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Parrocchia San Pietro - Abbiategrasso

 

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La parola del Parroco

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Riportiamo qui gli scritti del nostro Parroco, don Giuseppe Colombo, pubblicati sul Bollettino Parrocchiale "La Pietra".

 

Aprile 2019

Marzo 2019

Febbraio 2019

Gennaio 2019

Dicembre 2018

Novembre 2018

Ottobre 2018

Settembre 2018

Luglio  - Agosto 2018

Giugno 2018

Maggio 2018

Aprile 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aprile 2019                                                                                  Parola del Parroco

 

Per condurre a conclusione il cammino diocesano del Sinodo Minore è stato richiesto “un discernimento (… parolone!) sulle istituzioni di comunione, di corresponsabilità, di missionarietà, di formazione fraterna”. La richiesta è stata rivolta ai decanati, alle comunità pastorali, agli oratori, per dare suggerimenti in vista di una “pastorale d’insieme 2020”.

Le pagine, consegnate a noi preti, a me, un po’ incompetente, hanno dato l’impressione del risultato di uno studio da manager (… magari oggi è necessario questo nella chiesa!) con progetti perfetti che garantiscono la “sistemazione” efficace del prossimo futuro per l’annuncio del vangelo, la trasmissione della fede e la crescita del Regno di Dio nella comunità cristiana.

Nella mia ridotta e zoppicante esperienza faccio fatica a leggervi “i piedi per terra”, che stanno ben saldi su ciò che è fondamentale, che è garanzia di solidità e che ha generato, genera tuttora e, penso, continuerà a generare, volenti o nolenti, la novità vera.

Mi fanno pensare e dire questo, parole ed espressioni come “mostrare le potenzialità strategiche” … “favorire la generazione di sinergie virtuose”… “il rafforzamento della struttura logistica” … il decanato “chiamato a rivestire un ruolo strategico”  …  con la  “funzione insostituibile di incubatore di legami di comunione”.

Mi fa pensare e dire questo anche l’impressione di vedere tra le righe, spero sbagliandomi, la convinzione che una struttura nuova o anche solo il cambio del nome di una struttura che già c’è possano risolvere automaticamente tutti i problemi e permettano di raggiungere in un attimo quanto ci si prefigge.

Le parole lì contenute a me più comprensibili e nelle quali mi ritrovo con più facilità, sono invece quelle tratte da documenti precedenti (es. Direttorio per i consigli pastorali decanali; Messaggio dell’Arcivescovo per l’avvio del cammino “Oratorio 2020”).

Sul testo consegnatoci dalla Diocesi, a cui sopra faccio riferimento, lunedì primo aprile è stata proposto al Consiglio Pastorale e a tutti coloro che lo desideravano un momento di preghiera. Don Leandro ha preparato con sapienza e guidato con cura la preghiera. Al termine il sottoscritto ha manifestavo ai presenti alcune impressioni sul documento in oggetto.

Dicevo a loro che, nel documento della Diocesi, le parole che ho travato davvero belle, semplici, stimolanti e tali da scaldare il cuore, sono quelle poste proprio all’inizio come riferimento da cui far derivare tutti i contenuti successivi. Sono quattro brani tratti dalla lettera che l’Arcivescovo ha preparato come introduzione al Sinodo Minore “Chiesa dalle genti”. l’Arcivescovo lì ha indicato quattro caratteristiche, quattro tratti irrinunciabili, dice, con i quali vive e risplende la nostra Chiesa diocesana: questi tratti sono riportati all’inizio del documento; proprio essi mi hanno fatto pensare e non poco.

Innanzitutto: “Una Chiesa che dimora nello stupore”.

Quanto è necessario e devo imparare a scoprire, a contemplare, a stupirmi delle opere di Dio.

Un raggio di luce, un battito d’ali, un soffio di vento, una meraviglia, il creato sono lì accanto a te, attorno a te, ci sei immerso e neppure te ne accorci tanto sono “cose normali”, normalmente discrete e silenziose nel loro esserci.

… Ho tra le mani una nuova tecnologia … potrebbe richiamarmi e rimandarmi alle meraviglie dell’opera del Creatore: sono esse che permettono la scoperta, il nascere, l’esistere e il perfezionarsi di quanto ho tra mano e utilizzo, … e non me ne accorgo, … anzi do assolutamente per scontato che non debba essere se non così. Invece è tutto dono … e che dono! Una meraviglia! Ma, a pensarci bene, una meraviglia è anche quella della mente che ha scoperto quel dono, che ha intuito la possibilità di “sfruttarlo” per utilizzarne il risultato. Ma è una meraviglia anche quella delle mani che lo hanno realizzato … e magari neppure mi accorgo e mi stupisco e dico grazie!

E una infinità di realtà, situazioni, relazioni, che sono la vita di ogni giorno, nascondono e offrono la possibilità dello stupore per il creato, per le creature, … per il Creatore!

Se poi riesco a “fermarmi” per intuire qualche scintilla dell’opera di Dio che ci vuole salvare, qualche segreto della sua avventura dentro la nostra povera umanità, del suo “perdersi” nella nostra vita, del suo “nascondersi” nel Pane e nel Vino, nella Parola, nella Chiesa, per raggiungerci e renderci suoi figli, allora la meraviglia, si fa gioia traboccante,  gratitudine riconoscente, desiderio umile e sincero di affidamento.

E poi: “Una Chiesa a proprio agio nella storia”.

Questa parola dell’Arcivescovo mi richiama una frase meravigliosa della scrittura, che la dice lunga su chi è il Dio che si manifesta e ci raggiunge in Gesù. Compresa e accolta può diventare luce e guida della vita quotidiana, forza per ogni annuncio del Vangelo.

La Sapienza di Dio, dopo aver raccontato il suo giocare alla presenza dell’Altissimo nell’opera creatrice, rivela che la sua gioia più grande è quella di stare con i figli degli uomini! Se Dio è così, cosa non posso essere io, oggetto del suo immenso amore! Cosa dobbiamo tentare di essere noi, tra di noi e con tutti, se lui è così in mezzo a noi e per noi! Condividere, adattarsi, nascondersi, respirare, gustare questo essere dentro la vita umana, perché è troppo bello, pur con i difetti propri e altrui, perché Dio per primo sta lì.

C’è poi anche questo: “Una Chiesa che fa suo il grido di Gesù”.

Qui mi dico: chissà se posso fare mio, con verità e con sincerità, questo grido contro il male contro l’ingiustizia che causa il dolore innocente, la fame, la povertà! Quante volte io stesso sono nel numero di chi è causa di questo male. Spesso lo sono in modo molto sottile, che nessuno quasi se ne accorge, … neppure io! Il grido deve forse innalzarsi contro di me, contro il mio stile di vita.

Ma se anche non fossi causa di questo male, ho paura che mettendomi a “gridare” troppo forte contro il male e chi lo compie, alla prima minaccia che ricevessi, mi nasconderei o mi arrenderei o mi svenderei pur di non avere fastidi. Vedo come di fatto io tratto quelli che sono in situazioni di bisogno; vedo quello che si tirano dietro coloro che vogliono combattere fino in fondo questa battaglia, pagando di persona e non in nome di una ideologia passeggera. Vedo e sento che non ce la farei di sicuro.

