi che anche il cammino della vita di fede della Chiesa ha fatto fiorire e cristallizzare per far intuire e quasi sentire qualcosa della presenza fondamentale e fondante di Dio.

Ci stanno le meraviglie di chiese, ambienti, decorazioni, addobbi, suppellettili e paramenti; ci sta la struttura, la ricchezza e la cura delle celebrazioni con tanto di gesti, segni, formule, preghiere, canti. E tutto questo per rendere in qualche modo percepibile e sensibile la realtà, la verità e la grandezza dell’incontro con il Dio invisibile e rendere più facile l’affidarsi a Lui.

Ma in tutto questo mi resta solo ciò che si vede, si sente, si tocca: Lui si nasconde, sempre!  Si fa continuamente presente il Signore i tutti quei ‘segni’, si lascia continuamente incontrare, ma ‘si nasconde sempre’ per sfuggire ad ogni mio tentativo di ‘impossessarmi’ di Lui, di ‘controllarlo’, di fargli fare ciò che voglio. Perchè così non sarò mai ’testimone dell’Invisibile’; al massimo sarò immerso nelle ’cose di Dio’, ma lontano mille miglia dal Dio di quelle cose.

Quanto c’è bisogno allora di ‘testimoni dell’Invisibile’, quanto è indispensabile esserlo, sforzarsi di esserlo nella Chiesa e nel mondo! E’ indispensabile compiere la scelta che sola può rendere ‘testimoni dell’invisibile’, quella scelta che ogni domenica siamo invitati a rinnovare nella professione di fede: “Io credo in Dio ….”

E’ la scelta che chiama in causa tutta la nostra persona, intelligenza, volontà e sentimenti, in una parola, tutta la nostra libertà per la decisione fondamentale di riconoscere e accogliere questo Dio (proprio colui che sfugge ai nostri sensi) come la autentica realtà, come ciò che sostiene ogni realtà, come ciò che dà pienezza alla propria umanità.

E’ richiesto un continuo cambiamento di rotta rispetto alla tendenza naturale, una conversione continua a riconoscere quanto io sia cieco se confidassi solo in ciò che i miei occhi vedono.

E’ la scelta che mi fa pienamente persona dinanzi a Dio. Per questa scelta ultimamente la garanzia che Dio dà è solo se stesso. Lui mi ha donato la libertà, mi ’ha fatto’ libertà e Lui ne conosce l’immenso valore. Per questo mai si permetterà di manomettere la libertà ’catturando’ il mio consenso con altro.

E qui mi vien sempre da ripetere che la fede è un po’ come l’amore. L’amore, come la fede, non è dimostrabile con prove in maniera tale da esimermi dal mettere in gioco la mia libertà, tutta la mia persona. Ci sono dei segni che confortano la mia scelta per niente ad occhi chiusi; anzi più li apro e più questi segni (dell’amore o della presenza di Dio) aumentano di numero e di intensità. Mai, neppure uno di essi mi esonererà dall’utilizzo della mia libertà, dal mettere in gioco tutta la mia persona e dire alla persona amata “Ti sposo!”, o dire a Dio “Io credo!”. E presa la decisione fondamentale, se davvero lo è dentro il cuore, devo mettere tutta la mia vita nelle tue mani.

Solo così, per la fede, si diventa ‘testimoni dell’Invisibile’. Quanto è bello quanto nella Bibbia si dice di Mosè appena dopo la sua morte: lui che “parlava faccia a faccia con Dio” e “camminava come se vedesse l’invisibile”.

Quanto è bello vedere come Maria e i santi, avendo Dio nel cuore o, forse meglio, essendosi messi nel cuore di Dio, lo hanno fatto incontrare, lo hanno donato agli altri, sono stati veri testimoni! Chissà quanto impegno ci vuole per diventarlo, ma quanto è bello incontrare ‘testimoni dell’Invisibile! Quanto c’è bisogno di ‘testimoni dell’Invisibile’! Una bella responsabilità la mia, se anch’io sono chiamato ad esserlo e invece non lo sono per niente!

Può aiutarmi la bella preghiera di Origene (un Padre della Chiesa, mi pare del terzo secolo) scritta sull’immagine di Padre Giancarlo Bossi nell’occasione del suo funerale: “Possa il Signore Gesù toccare i nostri occhi per renderci capaci di guardare non ciò che si vede, ma quello che non si vede. Possa aprirli questi occhi perché contemplino non il presente, ma l’avvenire e possa donarci gli occhi del cuore con cui possiamo vedere Dio attraverso lo Spirito” .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maggio 2019                                                                                    Parola del Parroco

Era il primo appuntamento del prezioso mese di maggio, dedicato alla mamma di Gesù, ed è passato: la Prima Comunione dei bambini di quarta elementare.

Se ne stanno avvicinando altri: la Cresima per i ragazzi di quinta elementare, la Festa degli anniversari di Matrimonio per tante coppie di sposi, che desiderano vivere questo momento di gratitudine e di gioia dall’incontro col Signore in Parrocchia.

Tutto il mese poi ci offre la possibilità di raccoglierci ogni sera attorno a Maria per invocare il suo aiuto, per accogliere il suo esempio, per amare il Signore al di sopra di tutto e il prossimo come ci insegna Gesù.

Due pensieri in modo frequente e particolarmente  intenso richiamano la mia attenzione. Il primo è questo!

Chi si accosta alla Prima Comunione  inizia un cammino di amicizia e di unione con Gesù che può condurre molto lontano. Esagerando, sottolineavo che non è un dono, ma una responsabilità che Gesù ti chiede e ti affida. In realtà tutto è dono del Signore, ma veramente dono!

Vuol dire che non potrò mai avanzare alcuna pretesa di meritarmelo, perché mi sento perfettamente “a posto” quanto all’osservanza dei comandamenti e “pulito” quanto all’assenza anche della più sottile ombra di peccato. Come tutti i doni del Signore, anche questo non è per i più bravi!

Già capire e accettare questo mi molto è difficile; devo chiedere tanta, ma tanta umiltà nell’accoglierlo. Devo metterci tanta, ma tanta attenzione per comprenderlo e tanta, ma proprio tanta disponibilità per mettermi a servizio.

Come tutti i doni del Signore, anche questo, e forse più di altri, non è mai “pronto all’uso”. Appena ricevuto Gesù nell’Eucaristia, il “lavoro” inizia!

“Fate questo in memoria di me!”: mi chiede di diventare, in lui e con lui, “pane spezzato per la salvezza del mondo”; mi chiede di affidarmi tutt’intero a lui, perché, nella povertà di quello che sono e di quello che faccio, lui possa, anche attraverso la mia persona, raggiungere tutti, dappertutto e sempre e dare luce ai passi della vita e amare e dare vita e salvare.

Per questo il dono dell’eucaristia diventa per me un’assunzione di responsabilità: presenza dell’amore del Signore, appunto “pane spezzato per la salvezza del mondo”. Questa nuova responsabilità è dentro quella piena, chiesta ancor prima al mio essere semplicemente cristiano, discepolo di Gesù, fin dal giorno del Battesimo: è un “talento”! Dice la parabola che a uno diede cinque talenti, a un altro due, a un terzo diede un talento. Il primo non è il più bravo, ma, se vuole, può farcela a trafficarne cinque. Il terzo non è il meno bravo, ma può farcela, se vuole, a trafficarne uno. A ciascuno, se vuole, la possibilità di essere in modi, momenti e situazioni diverse, strumenti nelle mani di Dio.

Se vuoi …... ma se vuoi, poi la strada è impegnativa e meravigliosa: ti chiede tutto e sempre! E sì, perché Dio è amore e l’amore ti chiede tutto e sempre, l’amore quello vero … che è Dio!

Queste “cose” per me son già complicate da capire, immaginarsi se poi devo spiegarle.

Eppure Gesù è contento e loda il Padre nei cieli perché questi segreti, rimasti nascosti ai sapienti e agli intelligenti, li ha rivelati ai piccoli.

Io sono convinto che la strada per entrare in questi misteri in questi disegni di Dio, per trarre frutto dai suoi doni, per trafficare il talento della Prima Comunione tutta parta dalla scoperta e dalla accoglienza che Gesù è Dio.

Se veramente riconosco che è Dio, allora è tutto per me; senza di lui, se sto attento, mi accorgo che non posso far nulla; se sto attento, mi accorgo che solo con lui tutto può fiorire, ma proprio tutto.