Forse è meglio che tolga la “trave” che c’è nel mio occhio prima di preoccuparmi della “pagliuzza” che c’è in quello dell’altro. Ma ... la “trave” è sistemata proprio bene e fa anche una bella figura nell’arredamento della mia coscienza!  … Quasi vale la pena lasciarla!

Da ultimo l’Arcivescovo parla di “Una Chiesa che contempla la Sposa dell’agnello”

Questa caratteristica della Chiesa mi dice di imparare a vedere, dentro le pieghe dell’umanità, quanto la vita grida forte, attraverso mille segni e in mille situazioni la inspiegabile e ineliminabile sete di assoluto, di pienezza di vita, di vita per sempre. Nelle situazioni, nelle vicende, nelle persone, nei cuori e sapersene arricchire. Quanto addirittura tutto ciò che contorna il cammino verso la fine rivela, ad uno sguardo attento ed ad un cuore non di pietra, mi svela, mi rivela, a volte mi grida la certezza di un fine, di un incontro che irradia lentamente ma inesorabilmente il suo splendore, che da senso, gusto e forza a tutto il vivere e il camminare verso la meta.

Terminavo la mia tiritera dopo il momento di preghiera, indicando due condizioni come terra buona in cui possano attecchire, germinare e crescere sentimenti, atteggiamenti, passi veri nel cammino indicato dall’Arcivescovo.

Due condizioni che sono anche la cartina di tornasole per poter dire: qualcosa c’è, qualcosa spunta, qualcosa fiorisce, qualcosa porta frutto.

Innanzitutto che ci sia la gioiosità, come “aria che tira”, nella comunità parrocchiale! Non tanto l’allegria o l’ottimismo (vanno bene anche loro!), quanto l’effetto nel cuore, sul volto, nei modi di fare, nelle relazioni, che viene dal “sentire” quanto meravigliosamente dice a un certo punto Paolo nella lettera ai Romani: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? … Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù!”

E poi che cresca la fraternità sacerdotale, essendo chiamati i sacerdoti ad essere strumenti perché il Signore possa farsi incontrare attraverso parola, sacramento e comunità cristiana. La relazione fraterna fra di loro, pur con tutte le diversità e le fragilità di questo mondo, mi sembra molto preziosa soprattutto se vissuta nelle mani di Dio.

Adesso però, giunto alla fine, rileggo quanto scritto: mi pare proprio di essere caduto in quanto all’inizio criticavo! Ho riversato un fiume di parole, a formare  ragionamenti e pensieri faticosi e complicati, poco comprensibili. … Ormai però il danno è fatto!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marzo 2019                                                                                    Parola del Parroco

 

Ancora una volta la Parola di Dio della messa domenicale mi fissa la mente su alcuni pensieri. A dire il vero in questi giorni diversi brani della Parola di Dio nelle messe feriali mi hanno anticipato o confermato tali pensieri.

Il rischio è per gli eventuali lettori di ‘sto scritto, perchè forse già nella messa della domenica si son dovuti sorbire questi pensieri nella predica: una ulteriore penitenza questa! Che la penitenza, nel risentire gli stessi pensieri, sia per loro, nelle mani di Dio fonte di fruttuosi meriti!

Che bello Gesù! Che bello vedere, contemplare il suo modo di agire tra la gente e per la gente! E lui è Dio! E’ Dio fatto uno di noi! E lui è e fa così!

“Usci di nuovo”, sì, perché era già uscito prima e uscirà ancora, per andare un’altra volta or di qua or di là,  in Galilea, nella Decapoli, in Samaria, a Gerusalemme, magari passando per Tiro e Sidone.

E “insegnava loro” e parlava e predicava e richiamava e rimproverava e consolava … e guariva e faceva tornare in vita e sfamava e riaccendeva la luce degli occhi e riaccendeva sempre, con le parole e con i segni che le accompagnavano, sempre riaccendeva i cuori. “Bravo! Brava! La tua fede ti ha salvato!” “Va’ e non peccare più!”.

A chi gli chiede un dono, non sa dire di no e offre quanto richiesto e anche di più: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste …”

Attraversato il lago per un po’ di meritato riposo, al vedere la gente, che correndo l’ha preceduto sull’altra riva, “ … provò compassione perché erano come pecore senza pastore … e parlava loro”. S’accorge che non hanno da mangiare. “Date loro voi stessi da mangiare! … Quanti pani avete? … Li benedisse, li spezzo e li diede loro perché li distribuissero … e ne avanzarono …”.

E “… passando” magari gli altri no, ma lui vede Levi … seduto al banco delle imposte; … vede Zaccheo … capo dei pubblicani e ricco … lì sull’albero; …. si ferma al pozzo di Giacobbe e aspetta la Samaritana, carica del fardello delle sue miserie; sente il grido di Bartimeo, che veniva zittito dagli altri; sente il tocco di quella donna sul lembo del suo mantello.

E poi “… stava a tavola …” da Levi, da Zaccheo, da Marta e Maria.

Va, dona, guarisce, riscalda e accende il cuore!

Che bello questo suo perdersi, consumarsi, essere pronto, attento, sempre a dare tutto … a dare la salvezza! Dice Paolo nello scritto indirizzato all’amico Timoteo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori”

E questo è Dio, il Figlio di Dio fatto uno di noi!

Che bello poter essere un po’ così, io prete!

Che bello poter essere un po’ così, noi come Parrocchia!

Che bello poter donare la parola che illumina, nutre, conforta, saper compiere il segno che guarisce, vedere il cuore che si apre al Signore!

Ma per Gesù, quanto … tempo di “allenamento”, per essere così e agire, lui Figlio di Dio! Circa trent’anni a Nazareth, con Maria e Giuseppe, … senza contare poi tutti gli “allenamenti” nell’eternità della Trinità.

Immaginarsi per me, per noi cosa ce ne vuole di tempo per allenarsi e riuscire a fare anche solo una piccolissima cosa di quelle che faceva Gesù qui in terra!

A dire il vero, per me, per noi, per riuscire a fa qualcosa, più che allenarsi, forse è proprio necessario lasciarsi … salvare da Gesù, … magari nel corpo, ma sicuramente soprattutto nel cuore.

Occorre essere dinanzi a lui come i peccatori del Vangelo: “ Levi ...si alzo e lo segui” “La donna … lascio la brocca e andò in città e disse … “Zaccheo… in fretta scese e lo accolse con gioia”.

Occorre essere un po’ come i poveri del Vangelo: “ Bartimeo… gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù…” “ … Giàiro ... gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza ...” “ … la donna disse ... se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello …”

Occorre essere un po’ come Paolo che dice: “Gesù … è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io!”

Occorre essere un po’ come la folla, quando non è manovrata, non è pagata, non è sobillata a gridare “ … sia crocifisso!”, quando si lascia sospingere dalla sete indecifrabile, nascosta e insaziabile nel profondo del cuore e rincorre Gesù e gli pone dinanzi tutti i malati e gli si getta addosso per toccarlo e … si dimentica di mangiare … e di portare da mangiare … e son già passati ormai tre giorni così!

Forse, per un cammino di fede che valga davvero la pena di essere compiuto, occorre dare uno sguardo e vedere a che punto sta la mia umiltà.

Posso non considerare neppure l’eventualità di essere un peccatore! Posso essere sempre preoccupato, nel riconoscermi peccatore, di trovare giustificazioni ai miei errori. Posso anche riconoscermi sinceramente peccatore e tormentarmi senza tregua perché non riesco ad essere … come io vorrei! Sempre mi ripiego su me stesso!

L’umiltà invece non fa mai ripiegare su se stessi, fa volgere lo sguardo e il cuore unicamente a Gesù.

Posso però imparare da Matteo, dalla samaritana, da Pietro, da Zaccheo; posso imparare da Paolo: “ … il primo (peccatore) sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità”. Vale la pena essere come il ladro in croce: non si ripiegare su se stesso, ma volge lo sguardo e il cuore unicamente a Gesù: “ … ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!”

Forse, per un cammino di fede che valga davvero la pena di essere compiuto, occorre dare uno sguardo e vedere a che punto sta anche la mia povertà.

Forse, per essere povero, a me basta rinunciare, distaccarmi da qualcosa, anche di importante, di impegnativo, grande, che mi costa sacrificio e son disposto anche a crescere in questo distacco e rinuncia.

Ma la povertà si può riconoscere nel bisogno assoluto, nella sete insaziabile di ciò che nessuno, ma solo il Signore mi può dare e di cui non posso fare a meno, come l’aria per respirare. Posso allora imparare da Giairo che chiede aiuto per la figlia, dal centurione che intercede per il suo servo in fin di vita, dalla donna malata che vuol toccare a tutti i costi il mantello, dal balzo del cieco Bartimeo versò Gesù.

Questa umiltà e questa povertà lasciano che Dio possa abitare in te e lui ti renderà sempre più segno e strumento del suo amore e della sua misericordia.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Febbraio 2019                                                                                Parola del Parroco

La difficoltà di lettura della Parola di Dio offerta nella Festa della Sacra Famiglia ha contribuito a richiamare alla mente dei pensieri che ogni tanto ritornano.

Le situazioni poi nelle quali, anche tra di noi, si trova la famiglia in rapporto al progetto di Dio, offerto appunto dalla Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, sono sempre più diverse, a volte vicine, ma anche lontanissime dall’esempio offerto.

Come posso allora pregare per la famiglia? Come posso pregare per tutte le famiglie, qualunque sia la realtà indicata con questa parola? C’è qualcosa che posso chiedere al Signore e che sia utile per ogni situazione, anche le più disparate?

Mi sono detto già un’altra volta: si può perché ogni esperienza, chiamata ‘famiglia’, si avvicini il più possibile, per quanto le è dato, all’esempio della Santa Famiglia di Nazareth; preghiamo perché, per fare questo, ogni famiglia chieda aiuto appunto a quella Santa Famiglia.

Sono convinto che, su questa strada, ogni situazione di relazione famigliare, qualunque essa sia, possa offrire un aiuto appunto alla famiglia, ad ogni famiglia per avvicinarla al progetto di Dio.

Magari sbaglio o mi confondo, ma continuo ad essere convinto che nel profondo del cuore di ogni membro della famiglia, magari nel profondo più profondo, ci stia radicato un qualche bel valore che nessuno riesce a strapparti. Magari in qualche angolino della vita famigliare ci sta qualche valore o criterio per far del bene, che si dà per scontato e sta saldo anche se tutto il resto attorno, magari in quella stessa famiglia, sembra dire il contrario.

Ho paura che quanto nascosto nel cuore delle persone e delle famiglie possa proprio aiutare a far passi sulla strada giusta, anche quando il cammino da percorrere fosse lunghissimo.

L’aria che tira soffia certo nella direzione opposta. Mi viene propinata, mi viene spiattellata in continuazione in mille modi, palesi o subdoli. Non necessariamente gli scopi sono cattivi, ma sicuramente l’intento è che venga respirata sempre di più e ciascuno possa ottenere quanto gli serve, possa trarne un profitto. Il resto, le altre conseguenze, anche se dannose o deleterie, non interessano!

A proposito dell’aria che tira, dicevo l’altro giorno che, se non si sta più che attenti, ci vien fatta respirare, per tenerci tranquilli, l’opportunità di mettere da parte i valori; ad esempio: …”sì la giustizia, ma … la mia! … E’ quella sola che conta!”

I criteri di vita poi, che ‘passano’ con l’aria che tira, a volte sono terribili per le conseguenze che ne derivano; uno per tutti: ‘il fine giustifica i mezzi’! Mi vien fatto ‘respirare’ che li utilizzo non tanto, … solo un po’, … quel pizzico che serve, … senza esagerare, che quasi quasi neanche te ne accorgi … e ti sembra proprio giusto fare così, … sì perché tutti (non vedi?) fan così!

Purtroppo dall’aprire anche solo un piccolo spiraglio a criteri sballati quali esperienze terribilmente negative ne son venute nel passato … e anche nel presente, in qualche parte, … ma non si vede e non si sente, se non stai più che attento.

L’aria che tira mi fa ‘respirare’ di non assumermi responsabilità, … “soprattutto se nessuno ti vede in quello che stai facendo!”.

L’aria che tira tende a farmi addormentare, per perdere lo spirito critico.

Devo invece utilizzare il più possibile, sempre e dovunque, l’intelligenza: il Signore mi ne ha fatto dono. Se adopero bene l’intelligenza, posso scoprire il bene vero e distinguere il bene dal male. Solo che questo non necessariamente coincide con il pensiero della maggioranza! … E allora occorre la disponibilità ad ‘andare contro corrente’! … Ma allora è necessaria la fedeltà a ciò che si è scoperto di bene. E, ‘attaccata’ alla fedeltà, occorre quella benedetta perseveranza della quale Gesù dice “Chi persevererà sino alla fine sarà salvato!”.

Quanto detto sopra è solo qualche esempio di quanto può causare l’aria che tira.

In una parola: in modo molto sottile viene manipolato e manomesso, il dono più grande che, come persone, il Signore ci ha fatto, quello della libertà: cioè la capacità di fare il bene, di costruire con Lui la propria e altrui vita e felicità!

L’aria che tira invece, in nome della libertà, mi invita a fare quello che voglio, perché questa è libertà vera! Lungo questa strada, purtroppo, si arriva sempre alla distruzione della libertà, … o prima o poi!

Meglio prima, perché poi, spesso, non si può fare più niente per rimediare!

Siccome l’aria che tira non è una propaganda con tanto di proclami, di comizi, di discorsi con altoparlanti ad alto volume, ma è appunto l’aria che tira, allora, comunque la si respira e, in modo o nell’altro, dovendo respirare per vivere, un qualcosa assimilo sempre.

Sono convinto però, dicevo prima, che, nonostante tutto, ancora oggi mi posso difendere dall’aria che tira, se è dannosa, proprio andando a ripescare quei valori radicati nel profondo del cuore, quei criteri che sono scritti, in modo quasi indelebile, nel vivere delle famiglie e, lo ripeto, in qualunque situazione si trovino, anche le più disparate o lontane dal progetto di Dio.

Sono valori e criteri che ci sono stati scritti nel cuore da chi, credendo, ci ha preceduto: un grazie a loro!

Magari, data la famiglia e l’ambiente in cui sono vissuto, nessuno me li ha mai donati! Può darsi però che un incontro, una esperienza vissuta, una parola ascoltata me li abbiano fatti intuire come la cosa giusta.

Vale la pena donare agli altri, soprattutto ai piccoli, questi tesori!

Ma allora quanto è necessario adoperare l’intelligenza che il Signore ci ha dato per cercare, vedere, scoprire, appassionarsi al bene, alle strade che permettono di avvicinarsi ad esso. Di sicuro occorre, come Maria che, nel cammino della vita con Giuseppe e Gesù, ‘serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore’.