E’ un po’ quello che Gesù dice nella parabola della vite e dei tralci: solo unito alla vite il tralcio può dare frutto, altrimenti muore!

E allora per tutto, sempre, ho bisogno di Te, Gesù! Anzi in tutto e sempre, Gesù, fa’ di me quello che vuoi!

Solo su questa strada potrà “stare in piedi” la fedeltà alla messa della domenica! E, attorno alla messa della domenica, avrò cura, in tutto, di ciò mi conduce a Gesù, avrò cura di ciò che da lui viene a me.

….

Ma io, piccolo, al mio primo passo incontro a Gesù, quanto ho bisogno di te, grande, mamma, papà, nonno, nonna, catechista, suora, prete! Quanto ho bisogno di te per capire queste cose, per cercare di accoglierle e per riuscire ad esservi fedele.

….

Quanto io, grande, posso aiutare cercando di fare un piccolo, ma serio, vero, sincero passo verso il mistero di Dio, verso il primato assoluto che si deve a Dio, proprio perché è Dio.

Se voglio bene a ‘sto pargoletto, che per la prima volta si è accostato al sacramento dell’Eucaristia, se voglio davvero il suo bene, posso tentare di fare questo piccolo passo.

Mi è possibile, qualunque sia la mia posizione di fronte a Dio, qualunque sia la mia situazione di vita!

A ciascuno il suo serio vero, sincero, preciso piccolo passo con cui dire a ’sti pargoletti, con la vita prima e più che con le parole, che vale davvero la pena camminare su quella strada, anche se io non ci sono riuscito oppure ho fatto proprio poco.

Vale la pena anche se poi il Signore ti condurrà, caro pargoletto, magari molto, molto lontano: e sarà gioia per tutti!

 

 

 

 

 

 

 

 

Aprile 2019                                                                                  Parola del Parroco

 

Per condurre a conclusione il cammino diocesano del Sinodo Minore è stato richiesto “un discernimento (… parolone!) sulle istituzioni di comunione, di corresponsabilità, di missionarietà, di formazione fraterna”. La richiesta è stata rivolta ai decanati, alle comunità pastorali, agli oratori, per dare suggerimenti in vista di una “pastorale d’insieme 2020”.

Le pagine, consegnate a noi preti, a me, un po’ incompetente, hanno dato l’impressione del risultato di uno studio da manager (… magari oggi è necessario questo nella chiesa!) con progetti perfetti che garantiscono la “sistemazione” efficace del prossimo futuro per l’annuncio del vangelo, la trasmissione della fede e la crescita del Regno di Dio nella comunità cristiana.

Nella mia ridotta e zoppicante esperienza faccio fatica a leggervi “i piedi per terra”, che stanno ben saldi su ciò che è fondamentale, che è garanzia di solidità e che ha generato, genera tuttora e, penso, continuerà a generare, volenti o nolenti, la novità vera.

Mi fanno pensare e dire questo, parole ed espressioni come “mostrare le potenzialità strategiche” … “favorire la generazione di sinergie virtuose”… “il rafforzamento della struttura logistica” … il decanato “chiamato a rivestire un ruolo strategico”  …  con la  “funzione insostituibile di incubatore di legami di comunione”.

Mi fa pensare e dire questo anche l’impressione di vedere tra le righe, spero sbagliandomi, la convinzione che una struttura nuova o anche solo il cambio del nome di una struttura che già c’è possano risolvere automaticamente tutti i problemi e permettano di raggiungere in un attimo quanto ci si prefigge.

Le parole lì contenute a me più comprensibili e nelle quali mi ritrovo con più facilità, sono invece quelle tratte da documenti precedenti (es. Direttorio per i consigli pastorali decanali; Messaggio dell’Arcivescovo per l’avvio del cammino “Oratorio 2020”).

Sul testo consegnatoci dalla Diocesi, a cui sopra faccio riferimento, lunedì primo aprile è stata proposto al Consiglio Pastorale e a tutti coloro che lo desideravano un momento di preghiera. Don Leandro ha preparato con sapienza e guidato con cura la preghiera. Al termine il sottoscritto ha manifestavo ai presenti alcune impressioni sul documento in oggetto.

Dicevo a loro che, nel documento della Diocesi, le parole che ho travato davvero belle, semplici, stimolanti e tali da scaldare il cuore, sono quelle poste proprio all’inizio come riferimento da cui far derivare tutti i contenuti successivi. Sono quattro brani tratti dalla lettera che l’Arcivescovo ha preparato come introduzione al Sinodo Minore “Chiesa dalle genti”. l’Arcivescovo lì ha indicato quattro caratteristiche, quattro tratti irrinunciabili, dice, con i quali vive e risplende la nostra Chiesa diocesana: questi tratti sono riportati all’inizio del documento; proprio essi mi hanno fatto pensare e non poco.

Innanzitutto: “Una Chiesa che dimora nello stupore”.

Quanto è necessario e devo imparare a scoprire, a contemplare, a stupirmi delle opere di Dio.

Un raggio di luce, un battito d’ali, un soffio di vento, una meraviglia, il creato sono lì accanto a te, attorno a te, ci sei immerso e neppure te ne accorci tanto sono “cose normali”, normalmente discrete e silenziose nel loro esserci.

… Ho tra le mani una nuova tecnologia … potrebbe richiamarmi e rimandarmi alle meraviglie dell’opera del Creatore: sono esse che permettono la scoperta, il nascere, l’esistere e il perfezionarsi di quanto ho tra mano e utilizzo, … e non me ne accorgo, … anzi do assolutamente per scontato che non debba essere se non così. Invece è tutto dono … e che dono! Una meraviglia! Ma, a pensarci bene, una meraviglia è anche quella della mente che ha scoperto quel dono, che ha intuito la possibilità di “sfruttarlo” per utilizzarne il risultato. Ma è una meraviglia anche quella delle mani che lo hanno realizzato … e magari neppure mi accorgo e mi stupisco e dico grazie!

E una infinità di realtà, situazioni, relazioni, che sono la vita di ogni giorno, nascondono e offrono la possibilità dello stupore per il creato, per le creature, … per il Creatore!

Se poi riesco a “fermarmi” per intuire qualche scintilla dell’opera di Dio che ci vuole salvare, qualche segreto della sua avventura dentro la nostra povera umanità, del suo “perdersi” nella nostra vita, del suo “nascondersi” nel Pane e nel Vino, nella Parola, nella Chiesa, per raggiungerci e renderci suoi figli, allora la meraviglia, si fa gioia traboccante,  gratitudine riconoscente, desiderio umile e sincero di affidamento.

E poi: “Una Chiesa a proprio agio nella storia”.

Questa parola dell’Arcivescovo mi richiama una frase meravigliosa della scrittura, che la dice lunga su chi è il Dio che si manifesta e ci raggiunge in Gesù. Compresa e accolta può diventare luce e guida della vita quotidiana, forza per ogni annuncio del Vangelo.

La Sapienza di Dio, dopo aver raccontato il suo giocare alla presenza dell’Altissimo nell’opera creatrice, rivela che la sua gioia più grande è quella di stare con i figli degli uomini! Se Dio è così, cosa non posso essere io, oggetto del suo immenso amore! Cosa dobbiamo tentare di essere noi, tra di noi e con tutti, se lui è così in mezzo a noi e per noi! Condividere, adattarsi, nascondersi, respirare, gustare questo essere dentro la vita umana, perché è troppo bello, pur con i difetti propri e altrui, perché Dio per primo sta lì.

C’è poi anche questo: “Una Chiesa che fa suo il grido di Gesù”.

Qui mi dico: chissà se posso fare mio, con verità e con sincerità, questo grido contro il male contro l’ingiustizia che causa il dolore innocente, la fame, la povertà! Quante volte io stesso sono nel numero di chi è causa di questo male. Spesso lo sono in modo molto sottile, che nessuno quasi se ne accorge, … neppure io! Il grido deve forse innalzarsi contro di me, contro il mio stile di vita.

Ma se anche non fossi causa di questo male, ho paura che mettendomi a “gridare” troppo forte contro il male e chi lo compie, alla prima minaccia che ricevessi, mi nasconderei o mi arrenderei o mi svenderei pur di non avere fastidi. Vedo come di fatto io tratto quelli che sono in situazioni di bisogno; vedo quello che si tirano dietro coloro che vogliono combattere fino in fondo questa battaglia, pagando di persona e non in nome di una ideologia passeggera. Vedo e sento che non ce la farei di sicuro.

Forse è meglio che tolga la “trave” che c’è nel mio occhio prima di preoccuparmi della “pagliuzza” che c’è in quello dell’altro. Ma ... la “trave” è sistemata proprio bene e fa anche una bella figura nell’arredamento della mia coscienza!  … Quasi vale la pena lasciarla!

Da ultimo l’Arcivescovo parla di “Una Chiesa che contempla la Sposa dell’agnello”

Questa caratteristica della Chiesa mi dice di imparare a vedere, dentro le pieghe dell’umanità, quanto la vita grida forte, attraverso mille segni e in mille situazioni la inspiegabile e ineliminabile sete di assoluto, di pienezza di vita, di vita per sempre. Nelle situazioni, nelle vicende, nelle persone, nei cuori e sapersene arricchire. Quanto addirittura tutto ciò che contorna il cammino verso la fine rivela, ad uno sguardo attento ed ad un cuore non di pietra, mi svela, mi rivela, a volte mi grida la certezza di un fine, di un incontro che irradia lentamente ma inesorabilmente il suo splendore, che da senso, gusto e forza a tutto il vivere e il camminare verso la meta.

Terminavo la mia tiritera dopo il momento di preghiera, indicando due condizioni come terra buona in cui possano attecchire, germinare e crescere sentimenti, atteggiamenti, passi veri nel cammino indicato dall’Arcivescovo.

Due condizioni che sono anche la cartina di tornasole per poter dire: qualcosa c’è, qualcosa spunta, qualcosa fiorisce, qualcosa porta frutto.

Innanzitutto che ci sia la gioiosità, come “aria che tira”, nella comunità parrocchiale! Non tanto l’allegria o l’ottimismo (vanno bene anche loro!), quanto l’effetto nel cuore, sul volto, nei modi di fare, nelle relazioni, che viene dal “sentire” quanto meravigliosamente dice a un certo punto Paolo nella lettera ai Romani: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? … Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù!”

E poi che cresca la fraternità sacerdotale, essendo chiamati i sacerdoti ad essere strumenti perché il Signore possa farsi incontrare attraverso parola, sacramento e comunità cristiana. La relazione fraterna fra di loro, pur con tutte le diversità e le fragilità di questo mondo, mi sembra molto preziosa soprattutto se vissuta nelle mani di Dio.

Adesso però, giunto alla fine, rileggo quanto scritto: mi pare proprio di essere caduto in quanto all’inizio criticavo! Ho riversato un fiume di parole, a formare  ragionamenti e pensieri faticosi e complicati, poco comprensibili. … Ormai però il danno è fatto!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marzo 2019                                                                                    Parola del Parroco

 

Ancora una volta la Parola di Dio della messa domenicale mi fissa la mente su alcuni pensieri. A dire il vero in questi giorni diversi brani della Parola di Dio nelle messe feriali mi hanno anticipato o confermato tali pensieri.

Il rischio è per gli eventuali lettori di ‘sto scritto, perchè forse già nella messa della domenica si son dovuti sorbire questi pensieri nella predica: una ulteriore penitenza questa! Che la penitenza, nel risentire gli stessi pensieri, sia per loro, nelle mani di Dio fonte di fruttuosi meriti!

Che bello Gesù! Che bello vedere, contemplare il suo modo di agire tra la gente e per la gente! E lui è Dio! E’ Dio fatto uno di noi! E lui è e fa così!

“Usci di nuovo”, sì, perché era già uscito prima e uscirà ancora, per andare un’altra volta or di qua or di là,  in Galilea, nella Decapoli, in Samaria, a Gerusalemme, magari passando per Tiro e Sidone.

E “insegnava loro” e parlava e predicava e richiamava e rimproverava e consolava … e guariva e faceva tornare in vita e sfamava e riaccendeva la luce degli occhi e riaccendeva sempre, con le parole e con i segni che le accompagnavano, sempre riaccendeva i cuori. “Bravo! Brava! La tua fede ti ha salvato!” “Va’ e non peccare più!”.

A chi gli chiede un dono, non sa dire di no e offre quanto richiesto e anche di più: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste …”

Attraversato il lago per un po’ di meritato riposo, al vedere la gente, che correndo l’ha preceduto sull’altra riva, “ … provò compassione perché erano come pecore senza pastore … e parlava loro”. S’accorge che non hanno da mangiare. “Date loro voi stessi da mangiare! … Quanti pani avete? … Li benedisse, li spezzo e li diede loro perché li distribuissero … e ne avanzarono …”.

E “… passando” magari gli altri no, ma lui vede Levi … seduto al banco delle imposte; … vede Zaccheo … capo dei pubblicani e ricco … lì sull’albero; …. si ferma al pozzo di Giacobbe e aspetta la Samaritana, carica del fardello delle sue miserie; sente il grido di Bartimeo, che veniva zittito dagli altri; sente il tocco di quella donna sul lembo del suo mantello.

E poi “… stava a tavola …” da Levi, da Zaccheo, da Marta e Maria.

Va, dona, guarisce, riscalda e accende il cuore!

Che bello questo suo perdersi, consumarsi, essere pronto, attento, sempre a dare tutto … a dare la salvezza! Dice Paolo nello scritto indirizzato all’amico Timoteo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”

E questo è Dio, il Figlio di Dio fatto uno di noi!

Che bello poter essere un po’ così, io prete!

Che bello poter essere un po’ così, noi come Parrocchia!

Che bello poter donare la parola che illumina, nutre, conforta, saper compiere il segno che guarisce, vedere il cuore che si apre al Signore!

Ma per Gesù, quanto … tempo di “allenamento”, per essere così e agire, lui Figlio di Dio! Circa trent’anni a Nazareth, con Maria e Giuseppe, … senza contare poi tutti gli “allenamenti” nell’eternità della Trinità.

Immaginarsi per me, per noi cosa ce ne vuole di tempo per allenarsi e riuscire a fare anche solo una piccolissima cosa di quelle che faceva Gesù qui in terra!

A dire il vero, per me, per noi, per riuscire a fa qualcosa, più che allenarsi, forse è proprio necessario lasciarsi … salvare da Gesù, … magari nel corpo, ma sicuramente soprattutto nel cuore.

Occorre essere dinanzi a lui come i peccatori del Vangelo: “ Levi ...si alzo e lo segui” “La donna … lascio la brocca e andò in città e disse … “Zaccheo… in fretta scese e lo accolse con gioia”.

Occorre essere un po’ come i poveri del Vangelo: “ Bartimeo… gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù…” “ … Giàiro ... gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza ...” “ … la donna disse ... se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello …”

Occorre essere un po’ come Paolo che dice: “Gesù … è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io!”

Occorre essere un po’ come la folla, quando non è manovrata, non è pagata, non è sobillata a gridare “ … sia crocifisso!”, quando si lascia sospingere dalla sete indecifrabile, nascosta e insaziabile nel profondo del cuore e rincorre Gesù e gli pone dinanzi tutti i malati e gli si getta addosso per toccarlo e … si dimentica di mangiare … e di portare da mangiare … e son già passati ormai tre giorni così!

Forse, per un cammino di fede che valga davvero la pena di essere compiuto, occorre dare uno sguardo e vedere a che punto sta la mia umiltà.

Posso non considerare neppure l’eventualità di essere un peccatore! Posso essere sempre preoccupato, nel riconoscermi peccatore, di trovare giustificazioni ai miei errori. Posso anche riconoscermi sinceramente peccatore e tormentarmi senza tregua perché non riesco ad essere … come io vorrei! Sempre mi ripiego su me stesso!

L’umiltà invece non fa mai ripiegare su se stessi, fa volgere lo sguardo e il cuore unicamente a Gesù.

Posso però imparare da Matteo, dalla samaritana, da Pietro, da Zaccheo; posso imparare da Paolo: “ … il primo (peccatore) sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità”. Vale la pena essere come il ladro in croce: non si ripiegare su se stesso, ma volge lo sguardo e il cuore unicamente a Gesù: “ … ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!”

Forse, per un cammino di fede che valga davvero la pena di essere compiuto, occorre dare uno sguardo e vedere a che punto sta anche la mia povertà.

Forse, per essere povero, a me basta rinunciare, distaccarmi da qualcosa, anche di importante, di impegnativo, grande, che mi costa sacrificio e son disposto anche a crescere in questo distacco e rinuncia.