Quanto poi è necessario diventare testimoni di questi valori e criteri: farsi sì che sia la vita a ‘parlare’, prima e più che le parole.

Non devo mai dimenticare però che offrire questi doni, questi valori, questi criteri per il bene vero, assomiglia al seminare, con tutta l’attenzione, la fatica e la pazienza che questo lavoro richiede.

La Parola di Dio, al riguardo, dice che “chi semina raccoglie” e questo è un grande garanzia!

Aggiunge poi che “chi semina nel pianto raccoglie nella gioia” e allora ne vale la pena, anche se termina col dire che a volte “altri è chi semina, altri chi raccoglie”: a volte il seminare è un dono i cui frutti saranno raccolti, con gioia e gratitudine, da altri che verranno, ai quali abbiamo voluto davvero bene … un po’ come noi, che raccogliamo da altri, che ci hanno preceduto e ci hanno voluto bene, magari seminando nelle lacrime!

Per tutti la ricompensa ultima e sicura viene dal Signore!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gennaio 2019                                                                       Parola del Parroco

 

 

 

 

 

Buon anno!

L’augurio di qualche giorno fa, che si prolunga in queste prime settimane di gennaio, possa essere di stimolo per un rinnovato e consapevole impegno a portare buoni frutti nel cammino nel tempo che di nuovo ci è donato.

Parole, pensieri e messaggi significativi pronunciati nell’occasione del giungere del nuovo anno possono essere di particolare aiuto a far tesoro del dono della vita e della fede ed averne sempre più cura.

Quanto più il numero degli anni ‘pesa’ sulle spalle, tanto più sentiamo che possiamo e dobbiamo essere un po’ di esempio ai piccoli.

Possa io, nei giorni a venire, avere nel cuore la passione per quanto mi è dato di compiere, per quello che mi è chiesto, per quello che io stesso scelgo di fare: un pizzico in più di passione in quello che faccio, un briciolo in più  di rinnovata convinzione che ne valga la pena e quindi un poco di impegno in più.

Magari non ne viene nulla.

Potrebbe però capitare che uno sguardo curioso, attento e interessato, di chi ha tutta una vita davanti, mi tenga d’occhio, mi osservi, mi scruti in ciò che faccio.

Come sarebbe bello e fruttuoso se con quello sguardo si possa intuire che dentro il mio cuore ci sta il calore, la passione, la determinazione a guidare e sostenere il mio agire.

Se così è, un giovane forse scoprirebbe e riconoscerebbe che c’è un mano tesa per aiutarlo a camminare, ad appassionarsi e poi a continuare con le proprie gambe, anzi ad andare oltre a chi lo ha aperto al cammino della vita e della fede.

Sarebbe invece molto dannoso se in me, adulto per gli anni che porto sulle spalle, continuassi a coltivare un spirito adolescenziale, trascinato da sensazioni istintive, incapace di agire con scelte consapevoli riferite ad una scala di valori.

A dire il vero ho l’impressione che, con il passare degli anni, il fisico stesso rifiuta tale modo di fare. Io invece continuo testardamente a pretendere, anche con mezzi ingannevoli, ciò che invece avrei dovuto coltivare e curare al tempo giusto per essere oggi veramente adulto.

Tale modo di agire non apre, ma preclude cammini per chi sta venendo avanti; anzi, continuamente, in modo subdolo o palese, usurpa ruoli, lavori, spazi che spetterebbero ad altri.

E gli altri si allontanano, se ne vanno altrove.

Accanto alla passione che gli ha fatto scoprire quanto valga la pena impegnarsi in un certo modo, l’adulto può tentare di far scoprire e di trasmettere il valore enorme del sapersi assumere la responsabilità.

Anche se non mi vede nessuno, anche se nessuno mi chiede conto, anche se nessuno si accorge, gli altri possono star tranquilli: per quanto ho soppesato, valutato, scelto e deciso non verrò mai meno all’impegno preso, alla responsabilità che mi sono assunto, costi quel che costi.

Per questo non smetterò di cercare il bene vero da perseguire; non smetterò di sforzarmi per dare il meglio di me stesso, per compiere meglio che posso quanto c’è da fare.

Naturalmente con il solito … stile del servo: sempre attento a tutto e a tutti, senza lasciarsi abbindolare, ma senza disprezzare o schiacciare nulla che possa arricchire il mio essere servo buono e fedele, consapevole di essere inutile, sicuro, al momento di tirare le somme, di dover riconoscere di non aver fatto  niente di più di quanto doveva essere fatto.  

Sono convinto che questo avvenga tanto più quanto più mi è chiaro, nella mente e nel cuore, che il criterio ultimo di ogni agire è amare Dio sopra ogni cosa è il prossimo come lui ci ha insegnato.

Allora l’adulto riconosce che l’ambito per metterci dentro la passione e per assumersi le responsabilità, per essere ’servo inutile’ è quello della propria vocazione: la famiglia e, a scalare, le altre relazione in ordine di importanza, il lavoro, lo studio, le varie situazioni che si presentano in questo intreccio di relazioni, come l’uso delle ricchezze o le vicende della salute.

Il di più che posso e mi sento di fare, il cosiddetto volontariato, è la cartina di tornasole che, per come lo vivo, rivela a me e agli altri il grado di maturità che ho raggiunto e ‘lascia il segno’ oppure chiude la strada ai giovani.

Ultimamente poi mi sento di richiamare ancora che la sorgente di tutto è il “brillare del volto del Signore” sulla mia vita, come dice l’augurio del libro dei Numeri nella messa di capodanno.

Quanto è allora importante aver cura, anche con qualche proposito, del mio rapporto con il Signore!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dicembre 2018                                                                    Parola del Parroco

 

 

 

 

Il Santo Natale si avvicina e Gesù viene ancora a portare il suo amore e la sua pace.

Se penso un po’ a questi doni, posso accorgermi quanto siano preziosi, anzi necessari, nella vita di ciascuno, quanto siano preziosi e necessari nelle relazioni che costituiscono il nostro vivere quotidiano. Accogliere e gustare gli effetti di questi doni riempie la vita quotidiana, volta per volta, di serenità, di gioia, di entusiasmo, di attenzione, di coraggio, di disponibilità, di dedizione, di perseveranza, di fedeltà.

Se così è il Signore, se così sono i suoi doni, se la sua presenza è per renderci partecipi del suo amore e della sua pace, allora vale la pena accoglierlo o almeno disporsi ad accoglierlo, disporre il nostro animo ad accoglierlo.

La comunità parrocchiale può essere strumento per richiamare la preziosità dell’amore e della pace, doni del Signore. La comunità parrocchiale, soprattutto nella vita liturgica e sacramentale, può essere tramite per chiedere e ottenere questi doni.

Quanto però la comunità parrocchiale deve impegnarsi per essere segno e testimone della grandezza e preziosità di questi doni! Non è sicuramente cosa semplice.

Infatti tantissime sono le persone che costituiscono la comunità parrocchiale, ciascuno con il suo carattere, con la sua personalità, con le sue idee, con il suo stile di vita. Grande è la diversità per provenienza, per educazione ricevuta, per abitudini e convinzioni registrate nel profondo della coscienza fin dalla più tenera età e quasi irremovibili.