Ma la povertà si può riconoscere nel bisogno assoluto, nella sete insaziabile di ciò che nessuno, ma solo il Signore mi può dare e di cui non posso fare a meno, come l’aria per respirare. Posso allora imparare da Giairo che chiede aiuto per la figlia, dal centurione che intercede per il suo servo in fin di vita, dalla donna malata che vuol toccare a tutti i costi il mantello, dal balzo del cieco Bartimeo versò Gesù.

Questa umiltà e questa povertà lasciano che Dio possa abitare in te e lui ti renderà sempre più segno e strumento del suo amore e della sua misericordia.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Febbraio 2019                                                                                Parola del Parroco

La difficoltà di lettura della Parola di Dio offerta nella Festa della Sacra Famiglia ha contribuito a richiamare alla mente dei pensieri che ogni tanto ritornano.

Le situazioni poi nelle quali, anche tra di noi, si trova la famiglia in rapporto al progetto di Dio, offerto appunto dalla Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, sono sempre più diverse, a volte vicine, ma anche lontanissime dall’esempio offerto.

Come posso allora pregare per la famiglia? Come posso pregare per tutte le famiglie, qualunque sia la realtà indicata con questa parola? C’è qualcosa che posso chiedere al Signore e che sia utile per ogni situazione, anche le più disparate?

Mi sono detto già un’altra volta: si può perché ogni esperienza, chiamata ‘famiglia’, si avvicini il più possibile, per quanto le è dato, all’esempio della Santa Famiglia di Nazareth; preghiamo perché, per fare questo, ogni famiglia chieda aiuto appunto a quella Santa Famiglia.

Sono convinto che, su questa strada, ogni situazione di relazione famigliare, qualunque essa sia, possa offrire un aiuto appunto alla famiglia, ad ogni famiglia per avvicinarla al progetto di Dio.

Magari sbaglio o mi confondo, ma continuo ad essere convinto che nel profondo del cuore di ogni membro della famiglia, magari nel profondo più profondo, ci stia radicato un qualche bel valore che nessuno riesce a strapparti. Magari in qualche angolino della vita famigliare ci sta qualche valore o criterio per far del bene, che si dà per scontato e sta saldo anche se tutto il resto attorno, magari in quella stessa famiglia, sembra dire il contrario.

Ho paura che quanto nascosto nel cuore delle persone e delle famiglie possa proprio aiutare a far passi sulla strada giusta, anche quando il cammino da percorrere fosse lunghissimo.

L’aria che tira soffia certo nella direzione opposta. Mi viene propinata, mi viene spiattellata in continuazione in mille modi, palesi o subdoli. Non necessariamente gli scopi sono cattivi, ma sicuramente l’intento è che venga respirata sempre di più e ciascuno possa ottenere quanto gli serve, possa trarne un profitto. Il resto, le altre conseguenze, anche se dannose o deleterie, non interessano!

A proposito dell’aria che tira, dicevo l’altro giorno che, se non si sta più che attenti, ci vien fatta respirare, per tenerci tranquilli, l’opportunità di mettere da parte i valori; ad esempio: …”sì la giustizia, ma … la mia! … E’ quella sola che conta!”

I criteri di vita poi, che ‘passano’ con l’aria che tira, a volte sono terribili per le conseguenze che ne derivano; uno per tutti: ‘il fine giustifica i mezzi’! Mi vien fatto ‘respirare’ che li utilizzo non tanto, … solo un po’, … quel pizzico che serve, … senza esagerare, che quasi quasi neanche te ne accorgi … e ti sembra proprio giusto fare così, … sì perché tutti (non vedi?) fan così!

Purtroppo dall’aprire anche solo un piccolo spiraglio a criteri sballati quali esperienze terribilmente negative ne son venute nel passato … e anche nel presente, in qualche parte, … ma non si vede e non si sente, se non stai più che attento.

L’aria che tira mi fa ‘respirare’ di non assumermi responsabilità, … “soprattutto se nessuno ti vede in quello che stai facendo!”.

L’aria che tira tende a farmi addormentare, per perdere lo spirito critico.

Devo invece utilizzare il più possibile, sempre e dovunque, l’intelligenza: il Signore mi ne ha fatto dono. Se adopero bene l’intelligenza, posso scoprire il bene vero e distinguere il bene dal male. Solo che questo non necessariamente coincide con il pensiero della maggioranza! … E allora occorre la disponibilità ad ‘andare contro corrente’! … Ma allora è necessaria la fedeltà a ciò che si è scoperto di bene. E, ‘attaccata’ alla fedeltà, occorre quella benedetta perseveranza della quale Gesù dice “Chi persevererà sino alla fine sarà salvato!”.

Quanto detto sopra è solo qualche esempio di quanto può causare l’aria che tira.

In una parola: in modo molto sottile viene manipolato e manomesso, il dono più grande che, come persone, il Signore ci ha fatto, quello della libertà: cioè la capacità di fare il bene, di costruire con Lui la propria e altrui vita e felicità!

L’aria che tira invece, in nome della libertà, mi invita a fare quello che voglio, perché questa è libertà vera! Lungo questa strada, purtroppo, si arriva sempre alla distruzione della libertà, … o prima o poi!

Meglio prima, perché poi, spesso, non si può fare più niente per rimediare!

Siccome l’aria che tira non è una propaganda con tanto di proclami, di comizi, di discorsi con altoparlanti ad alto volume, ma è appunto l’aria che tira, allora, comunque la si respira e, in modo o nell’altro, dovendo respirare per vivere, un qualcosa assimilo sempre.

Sono convinto però, dicevo prima, che, nonostante tutto, ancora oggi mi posso difendere dall’aria che tira, se è dannosa, proprio andando a ripescare quei valori radicati nel profondo del cuore, quei criteri che sono scritti, in modo quasi indelebile, nel vivere delle famiglie e, lo ripeto, in qualunque situazione si trovino, anche le più disparate o lontane dal progetto di Dio.

Sono valori e criteri che ci sono stati scritti nel cuore da chi, credendo, ci ha preceduto: un grazie a loro!

Magari, data la famiglia e l’ambiente in cui sono vissuto, nessuno me li ha mai donati! Può darsi però che un incontro, una esperienza vissuta, una parola ascoltata me li abbiano fatti intuire come la cosa giusta.

Vale la pena donare agli altri, soprattutto ai piccoli, questi tesori!

Ma allora quanto è necessario adoperare l’intelligenza che il Signore ci ha dato per cercare, vedere, scoprire, appassionarsi al bene, alle strade che permettono di avvicinarsi ad esso. Di sicuro occorre, come Maria che, nel cammino della vita con Giuseppe e Gesù, ‘serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore’.

Quanto poi è necessario diventare testimoni di questi valori e criteri: farsi sì che sia la vita a ‘parlare’, prima e più che le parole.

Non devo mai dimenticare però che offrire questi doni, questi valori, questi criteri per il bene vero, assomiglia al seminare, con tutta l’attenzione, la fatica e la pazienza che questo lavoro richiede.

La Parola di Dio, al riguardo, dice che “chi semina raccoglie” e questo è un grande garanzia!

Aggiunge poi che “chi semina nel pianto raccoglie nella gioia” e allora ne vale la pena, anche se termina col dire che a volte “altri è chi semina, altri chi raccoglie”: a volte il seminare è un dono i cui frutti saranno raccolti, con gioia e gratitudine, da altri che verranno, ai quali abbiamo voluto davvero bene … un po’ come noi, che raccogliamo da altri, che ci hanno preceduto e ci hanno voluto bene, magari seminando nelle lacrime!

Per tutti la ricompensa ultima e sicura viene dal Signore!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gennaio 2019                                                                       Parola del Parroco

 

 

 

 

 

Buon anno!

L’augurio di qualche giorno fa, che si prolunga in queste prime settimane di gennaio, possa essere di stimolo per un rinnovato e consapevole impegno a portare buoni frutti nel cammino nel tempo che di nuovo ci è donato.

Parole, pensieri e messaggi significativi pronunciati nell’occasione del giungere del nuovo anno possono essere di particolare aiuto a far tesoro del dono della vita e della fede ed averne sempre più cura.

Quanto più il numero degli anni ‘pesa’ sulle spalle, tanto più sentiamo che possiamo e dobbiamo essere un po’ di esempio ai piccoli.