Così basta un niente per suscitare reazioni inattese, imprevedibili. Basta un niente per incrinare, logorare legami, rapporti considerati solidi, sicuri. Basta un niente per rompere, dividere, anche mettendo l’uno contro l’altro.

Non mi è facile per questo pensare che basti utilizzare sempre o tante volte la parola “comunità” per ottenere il risultato, per proteggersi e difendersi dagli inconvenienti sopra indicati. Dico “comunità”, lo dico tante volte e il lavoro è compiuto, i giochi sono fatti, il risultato è ottenuto!

Di sicuro, almeno per la comunità parrocchiale, ma certamente anche per altri tipi di comunità, la realtà c’è, sì, ed è solidamente costruita e costituita, ma da qualcosa che ci precede: è il Signore che ci fa una cosa sola! Ci rende uno, a prescindere da ogni diversità. Anzi, ci rende una cosa sola nelle nostre diversità, intrecciandole in modo meraviglioso perché siano vicendevolmente un dono.

Non è per niente facile, ma sta a me scoprire, riconoscere e accogliere questo essere una cosa sola che ci precede nell’esistenza, nel sogno di Dio, nella preghiera di Gesù nell’ultima cena.

Anche questa, come tutto ciò che viene da Dio, è una realtà nascosta, così nascosta che di fatto la posso ignorare sia dandola per scontata sia negandola come inesistente: posizioni opposte, ma che conducono allo stesso risultato. Come tutto ciò che viene da Dio è una realtà nascosta, perchè non mi si impone, ma mi viene donata come seme da accogliere nel cuore e da far attecchire. Così potrà poi germogliare, fiorire e portare frutto.

Sono pensieri un po’ troppo complicati! E’ vero!

Seguendo però questa strada mi preoccuperò meno della mia capacità di fare comunità, della mia dedizione, dei miei sforzi per fare comunità. Mi accorgerò che innanzitutto e soprattutto dovrò guardare di non mettere bastoni tra le ruote del lavoro del Signore.

Allora mi domando se forse già questi miei pensieri, che adesso metto per iscritto, possono essere quei “bastoni tra le ruote”, stanno già essi stessi rovinando, incrinando qualcosa del lavoro del Signore. Forse è questa parola: forse è il tono della voce, è lo sguardo, il gesto  e sto intralciando l’opera del Signore.

Quanta attenzione mi chiede il Signore perché lui possa farci comunità!

Sono appunto tantissime le persone e, per mille motivi, diversissime! Basta niente per fare danni …

Quanta umiltà mi chiede il Signore, per diventare sempre e sempre più attento a capire, a giustificare, a riconoscere come un dono quanto ricevo. Quanta umiltà mi chiede per essere sempre pronto, sempre più pronto a riconoscere che in quell’occasione, con quella persona, in quel luogo avrei potuto ... avrei dovuto … E invece, nonostante le mie buone intenzioni, per quella parola detta, per quel tono di voce, per quel modo di fare ho causato un danno, ho fatto un danno agli altri e anche a me stesso.

Quanta umile attenzione per conoscere sempre più me stesso e le altre persone con cui entro in relazione, per scoprire e accettare difetti e pregi di ciascuno. Per agire di conseguenza togliendo al Signore occasioni per dover ancora una volta rimediare ai dissapori, alle divisioni, ai danni che ho fatto nella sua comunità.

Solo su questa strada si possono poi compiere in modo efficace gesti di carità, di generosità, di altruismo, passi per collaborare in modo attivo alla costruzione della comunità, ma solo perché continuo a tentare di non mettere bastoni tra le ruote al Signore che ci fa una cosa sola.

E se mi capita, e quante volte mi capita, allora chiedo: “Signore, aiutami ancora una volta a rimediare, a ritessere, a ricucire”, o meglio, ancora una volta, chiedo al Signore l’umiltà di lasciarglielo fare.

Chissà che possa essere un Buon Natale tutti i giorni … anche senza dirlo!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Novembre 2018                                                                    Parola del Parroco

 

 

 

L’ultimo incontro del Consiglio Pastorale era stato pensato un po’ diverso dai soliti: doveva essere un po’ più esteso come durata così da ascoltare con calma una proposta di riflessione a cui far seguire uno scambio di pensieri, osservazioni e altro. Si pensava potesse servire iniziare con una cena frugale con quanto ciascuno avrebbe portato da casa per condividerlo con gli altri. Il momento conclusivo sarebbe stata una preghiera in chiesa.

A giudicare da quanto si percepiva al termine dell’incontro e dalle impressioni registrate nei giorni immediatamente successivi nei commenti dei partecipanti, devo dire che il giudizio è positivo. Si è anche proposto di ripetere quell’esperienza in altri momenti nel corso dell’anno.

Sarà stato il gusto nel condividere come cena quanto ciascuno ha portato e poter “saltellare” da un cibo all’altro, attratti dall’insistenza di chi lo aveva preparato. Sarà che a tavola può essere più facile parlare, ascoltare, comunicare, intendersi. Sarà per la chiara, precisa e sapiente presentazione fatta da Don Leandro della Lettera Pastorale di quest’anno. Sarà per il suo modo di fare che facilita l’ascolto e la comprensione e sollecita l’intervento e la risposta.

Comunque è stato un momento bello, un’occasione per accorgersi di quanto potrebbe servire che lo stile di quella sera diventi normale nelle relazioni quotidiane.

Ecco il testo che ha guidato l’intervento di Don Leandro: potrebbe servire a ciascuno di noi.

 

Serata di approfondimento del Consiglio Pastorale Parrocchiale con tema

“Cresce lungo il cammino il suo vigore”, Lettera pastorale per l’anno 2018-’19

 

“Consapevolezza di essere Chiesa in debito”

Il nostro Arcivescovo ci invita a sentirci in debito, ma debito per che cosa? Perché “Il Signore Gesù, risorto, vivo presso il Padre intercede per noi ed è sempre con noi tutti i giorni”. Ma noi riusciamo a sentirci in debito per questo? Ci sentiamo Chiesa in debito per  il dono che il Signore ci ha fatto?

Teniamo viva questa domanda fino alla fine di questo breve intervento per provare a rispondere a questa domanda iniziale.

Nel primo punto della lettera il nostro Arcivescovo ci invita a sentirci come discepoli in cammino verso “Gerusalemme”, per chi conosce la geografia della città eterna sa che è in cima ad un colle alto 800 metri e se immaginiamo di partire dal deserto di Giuda in prossimità del Mar Morto dovremmo aggiungerci altri 400 metri di dislivello, questo per dirci che il cammino verso il Signore è un cammino in salita, un’Ascensione (direbbe l’evangelista Luca). Il cammino in salita, però, chiede di avere uno sguardo che mira verso l’alto, verso chi dall’alto vigila su tutti noi, uno sguardo che nutre e genera speranza. Per vivere questo non si può rimanere statici ma è necessario rimanere in cammino, segno di questo cammino è “una Chiesa che non assolutizza mai forme, assetti, strutture e modalità”. Un invito ad avere coraggio a guardare il nostro mondo con occhi rinnovati e illuminati dalla Parola e dall’eucarestia. Solo così riusciremo a sentirci vero popolo in cammino, perché ci accorgiamo di non avere ancora raggiunto la meta e così resta in noi la capacità di stupirci della grandi cose del Signore e possiamo anche nutrire timore di fronte alla sua grande cura verso noi suo gregge eletto e amato, pellegrini in questo cammino terreno. La consapevolezza di essere pellegrini in cammino ci permette di avere uno sguardo aperto capace di cercare tutti coloro che sono alla ricerca della verità e della libertà. Per fare tutto questo è necessario costruirsi col tempo una spiritualità che alla base prevede la “fatica”, la fatica nel frequentare il nostro cuore nel deserto della sua esistenza. Come fare per vivere questa fatica che fa crescere:

Ascolto della Parola (La Parola di Dio non è in primo luogo un libro da studiare - sola ratio -, ma quella confidenza che Gesù ci offre, perché la sua gioia sia in noi e la nostra gioia sia piena … La Parola chiede sempre una risposta, invita ad una conversione, propone una vocazione… richiamo a scelte personali coerenti… la vita stessa è vocazione in rapporto a Dio)

Celebrazione Eucaristica (Lo spezzare il pane è il gesto liturgico originale che fa riconoscere l’assemblea dei discepoli di Gesù come la comunità che fa memoria della sua Pasqua, vive del suo Spirito, pratica il suo comandamento… abbiamo bisogno di trovare nella celebrazione eucaristica quella fonte di gioia e di comunione, di forza e di speranza che possa sostenere la fatica del cammino);

Preghiera personale e comunitaria (se un cristiano non prega è esposto al rischio di una fede che si inaridisce, di un cammino che si smarrisce nel deserto)  . 

Le pratiche di sempre, ma la giusta medicina per alimentare la nostra anima e la nostra identità cristiana. Possiamo affermare che solo vivendo così potremmo “tradere” il vero messaggio di Speranza perché nutrito e rinforzato da Lui stesso, compito di noi cristiani è di percorrere la terra seminando speranza, offrendo un principio di trasfigurazione del quotidiano.

Un invito ad una testimonianza che non sia annacquata, bensì una testimonianza che inviti ad una “radicalità della fede” che diventi testimonianza di speranza per chi ci vede.

Di fronte a questa consapevolezza di dover essere continuamente in cammino, ma avendo di fronte uno sguardo che ci ama e si consegna a noi, non possiamo sentirci in debito? O ci sentiamo col cuore già raggiunto e tremendamente sereno?

 

Seguono poi delle domande che, chi ne fosse interessato, potrà conoscere.

Io mi limito a riprendere le considerazioni a riguardo dei punti su cui lavorare, indicati nel testo precedente e chiamati dal nostro Arcivescovo, nella Lettera Pastorale, “esercizi spirituali” del pellegrinaggio. E sì, perché “i discepoli del Signore, sono un popolo in cammino”, come afferma fin dall’inizio l’Arcivescovo.

Sono importantissimi: l’ascolto della Parola di Dio, la partecipazione alla celebrazione eucaristica e la preghiera personale e comunitaria.

Raccomando tantissimo questi tre “esercizi”; sono direttamente proporzionali alla intensità del voler essere discepoli del Signore, tanto più se io, in vario modo, sono impegnato nel “lavoro pastorale” a servizio della Chiesa di Dio, che per me qui oggi è la Parrocchia di San Pietro.

Quanto è indispensabile la Parola di Dio, sentita e accolta nel cuore come tale, che ti forma e ti interpella, che è luce ai tuoi passi, che si fa desiderio e forza irresistibile di annuncio e di dono agli altri. E’ sicuramente poco, ma quanto ne verrebbe di guadagno il condividere da parte di tutti i cinque incontri che si tengono da tanti anni qui in Abbiategrasso e indicati anche nel manifesto dentro questo bollettino e la partecipazione ai Gruppi di Ascolto. E’ per questa loro ricchezza che il parroco li raccomanda sempre più.

Quanto di guadagno e di frutti se la fedeltà e l’intensità di partecipazione all’Eucaristia della domenica diventano segno che questo incontro per me è più indispensabile dell’aria che respiro per vivere.

Quanto poi la preghiera è la terra buona per vivere della Parola di Dio, per cercare la comunione dell’eucaristia. La preghiera con la “P” maiuscola, che poi si fa con le preghiere con la “p” minuscola, che si fa con uno sguardo vero a Dio ogni giorno, senza del quale le preghiere rischiano di essere parola vuota.

Ogni crescita in questi “esercizi” è dono grande per sé, per gli altri, per la Chiesa tutta e per il mondo intero. Tocca a te! Anzi … no! … Tocca a me! … Tocca a noi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Ottobre 2018                                                                         Parola del Parroco

Io povero prete devo tentare di accudire quei pargoletti un bel po’ scapestrati e non mi risulta per niente facile. Il loro modo di parlare, di stare, di vestire, di giocare, di ascoltar musica, di trattare le cose, di trattare gli altri pargoletti che girano da quelle parti, oserei dire tutto il loro modo di comportarsi, occupando il territorio di cui sono responsabile, mi fa problema e sono tentato di intervenire e di alzare la voce e di esigere e di mettere paletti e di porre limiti a questo e a quello, anzi forse di porre fine, perché, secondo me, non se ne può più.

E questo e questa me lo fanno pesare e notare con forza, quasi a ottenere da me che imbocchi questa strada ferma, decisa e precisa per sistemare tutto e tornare alla tranquilla normalità, che va bene per tutti, soprattutto per il mio figlio. Rischio, per queste insistenti osservazioni, pressioni e lamentele di cedere, non sapendo tuttavia se questo modo di agire è il meglio, se è giusto per un luogo come questo in cui mi trovo.

Tuttavia non mi è proprio facile fare così: temo di non saper controllare le reazioni mie e altrui, anche perché mi domando quali poi debbano essere i limiti, le condizioni per lo stare in questo luogo, i criteri secondo cui agire. Non è proprio facile trovare una risposta e poter dire con assoluta certezza, come invece mi viene indicato: questo è giusto e deve essere fatto così!

Poi, per caso o per scelta di un percorso, mi ritrovo il papà o la mamma del pargoletto o della pargoletta … vedo, conosco, penso e dico tra me e me: … ‘sto povero pargoletto o pargoletta, come può pensare che si possa parlare, vestire, agire, trattare persone e cose in modo diverso da quello che fanno, essere diversi da quello che sono! Non hanno visto altro, non hanno respirato altro, non hanno subito altro, non hanno potuto imparare altro. Vedendo la sorgente, sembra quasi impossibile che ne venga qualcosa di diverso.

A volte capita di dire: con il vissuto che hanno alle spalle e che si son dovuti sorbire, … sono santi, anche solo per quel barlume di attenzione, di disponibilità, di generosità, di sincerità, di schiettezza, di difesa, si fa per dire, della giustizia, anche se non si capisce bene quale giustizia, che manifestano, quando riescono a intuire, a sentire, a percepire un pizzico di sincera attenzione, un briciolo di calore e di sincero affetto, un po’ di simpatia e di stima nei confronti della loro persona.

Certo però che, caro pargoletto, adesso stai diventando grande! Magari potresti anche farti qualche domanda su quanto hai dentro e dai per scontato, avendolo assimilato con l’aria che hai sempre respirato! Se diventi maggiorenne, anche solo per l’età che hai, potresti, una qualche volta, ribellarti non tanto al mondo che ti sta fuori, ma piuttosto a quello che ti è stato messo dentro. Potresti almeno tentare! Certo, forse costa una fatica enorme! Però potresti provare! Magari qualcuno che ti vorrebbe anche dare una mano!