Possa io, nei giorni a venire, avere nel cuore la passione per quanto mi è dato di compiere, per quello che mi è chiesto, per quello che io stesso scelgo di fare: un pizzico in più di passione in quello che faccio, un briciolo in più  di rinnovata convinzione che ne valga la pena e quindi un poco di impegno in più.

Magari non ne viene nulla.

Potrebbe però capitare che uno sguardo curioso, attento e interessato, di chi ha tutta una vita davanti, mi tenga d’occhio, mi osservi, mi scruti in ciò che faccio.

Come sarebbe bello e fruttuoso se con quello sguardo si possa intuire che dentro il mio cuore ci sta il calore, la passione, la determinazione a guidare e sostenere il mio agire.

Se così è, un giovane forse scoprirebbe e riconoscerebbe che c’è un mano tesa per aiutarlo a camminare, ad appassionarsi e poi a continuare con le proprie gambe, anzi ad andare oltre a chi lo ha aperto al cammino della vita e della fede.

Sarebbe invece molto dannoso se in me, adulto per gli anni che porto sulle spalle, continuassi a coltivare un spirito adolescenziale, trascinato da sensazioni istintive, incapace di agire con scelte consapevoli riferite ad una scala di valori.

A dire il vero ho l’impressione che, con il passare degli anni, il fisico stesso rifiuta tale modo di fare. Io invece continuo testardamente a pretendere, anche con mezzi ingannevoli, ciò che invece avrei dovuto coltivare e curare al tempo giusto per essere oggi veramente adulto.

Tale modo di agire non apre, ma preclude cammini per chi sta venendo avanti; anzi, continuamente, in modo subdolo o palese, usurpa ruoli, lavori, spazi che spetterebbero ad altri.

E gli altri si allontanano, se ne vanno altrove.

Accanto alla passione che gli ha fatto scoprire quanto valga la pena impegnarsi in un certo modo, l’adulto può tentare di far scoprire e di trasmettere il valore enorme del sapersi assumere la responsabilità.

Anche se non mi vede nessuno, anche se nessuno mi chiede conto, anche se nessuno si accorge, gli altri possono star tranquilli: per quanto ho soppesato, valutato, scelto e deciso non verrò mai meno all’impegno preso, alla responsabilità che mi sono assunto, costi quel che costi.

Per questo non smetterò di cercare il bene vero da perseguire; non smetterò di sforzarmi per dare il meglio di me stesso, per compiere meglio che posso quanto c’è da fare.

Naturalmente con il solito … stile del servo: sempre attento a tutto e a tutti, senza lasciarsi abbindolare, ma senza disprezzare o schiacciare nulla che possa arricchire il mio essere servo buono e fedele, consapevole di essere inutile, sicuro, al momento di tirare le somme, di dover riconoscere di non aver fatto  niente di più di quanto doveva essere fatto.  

Sono convinto che questo avvenga tanto più quanto più mi è chiaro, nella mente e nel cuore, che il criterio ultimo di ogni agire è amare Dio sopra ogni cosa è il prossimo come lui ci ha insegnato.

Allora l’adulto riconosce che l’ambito per metterci dentro la passione e per assumersi le responsabilità, per essere ’servo inutile’ è quello della propria vocazione: la famiglia e, a scalare, le altre relazione in ordine di importanza, il lavoro, lo studio, le varie situazioni che si presentano in questo intreccio di relazioni, come l’uso delle ricchezze o le vicende della salute.

Il di più che posso e mi sento di fare, il cosiddetto volontariato, è la cartina di tornasole che, per come lo vivo, rivela a me e agli altri il grado di maturità che ho raggiunto e ‘lascia il segno’ oppure chiude la strada ai giovani.

Ultimamente poi mi sento di richiamare ancora che la sorgente di tutto è il “brillare del volto del Signore” sulla mia vita, come dice l’augurio del libro dei Numeri nella messa di capodanno.

Quanto è allora importante aver cura, anche con qualche proposito, del mio rapporto con il Signore!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dicembre 2018                                                                    Parola del Parroco

 

 

 

 

Il Santo Natale si avvicina e Gesù viene ancora a portare il suo amore e la sua pace.

Se penso un po’ a questi doni, posso accorgermi quanto siano preziosi, anzi necessari, nella vita di ciascuno, quanto siano preziosi e necessari nelle relazioni che costituiscono il nostro vivere quotidiano. Accogliere e gustare gli effetti di questi doni riempie la vita quotidiana, volta per volta, di serenità, di gioia, di entusiasmo, di attenzione, di coraggio, di disponibilità, di dedizione, di perseveranza, di fedeltà.

Se così è il Signore, se così sono i suoi doni, se la sua presenza è per renderci partecipi del suo amore e della sua pace, allora vale la pena accoglierlo o almeno disporsi ad accoglierlo, disporre il nostro animo ad accoglierlo.

La comunità parrocchiale può essere strumento per richiamare la preziosità dell’amore e della pace, doni del Signore. La comunità parrocchiale, soprattutto nella vita liturgica e sacramentale, può essere tramite per chiedere e ottenere questi doni.

Quanto però la comunità parrocchiale deve impegnarsi per essere segno e testimone della grandezza e preziosità di questi doni! Non è sicuramente cosa semplice.

Infatti tantissime sono le persone che costituiscono la comunità parrocchiale, ciascuno con il suo carattere, con la sua personalità, con le sue idee, con il suo stile di vita. Grande è la diversità per provenienza, per educazione ricevuta, per abitudini e convinzioni registrate nel profondo della coscienza fin dalla più tenera età e quasi irremovibili.

Così basta un niente per suscitare reazioni inattese, imprevedibili. Basta un niente per incrinare, logorare legami, rapporti considerati solidi, sicuri. Basta un niente per rompere, dividere, anche mettendo l’uno contro l’altro.

Non mi è facile per questo pensare che basti utilizzare sempre o tante volte la parola “comunità” per ottenere il risultato, per proteggersi e difendersi dagli inconvenienti sopra indicati. Dico “comunità”, lo dico tante volte e il lavoro è compiuto, i giochi sono fatti, il risultato è ottenuto!

Di sicuro, almeno per la comunità parrocchiale, ma certamente anche per altri tipi di comunità, la realtà c’è, sì, ed è solidamente costruita e costituita, ma da qualcosa che ci precede: è il Signore che ci fa una cosa sola! Ci rende uno, a prescindere da ogni diversità. Anzi, ci rende una cosa sola nelle nostre diversità, intrecciandole in modo meraviglioso perché siano vicendevolmente un dono.

Non è per niente facile, ma sta a me scoprire, riconoscere e accogliere questo essere una cosa sola che ci precede nell’esistenza, nel sogno di Dio, nella preghiera di Gesù nell’ultima cena.

Anche questa, come tutto ciò che viene da Dio, è una realtà nascosta, così nascosta che di fatto la posso ignorare sia dandola per scontata sia negandola come inesistente: posizioni opposte, ma che conducono allo stesso risultato. Come tutto ciò che viene da Dio è una realtà nascosta, perchè non mi si impone, ma mi viene donata come seme da accogliere nel cuore e da far attecchire. Così potrà poi germogliare, fiorire e portare frutto.

Sono pensieri un po’ troppo complicati! E’ vero!

Seguendo però questa strada mi preoccuperò meno della mia capacità di fare comunità, della mia dedizione, dei miei sforzi per fare comunità. Mi accorgerò che innanzitutto e soprattutto dovrò guardare di non mettere bastoni tra le ruote del lavoro del Signore.

Allora mi domando se forse già questi miei pensieri, che adesso metto per iscritto, possono essere quei “bastoni tra le ruote”, stanno già essi stessi rovinando, incrinando qualcosa del lavoro del Signore. Forse è questa parola: forse è il tono della voce, è lo sguardo, il gesto  e sto intralciando l’opera del Signore.

Quanta attenzione mi chiede il Signore perché lui possa farci comunità!

Sono appunto tantissime le persone e, per mille motivi, diversissime! Basta niente per fare danni …

Quanta umiltà mi chiede il Signore, per diventare sempre e sempre più attento a capire, a giustificare, a riconoscere come un dono quanto ricevo. Quanta umiltà mi chiede per essere sempre pronto, sempre più pronto a riconoscere che in quell’occasione, con quella persona, in quel luogo avrei potuto ... avrei dovuto … E invece, nonostante le mie buone intenzioni, per quella parola detta, per quel tono di voce, per quel modo di fare ho causato un danno, ho fatto un danno agli altri e anche a me stesso.