E non è che dall’altra parte sia tutto oro quello che luccica! Anche quando nel vivere dei pargoletti tutto gira secondo le norme e le regole, perché va bene, perché vale la pena fare così, non è che sempre ‘sti pargoletti han potuto respirare e possono respirare aria buona, aria che faccia crescere e faccia fiorire quel meraviglioso e delicatissimo dono del Signore che è la libertà.

Magari, là dove son cresciuto, mi è stata donata, ho respirato e respiro aria di adolescenza, là dove era ed è indispensabile, per attrezzare il mio futuro, un uomo, un donna veri, veramente adulti.

Se così è stato ed è … il futuro, nonostante l’apparenza del presente, non promette niente di buono; il futuro non sarà neppure troppo lontano nella sostanza, anche se non nella forma, da quanto riscontro nei pargoletti di cui sopra.

Sì, però anche per te posso dire: sei o stai diventando grande! E diventalo non solo in volume, stature e peso specifico, ma anche nella testa e nel cuore, ribellati nella verità, nella sincerità, per ciò che veramente vale, anche se non te l’hanno regalato!

Qualcuno te lo ha fatto intravvedere! Apri i tuoi occhi e il tuo cuore e cerca e scegli e prendi decisioni che facciano fiorire il tesoro che sei. E, se è il caso, manda a quel paese, quegli adulti, magari anche me, che non sono tali se non per l’età che hanno! Abbi il coraggio, per il bene tuo e loro, di diventarlo tu, almeno di provarci!

Adesso però, a pensarci bene, non ho fatto altro, finora, che puntare continuamente il dito contro tutto e contro tutti. Ho ripetuto ancora, come spesso mi capita: “...però tu! ...però tu! ...però tu!” indicando difetti ed errori ora di questi e ora di quelli. Devo convincermi che inceve è molto meglio, fa molto meno male e promette qualcosa di buono dire piuttosto: “ … ma io? … ma io? … ma io?” Invece di esigere dagli altri, è meglio vedere cosa devo fare io per primo.

Certo però che, da povero parroco, vecchiotto e complessato, torno a ripetermi quanto il carissimo San Giovanni Bosco suggeriva proprio a riguardo della responsabilità educativa nei confronti dei pargoletti. Me lo ricordo spesso come un sogno che mi è sempre stato e mi è tuttora quasi impossibile da realizzare. So che è la strada giusta nei confronti di tutti i pargoletti, in qualunque condizione, situazione o vicenda si trovino. Diceva che l’educazione è cosa del cuore e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce insegna l’arte e non ce ne mette in mano le chiavi. … E allora, Signore, aiutami a cercarti un po’ di più!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Settembre 2018                                                          Parola del Parroco

Settembre: si riparte!

Bentornato, a chi si è recato altrove per ammirare, per vedere, per incontrare, per riposare, per ricaricarsi!

Buona ripresa, per chi è rimasto sempre nei luoghi del vivere quotidiano!

Al termine del tempo dell’estate è sempre prezioso impegnarsi a ripartire, anche se nelle solite cose, nei soliti impegni, con i soliti appuntamenti, per le solite relazioni del “tran tran” quotidiano di tutto l’anno.

E’ sempre stato e sempre sarà necessario prestare una continua, particolare cura di questo ”tran tran” della vita quotidiana, quella che io spesso chiamo “vocazione”, perché, se è vera, è risposta alla chiamata di Dio.

Dio ci chiama a rendere più abitabile , più accogliente la terra.

Dio ci chiama e rendere più bello e fruttuoso, per sé e per tutti, il vivere quotidiano, più intense, più sincere e più arricchenti le relazioni.

La cura della vita quotidiana forse è oggi ancor più indispensabile, perchè sembra che stiano scomparendo, o lo sono già del tutto, alcuni valori profondi, fondanti del vivere personale e comunitario, ecclesiale e civile.

Sembra che siano scomparsi o finiti nel “dimenticatoio” non tanto in chi è posto a guida della comunità dei propri fratelli, situazione questa che preoccupa non poco, ma piuttosto nella mia mente, nel mio cuore, nel mio vivere quotidiano di semplice fedele e cittadino, che però con gli altri comunque forma una comunità.

La ripresa, in queste settimane di settembre, di ogni cammino nella vita della Chiesa, nella vita della nostra Parrocchia, ad ogni livello ed in ogni settore, possa servire a risalire un po’ la china, a rinascere un po’, almeno per quel che ci riguarda.

Possa aiutare a riscoprire ciò che veramente conta!

Possa aiutare a dare profonde radici nel cuore a ciò che veramente vale!

Possa aiutare a modellare l’agire quotidiano su questi valori!

Riprendere i cammini in modo giusto, possa aiutare a mettere in gioco il più possibile i talenti e i doni che ciascuno ha in sé!

Possa aiutare a mettere al centro il bene vero di ogni persona, soprattutto di chi ci vive accanto, il bene vero della comunità!

Riprendere i cammini, nella vita della Parrocchia, possa aiutare a riconoscere e a cercare nel Signore la luce, la forza, la disponibilità per essere e vivere così!

Può essere di grande aiuto la partecipazione e la cura dei momenti di fede e di preghiera nella vita cristiana, personale e comunitaria: sono momenti nei quali c’è di mezzo l’incontro con il Signore! Quanto è preziosa e fruttuosa l’attenzione a questi momenti per viverli ed offrirli agli altri in modo tale che siano sempre più occasione di incontro e affidamento vero al Signore, senza del quale, vale la pena ripeterlo, non possiamo fare nulla.

Lo sforzo, l’impegno a vivere in prima persona l’incontro con il Signore, la disponibilità a proporre agli altri, con grande cura, delicatezza e umile attenzione, questi momenti, sicuramente aiuta a far crescere poi lo stile nel resto della giornata e della settimana.

Può dare buoni risultati anche solo un pizzico di attenzione a quanto sia bello, oltre che necessario, trasmettere agli altri, con la propria vita e se è il caso con la parola, la forza della fede nel Signore e la bellezza del dono di sè che ne consegue.

Ci fa crescere nella vita quotidiana anche il prestare attenzione, offrire simpatia e aiuto a chi, per portare la parola di Dio e farsi annunciatore e missionario del Vangelo, qui in mezzo a noi o in altre terre, ha scelto di mettersi tutto nelle mani di Dio .

Si arricchisce la fede e l’umanità, nostra e altrui, anche quando condividiamo l’impegno di vivere secondo la carità del Signore, noi per primi, e di stimolare anche gli altri a farlo. Le opere di aiuto e di carità, che ne scaturiscono, rendono più credibile la fede in Dio; soprattutto poi diventa sempre più bello il vivere quotidiano tra di noi e attorno a noi.

Quanto c’è bisogno, quanto è impegnativo, quanto è bello, quanto è gratificante, quanti frutti ne vengono se ci sforziamo di stare in mezzo agli altri con e come il Signore.

Quanto in tutto questo è necessaria e benedetta l’attenzione alla famiglia, alla famiglia tutta intera, a tutte le famiglie, innanzitutto a partire dalla mia!

Fin dove si riesce e senza mai arrendersi, ciascuno faccia tutto il possibile, per sè e per gli altri, affinchè nascano e crescano famiglie secondo il disegno di Dio.