Quanta umile attenzione per conoscere sempre più me stesso e le altre persone con cui entro in relazione, per scoprire e accettare difetti e pregi di ciascuno. Per agire di conseguenza togliendo al Signore occasioni per dover ancora una volta rimediare ai dissapori, alle divisioni, ai danni che ho fatto nella sua comunità.

Solo su questa strada si possono poi compiere in modo efficace gesti di carità, di generosità, di altruismo, passi per collaborare in modo attivo alla costruzione della comunità, ma solo perché continuo a tentare di non mettere bastoni tra le ruote al Signore che ci fa una cosa sola.

E se mi capita, e quante volte mi capita, allora chiedo: “Signore, aiutami ancora una volta a rimediare, a ritessere, a ricucire”, o meglio, ancora una volta, chiedo al Signore l’umiltà di lasciarglielo fare.

Chissà che possa essere un Buon Natale tutti i giorni … anche senza dirlo!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Novembre 2018                                                                    Parola del Parroco

 

 

 

L’ultimo incontro del Consiglio Pastorale era stato pensato un po’ diverso dai soliti: doveva essere un po’ più esteso come durata così da ascoltare con calma una proposta di riflessione a cui far seguire uno scambio di pensieri, osservazioni e altro. Si pensava potesse servire iniziare con una cena frugale con quanto ciascuno avrebbe portato da casa per condividerlo con gli altri. Il momento conclusivo sarebbe stata una preghiera in chiesa.

A giudicare da quanto si percepiva al termine dell’incontro e dalle impressioni registrate nei giorni immediatamente successivi nei commenti dei partecipanti, devo dire che il giudizio è positivo. Si è anche proposto di ripetere quell’esperienza in altri momenti nel corso dell’anno.

Sarà stato il gusto nel condividere come cena quanto ciascuno ha portato e poter “saltellare” da un cibo all’altro, attratti dall’insistenza di chi lo aveva preparato. Sarà che a tavola può essere più facile parlare, ascoltare, comunicare, intendersi. Sarà per la chiara, precisa e sapiente presentazione fatta da Don Leandro della Lettera Pastorale di quest’anno. Sarà per il suo modo di fare che facilita l’ascolto e la comprensione e sollecita l’intervento e la risposta.

Comunque è stato un momento bello, un’occasione per accorgersi di quanto potrebbe servire che lo stile di quella sera diventi normale nelle relazioni quotidiane.

Ecco il testo che ha guidato l’intervento di Don Leandro: potrebbe servire a ciascuno di noi.

 

Serata di approfondimento del Consiglio Pastorale Parrocchiale con tema

“Cresce lungo il cammino il suo vigore”, Lettera pastorale per l’anno 2018-’19

 

“Consapevolezza di essere Chiesa in debito”

Il nostro Arcivescovo ci invita a sentirci in debito, ma debito per che cosa? Perché “Il Signore Gesù, risorto, vivo presso il Padre intercede per noi ed è sempre con noi tutti i giorni”. Ma noi riusciamo a sentirci in debito per questo? Ci sentiamo Chiesa in debito per  il dono che il Signore ci ha fatto?

Teniamo viva questa domanda fino alla fine di questo breve intervento per provare a rispondere a questa domanda iniziale.

Nel primo punto della lettera il nostro Arcivescovo ci invita a sentirci come discepoli in cammino verso “Gerusalemme”, per chi conosce la geografia della città eterna sa che è in cima ad un colle alto 800 metri e se immaginiamo di partire dal deserto di Giuda in prossimità del Mar Morto dovremmo aggiungerci altri 400 metri di dislivello, questo per dirci che il cammino verso il Signore è un cammino in salita, un’Ascensione (direbbe l’evangelista Luca). Il cammino in salita, però, chiede di avere uno sguardo che mira verso l’alto, verso chi dall’alto vigila su tutti noi, uno sguardo che nutre e genera speranza. Per vivere questo non si può rimanere statici ma è necessario rimanere in cammino, segno di questo cammino è “una Chiesa che non assolutizza mai forme, assetti, strutture e modalità”. Un invito ad avere coraggio a guardare il nostro mondo con occhi rinnovati e illuminati dalla Parola e dall’eucarestia. Solo così riusciremo a sentirci vero popolo in cammino, perché ci accorgiamo di non avere ancora raggiunto la meta e così resta in noi la capacità di stupirci della grandi cose del Signore e possiamo anche nutrire timore di fronte alla sua grande cura verso noi suo gregge eletto e amato, pellegrini in questo cammino terreno. La consapevolezza di essere pellegrini in cammino ci permette di avere uno sguardo aperto capace di cercare tutti coloro che sono alla ricerca della verità e della libertà. Per fare tutto questo è necessario costruirsi col tempo una spiritualità che alla base prevede la “fatica”, la fatica nel frequentare il nostro cuore nel deserto della sua esistenza. Come fare per vivere questa fatica che fa crescere:

Ascolto della Parola (La Parola di Dio non è in primo luogo un libro da studiare - sola ratio -, ma quella confidenza che Gesù ci offre, perché la sua gioia sia in noi e la nostra gioia sia piena … La Parola chiede sempre una risposta, invita ad una conversione, propone una vocazione… richiamo a scelte personali coerenti… la vita stessa è vocazione in rapporto a Dio)

Celebrazione Eucaristica (Lo spezzare il pane è il gesto liturgico originale che fa riconoscere l’assemblea dei discepoli di Gesù come la comunità che fa memoria della sua Pasqua, vive del suo Spirito, pratica il suo comandamento… abbiamo bisogno di trovare nella celebrazione eucaristica quella fonte di gioia e di comunione, di forza e di speranza che possa sostenere la fatica del cammino);

Preghiera personale e comunitaria (se un cristiano non prega è esposto al rischio di una fede che si inaridisce, di un cammino che si smarrisce nel deserto)  . 

Le pratiche di sempre, ma la giusta medicina per alimentare la nostra anima e la nostra identità cristiana. Possiamo affermare che solo vivendo così potremmo “tradere” il vero messaggio di Speranza perché nutrito e rinforzato da Lui stesso, compito di noi cristiani è di percorrere la terra seminando speranza, offrendo un principio di trasfigurazione del quotidiano.

Un invito ad una testimonianza che non sia annacquata, bensì una testimonianza che inviti ad una “radicalità della fede” che diventi testimonianza di speranza per chi ci vede.

Di fronte a questa consapevolezza di dover essere continuamente in cammino, ma avendo di fronte uno sguardo che ci ama e si consegna a noi, non possiamo sentirci in debito? O ci sentiamo col cuore già raggiunto e tremendamente sereno?

 

Seguono poi delle domande che, chi ne fosse interessato, potrà conoscere.

Io mi limito a riprendere le considerazioni a riguardo dei punti su cui lavorare, indicati nel testo precedente e chiamati dal nostro Arcivescovo, nella Lettera Pastorale, “esercizi spirituali” del pellegrinaggio. E sì, perché “i discepoli del Signore, sono un popolo in cammino”, come afferma fin dall’inizio l’Arcivescovo.

Sono importantissimi: l’ascolto della Parola di Dio, la partecipazione alla celebrazione eucaristica e la preghiera personale e comunitaria.

Raccomando tantissimo questi tre “esercizi”; sono direttamente proporzionali alla intensità del voler essere discepoli del Signore, tanto più se io, in vario modo, sono impegnato nel “lavoro pastorale” a servizio della Chiesa di Dio, che per me qui oggi è la Parrocchia di San Pietro.

Quanto è indispensabile la Parola di Dio, sentita e accolta nel cuore come tale, che ti forma e ti interpella, che è luce ai tuoi passi, che si fa desiderio e forza irresistibile di annuncio e di dono agli altri. E’ sicuramente poco, ma quanto ne verrebbe di guadagno il condividere da parte di tutti i cinque incontri che si tengono da tanti anni qui in Abbiategrasso e indicati anche nel manifesto dentro questo bollettino e la partecipazione ai Gruppi di Ascolto. E’ per questa loro ricchezza che il parroco li raccomanda sempre più.

Quanto di guadagno e di frutti se la fedeltà e l’intensità di partecipazione all’Eucaristia della domenica diventano segno che questo incontro per me è più indispensabile dell’aria che respiro per vivere.

Quanto poi la preghiera è la terra buona per vivere della Parola di Dio, per cercare la comunione dell’eucaristia. La preghiera con la “P” maiuscola, che poi si fa con le preghiere con la “p” minuscola, che si fa con uno sguardo vero a Dio ogni giorno, senza del quale le preghiere rischiano di essere parola vuota.

Ogni crescita in questi “esercizi” è dono grande per sé, per gli altri, per la Chiesa tutta e per il mondo intero. Tocca a te! Anzi … no! … Tocca a me! … Tocca a noi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Ottobre 2018                                                                         Parola del Parroco

Io povero prete devo tentare di accudire quei pargoletti un bel po’ scapestrati e non mi risulta per niente facile. Il loro modo di parlare, di stare, di vestire, di giocare, di ascoltar musica, di trattare le cose, di trattare gli altri pargoletti che girano da quelle parti, oserei dire tutto il loro modo di comportarsi, occupando il territorio di cui sono responsabile, mi fa problema e sono tentato di intervenire e di alzare la voce e di esigere e di mettere paletti e di porre limiti a questo e a quello, anzi forse di porre fine, perché, secondo me, non se ne può più.

E questo e questa me lo fanno pesare e notare con forza, quasi a ottenere da me che imbocchi questa strada ferma, decisa e precisa per sistemare tutto e tornare alla tranquilla normalità, che va bene per tutti, soprattutto per il mio figlio. Rischio, per queste insistenti osservazioni, pressioni e lamentele di cedere, non sapendo tuttavia se questo modo di agire è il meglio, se è giusto per un luogo come questo in cui mi trovo.

Tuttavia non mi è proprio facile fare così: temo di non saper controllare le reazioni mie e altrui, anche perché mi domando quali poi debbano essere i limiti, le condizioni per lo stare in questo luogo, i criteri secondo cui agire. Non è proprio facile trovare una risposta e poter dire con assoluta certezza, come invece mi viene indicato: questo è giusto e deve essere fatto così!

Poi, per caso o per scelta di un percorso, mi ritrovo il papà o la mamma del pargoletto o della pargoletta … vedo, conosco, penso e dico tra me e me: … ‘sto povero pargoletto o pargoletta, come può pensare che si possa parlare, vestire, agire, trattare persone e cose in modo diverso da quello che fanno, essere diversi da quello che sono! Non hanno visto altro, non hanno respirato altro, non hanno subito altro, non hanno potuto imparare altro. Vedendo la sorgente, sembra quasi impossibile che ne venga qualcosa di diverso.

A volte capita di dire: con il vissuto che hanno alle spalle e che si son dovuti sorbire, … sono santi, anche solo per quel barlume di attenzione, di disponibilità, di generosità, di sincerità, di schiettezza, di difesa, si fa per dire, della giustizia, anche se non si capisce bene quale giustizia, che manifestano, quando riescono a intuire, a sentire, a percepire un pizzico di sincera attenzione, un briciolo di calore e di sincero affetto, un po’ di simpatia e di stima nei confronti della loro persona.

Certo però che, caro pargoletto, adesso stai diventando grande! Magari potresti anche farti qualche domanda su quanto hai dentro e dai per scontato, avendolo assimilato con l’aria che hai sempre respirato! Se diventi maggiorenne, anche solo per l’età che hai, potresti, una qualche volta, ribellarti non tanto al mondo che ti sta fuori, ma piuttosto a quello che ti è stato messo dentro. Potresti almeno tentare! Certo, forse costa una fatica enorme! Però potresti provare! Magari qualcuno che ti vorrebbe anche dare una mano!

E non è che dall’altra parte sia tutto oro quello che luccica! Anche quando nel vivere dei pargoletti tutto gira secondo le norme e le regole, perché va bene, perché vale la pena fare così, non è che sempre ‘sti pargoletti han potuto respirare e possono respirare aria buona, aria che faccia crescere e faccia fiorire quel meraviglioso e delicatissimo dono del Signore che è la libertà.

Magari, là dove son cresciuto, mi è stata donata, ho respirato e respiro aria di adolescenza, là dove era ed è indispensabile, per attrezzare il mio futuro, un uomo, un donna veri, veramente adulti.

Se così è stato ed è … il futuro, nonostante l’apparenza del presente, non promette niente di buono; il futuro non sarà neppure troppo lontano nella sostanza, anche se non nella forma, da quanto riscontro nei pargoletti di cui sopra.

Sì, però anche per te posso dire: sei o stai diventando grande! E diventalo non solo in volume, stature e peso specifico, ma anche nella testa e nel cuore, ribellati nella verità, nella sincerità, per ciò che veramente vale, anche se non te l’hanno regalato!

Qualcuno te lo ha fatto intravvedere! Apri i tuoi occhi e il tuo cuore e cerca e scegli e prendi decisioni che facciano fiorire il tesoro che sei. E, se è il caso, manda a quel paese, quegli adulti, magari anche me, che non sono tali se non per l’età che hanno! Abbi il coraggio, per il bene tuo e loro, di diventarlo tu, almeno di provarci!

Adesso però, a pensarci bene, non ho fatto altro, finora, che puntare continuamente il dito contro tutto e contro tutti. Ho ripetuto ancora, come spesso mi capita: “...però tu! ...però tu! ...però tu!” indicando difetti ed errori ora di questi e ora di quelli. Devo convincermi che inceve è molto meglio, fa molto meno male e promette qualcosa di buono dire piuttosto: “ … ma io? … ma io? … ma io?” Invece di esigere dagli altri, è meglio vedere cosa devo fare io per primo.

Certo però che, da povero parroco, vecchiotto e complessato, torno a ripetermi quanto il carissimo San Giovanni Bosco suggeriva proprio a riguardo della responsabilità educativa nei confronti dei pargoletti. Me lo ricordo spesso come un sogno che mi è sempre stato e mi è tuttora quasi impossibile da realizzare. So che è la strada giusta nei confronti di tutti i pargoletti, in qualunque condizione, situazione o vicenda si trovino. Diceva che l’educazione è cosa del cuore e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce insegna l’arte e non ce ne mette in mano le chiavi. … E allora, Signore, aiutami a cercarti un po’ di più!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Settembre 2018                                                          Parola del Parroco

Settembre: si riparte!

Bentornato, a chi si è recato altrove per ammirare, per vedere, per incontrare, per riposare, per ricaricarsi!

Buona ripresa, per chi è rimasto sempre nei luoghi del vivere quotidiano!

Al termine del tempo dell’estate è sempre prezioso impegnarsi a ripartire, anche se nelle solite cose, nei soliti impegni, con i soliti appuntamenti, per le solite relazioni del “tran tran” quotidiano di tutto l’anno.

E’ sempre stato e sempre sarà necessario prestare una continua, particolare cura di questo ”tran tran” della vita quotidiana, quella che io spesso chiamo “vocazione”, perché, se è vera, è risposta alla chiamata di Dio.

Dio ci chiama a rendere più abitabile , più accogliente la terra.

Dio ci chiama e rendere più bello e fruttuoso, per sé e per tutti, il vivere quotidiano, più intense, più sincere e più arricchenti le relazioni.

La cura della vita quotidiana forse è oggi ancor più indispensabile, perchè sembra che stiano scomparendo, o lo sono già del tutto, alcuni valori profondi, fondanti del vivere personale e comunitario, ecclesiale e civile.

Sembra che siano scomparsi o finiti nel “dimenticatoio” non tanto in chi è posto a guida della comunità dei propri fratelli, situazione questa che preoccupa non poco, ma piuttosto nella mia mente, nel mio cuore, nel mio vivere quotidiano di semplice fedele e cittadino, che però con gli altri comunque forma una comunità.

La ripresa, in queste settimane di settembre, di ogni cammino nella vita della Chiesa, nella vita della nostra Parrocchia, ad ogni livello ed in ogni settore, possa servire a risalire un po’ la china, a rinascere un po’, almeno per quel che ci riguarda.

Possa aiutare a riscoprire ciò che veramente conta!

Possa aiutare a dare profonde radici nel cuore a ciò che veramente vale!

Possa aiutare a modellare l’agire quotidiano su questi valori!

Riprendere i cammini in modo giusto, possa aiutare a mettere in gioco il più possibile i talenti e i doni che ciascuno ha in sé!

Possa aiutare a mettere al centro il bene vero di ogni persona, soprattutto di chi ci vive accanto, il bene vero della comunità!

Riprendere i cammini, nella vita della Parrocchia, possa aiutare a riconoscere e a cercare nel Signore la luce, la forza, la disponibilità per essere e vivere così!

Può essere di grande aiuto la partecipazione e la cura dei momenti di fede e di preghiera nella vita cristiana, personale e comunitaria: sono momenti nei quali c’è di mezzo l’incontro con il Signore! Quanto è preziosa e fruttuosa l’attenzione a questi momenti per viverli ed offrirli agli altri in modo tale che siano sempre più occasione di incontro e affidamento vero al Signore, senza del quale, vale la pena ripeterlo, non possiamo fare nulla.

Lo sforzo, l’impegno a vivere in prima persona l’incontro con il Signore, la disponibilità a proporre agli altri, con grande cura, delicatezza e umile attenzione, questi momenti, sicuramente aiuta a far crescere poi lo stile nel resto della giornata e della settimana.

Può dare buoni risultati anche solo un pizzico di attenzione a quanto sia bello, oltre che necessario, trasmettere agli altri, con la propria vita e se è il caso con la parola, la forza della fede nel Signore e la bellezza del dono di sè che ne consegue.

Ci fa crescere nella vita quotidiana anche il prestare attenzione, offrire simpatia e aiuto a chi, per portare la parola di Dio e farsi annunciatore e missionario del Vangelo, qui in mezzo a noi o in altre terre, ha scelto di mettersi tutto nelle mani di Dio .

Si arricchisce la fede e l’umanità, nostra e altrui, anche quando condividiamo l’impegno di vivere secondo la carità del Signore, noi per primi, e di stimolare anche gli altri a farlo. Le opere di aiuto e di carità, che ne scaturiscono, rendono più credibile la fede in Dio; soprattutto poi diventa sempre più bello il vivere quotidiano tra di noi e attorno a noi.

Quanto c’è bisogno, quanto è impegnativo, quanto è bello, quanto è gratificante, quanti frutti ne vengono se ci sforziamo di stare in mezzo agli altri con e come il Signore.

Quanto in tutto questo è necessaria e benedetta l’attenzione alla famiglia, alla famiglia tutta intera, a tutte le famiglie, innanzitutto a partire dalla mia!

Fin dove si riesce e senza mai arrendersi, ciascuno faccia tutto il possibile, per sè e per gli altri, affinchè nascano e crescano famiglie secondo il disegno di Dio.

Fin dove si riesce e senza mai arrendersi ciascuno faccia tutto il possibile, per sè e per gli altri, perché ogni famiglia, in qualunque situazione si trovi, possa sempre fare passi, anche piccoli, che la avvicinino al progetto di Dio: c’è solo da guadagnare per tutti, per i piccoli e i grandi, per i giovani e gli anziani, per la Chiesa e la società civile!

Il rapporto con il Signore, l’annuncio della fede, la vita di carità e la particolare attenzione alla famiglia per tutto questo ci siano di stimolo e di guida nel  riprendere ogni cammino!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luglio - Agosto 2018                                                      Parola del Parroco

Oggi è la mia festa: voi, la Parrocchia tutta di San Pietro mi vuole fare festa (non come il maiale!) mi volete manifestare il vostro affetto e la vostra gratitudine

Non sono proprio abituato a essere festeggiato. Mi sento cento volte meglio nel festeggiare gli altri. Faccio fatica ad sentirmi al centro dell’attenzione! Magari scapperò a nascondermi. Lo fa anche Gesù nel vangelo di oggi!

E’ perché sono diventato prete 45 anni fa. Come sono vecchio! Quarantacinque anni passati in un attimo! Mi sembra che non più di tre giorni fa (45 anni fà!) son diventato prete e sono andato all’Oratorio di Corbetta; mi sembra l’altro ieri (26 anni fà!) che sono andato parroco a Zibido San Giacomo; mi sembra solo ieri (19 anni fa!) che sono arrivato qui nella bella, accogliente, buona e generosa Parrocchia di San Pietro e mi sono subito sentito a casa.

45 anni passati senza accorgermi! No, mi accorgo che perdo sempre più i colpi, questo sì!

Tanti anni fà, quando incontravo dei preti che ne avevano 25 di anni di messa mi dicevo: come sono vecchi! Io sono a 45, quasi il doppio! Se loro erano vecchi … immaginarsi io!

Quando passo a benedire le famiglie per Natale (con la mia velocità che è un quarto  di quella di don Leandro) i bambini mi chiamano o mi vedono come un nonno, … proprio io che invece mi credo di essere come 45 anni fa.

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Se dopo 45 anni tiro un po’ le somme del cammino di prete, non so se poi sono arrivati i risultati sognati o sperati a partire da alcune convinzioni messe nel cuore da sempre, scelte come criterio di vita e tenute ben salde dalla mia cocciutaggine lungo tutto il cammino.

Il Signore al primo posto, sempre, costi quel che costi, e di qui i tempi precisi per dedicarsi a lui e le scelte che lo devono confermare. E di qui tutto il resto, adagio adagio.

Come prete e come parroco, ma anche solo come persona, sii sempre servo, discreto, nascosto, ma sveglio e pronto a “rubare il lavoro”, a tappare ogni buco prima ancora che ti venga richiesto un aiuto.

E per grande che sia quello che hai fatto, alla fine riconosci sempre che “siamo servi inutili, abbiamo fatto niente di più di quello che dovevamo fare”.

E dona “una buona misura, pigiata, scossa e traboccante, perchè con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”. E non dare nell’occhio e confondersi e scomparire. In tutto quello che fai, non sappia la tua sinistra quello che fa la tua destra.

In tutto quello che fai e attraverso tutto quello che fai, che le persone si avvicinino al Signore, non a te, anche se poi capita che si dimentichino di te.

Non fare mai qualcosa solo in vista di qualcos’altro: ogni momento ha un valore assoluto, perché non torna più e lì si nasconde Dio, (papa) ogni giorno vale un’eternità. Che se il Signore ti dovesse chiamare proprio adesso non dovresti far altro che compiere meglio che puoi quello che stai facendo in questo momento, niente di più! E allora devi metterci dentro l’anima in tutto, sempre! Devi lavorare, senza riposo! C’è poi tutta l’eternità per riposare! Non sembra vero, ma poi, in tutto quello che fai, che ti toglie il tempo per riposare, … ti riposi per davvero!

Non facendo così, non tenendo ben ferme quelle convinzioni, pur rimanendo uomo, cristiano e prete, sicuramente i risultati sarebbero stati molto diversi. I risultati sarebbero stati più “normali”, sarebbero stati anche più consistenti.

E poi ritrovi, consumata e sgualcita, l’immaginetta della prima messa e leggi quello che lì tu ci avevi fatto stampare e ci sta scritto: “Ogni istante della nostra vita sia un grazie semplice e gioioso al Signore!”

Ma guarda: il cammino finora è stato proprio così!

Mi sono preoccupato sempre più solo quando, dopo una decina di anni che ero qui a San Pietro, ho incominciato a sentirmi chiamare per nome, in strada, anche da persone che non conoscevo per niente o avevo incontrato solo di sfuggita. Ahi! mi sono detto: qui qualcosa non va! Ho perso di vista, senza accorgermi, qualcosa di importante! E ho pensato alle parole di Gesù: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti”.

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Se dovessi ripartire daccapo, ho paura che non saprei resistere. Ci ricascherei come un salame a rivivere ancora come prima, guidato da quelle convinzioni.

E’ colpa delle persone che mi hanno dato la vita, di tutte quelle persone che hanno allargato i confini della mia famiglia. E’ colpa delle persone che mi hanno aiutato a crescere, che il Signore mi ha fatto incontrare qua e là sui sentieri della vita.

Sono loro che mi hanno regalato quei doni, quelle convinzioni. Loro li avevano e li hanno nel cuore, me li hanno regalati, li hanno scritti nel mio cuore, con l’aria che mi hanno fatto respirare, me li hanno richiamati e me li richiamano continuamente. Così quelle convinzioni, quelle scelte di vita sono diventate come una malattia … inguaribile!

Così il grazie più bello che sempre ho avuto dalle persone e che ancora ricevo è la loro vita, il loro faticoso, lento, ma inesorabile avvicinarsi al Signore; anche oggi, il grazie più bello siete voi, è la vostra vita,  il vostro faticoso, lento, ma inesorabile avvicinarvi al Signore!

E’ e sia lui e solo lui la nostra vita e la nostra gioia!