Fin dove si riesce e senza mai arrendersi ciascuno faccia tutto il possibile, per sè e per gli altri, perché ogni famiglia, in qualunque situazione si trovi, possa sempre fare passi, anche piccoli, che la avvicinino al progetto di Dio: c’è solo da guadagnare per tutti, per i piccoli e i grandi, per i giovani e gli anziani, per la Chiesa e la società civile!

Il rapporto con il Signore, l’annuncio della fede, la vita di carità e la particolare attenzione alla famiglia per tutto questo ci siano di stimolo e di guida nel  riprendere ogni cammino!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luglio - Agosto 2018                                                      Parola del Parroco

Oggi è la mia festa: voi, la Parrocchia tutta di San Pietro mi vuole fare festa (non come il maiale!) mi volete manifestare il vostro affetto e la vostra gratitudine

Non sono proprio abituato a essere festeggiato. Mi sento cento volte meglio nel festeggiare gli altri. Faccio fatica ad sentirmi al centro dell’attenzione! Magari scapperò a nascondermi. Lo fa anche Gesù nel vangelo di oggi!

E’ perché sono diventato prete 45 anni fa. Come sono vecchio! Quarantacinque anni passati in un attimo! Mi sembra che non più di tre giorni fa (45 anni fà!) son diventato prete e sono andato all’Oratorio di Corbetta; mi sembra l’altro ieri (26 anni fà!) che sono andato parroco a Zibido San Giacomo; mi sembra solo ieri (19 anni fa!) che sono arrivato qui nella bella, accogliente, buona e generosa Parrocchia di San Pietro e mi sono subito sentito a casa.

45 anni passati senza accorgermi! No, mi accorgo che perdo sempre più i colpi, questo sì!

Tanti anni fà, quando incontravo dei preti che ne avevano 25 di anni di messa mi dicevo: come sono vecchi! Io sono a 45, quasi il doppio! Se loro erano vecchi … immaginarsi io!

Quando passo a benedire le famiglie per Natale (con la mia velocità che è un quarto  di quella di don Leandro) i bambini mi chiamano o mi vedono come un nonno, … proprio io che invece mi credo di essere come 45 anni fa.

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Se dopo 45 anni tiro un po’ le somme del cammino di prete, non so se poi sono arrivati i risultati sognati o sperati a partire da alcune convinzioni messe nel cuore da sempre, scelte come criterio di vita e tenute ben salde dalla mia cocciutaggine lungo tutto il cammino.

Il Signore al primo posto, sempre, costi quel che costi, e di qui i tempi precisi per dedicarsi a lui e le scelte che lo devono confermare. E di qui tutto il resto, adagio adagio.

Come prete e come parroco, ma anche solo come persona, sii sempre servo, discreto, nascosto, ma sveglio e pronto a “rubare il lavoro”, a tappare ogni buco prima ancora che ti venga richiesto un aiuto.

E per grande che sia quello che hai fatto, alla fine riconosci sempre che “siamo servi inutili, abbiamo fatto niente di più di quello che dovevamo fare”.

E dona “una buona misura, pigiata, scossa e traboccante, perchè con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”. E non dare nell’occhio e confondersi e scomparire. In tutto quello che fai, non sappia la tua sinistra quello che fa la tua destra.

In tutto quello che fai e attraverso tutto quello che fai, che le persone si avvicinino al Signore, non a te, anche se poi capita che si dimentichino di te.

Non fare mai qualcosa solo in vista di qualcos’altro: ogni momento ha un valore assoluto, perché non torna più e lì si nasconde Dio, (papa) ogni giorno vale un’eternità. Che se il Signore ti dovesse chiamare proprio adesso non dovresti far altro che compiere meglio che puoi quello che stai facendo in questo momento, niente di più! E allora devi metterci dentro l’anima in tutto, sempre! Devi lavorare, senza riposo! C’è poi tutta l’eternità per riposare! Non sembra vero, ma poi, in tutto quello che fai, che ti toglie il tempo per riposare, … ti riposi per davvero!

Non facendo così, non tenendo ben ferme quelle convinzioni, pur rimanendo uomo, cristiano e prete, sicuramente i risultati sarebbero stati molto diversi. I risultati sarebbero stati più “normali”, sarebbero stati anche più consistenti.

E poi ritrovi, consumata e sgualcita, l’immaginetta della prima messa e leggi quello che lì tu ci avevi fatto stampare e ci sta scritto: “Ogni istante della nostra vita sia un grazie semplice e gioioso al Signore!”

Ma guarda: il cammino finora è stato proprio così!

Mi sono preoccupato sempre più solo quando, dopo una decina di anni che ero qui a San Pietro, ho incominciato a sentirmi chiamare per nome, in strada, anche da persone che non conoscevo per niente o avevo incontrato solo di sfuggita. Ahi! mi sono detto: qui qualcosa non va! Ho perso di vista, senza accorgermi, qualcosa di importante! E ho pensato alle parole di Gesù: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti”.

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Se dovessi ripartire daccapo, ho paura che non saprei resistere. Ci ricascherei come un salame a rivivere ancora come prima, guidato da quelle convinzioni.

E’ colpa delle persone che mi hanno dato la vita, di tutte quelle persone che hanno allargato i confini della mia famiglia. E’ colpa delle persone che mi hanno aiutato a crescere, che il Signore mi ha fatto incontrare qua e là sui sentieri della vita.

Sono loro che mi hanno regalato quei doni, quelle convinzioni. Loro li avevano e li hanno nel cuore, me li hanno regalati, li hanno scritti nel mio cuore, con l’aria che mi hanno fatto respirare, me li hanno richiamati e me li richiamano continuamente. Così quelle convinzioni, quelle scelte di vita sono diventate come una malattia … inguaribile!

Così il grazie più bello che sempre ho avuto dalle persone e che ancora ricevo è la loro vita, il loro faticoso, lento, ma inesorabile avvicinarsi al Signore; anche oggi, il grazie più bello siete voi, è la vostra vita,  il vostro faticoso, lento, ma inesorabile avvicinarvi al Signore!

E’ e sia lui e solo lui la nostra vita e la nostra gioia!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giugno 2018                                                        Parola del Parroco

La vita della Parrocchia è sempre ricca di appuntamenti, di avvenimenti, di iniziative di ogni genere.

I mesi che stiamo vivendo però lo sono in modo particolarmente intenso. Nella quaresima ci sono le avvisaglie di questo tempo intenso; le trovi già nei preparativi della Pasqua che poi ti tuffa nelle prime comunioni, nelle cresime, negli anniversari di matrimonio. Terminata una celebrazione ne trovi vicinissima un’altra! Non va dimenticata la terra buona del mese mariano con la devozione serale.

Intanto, mentre si concludono i cammini annuali di catechesi, è già in cantiere e ormai alle porte la breve ma intensissima avventura dell’Oratorio estivo, con tanto di esperienze di riposo formativo su per i monti o altrove, per chi sceglie di viverli.

E finalmente una pausa di riposo a fine estate per tirare il fiato, per valutare i passi compiuti, per pensare a progetti futuri. … ma senza sciupare il tempo, perché già altro nella vita della Parrocchia è alle porte: e subito si riparte con fiaccolate, corsi fidanzati e feste.

C’è da dire che la vita quotidiana non si ferma praticamente mai, con tanto di battesimi, matrimoni, partenze per il cielo (che non hanno e non aspettano scadenze prefissate). Non è uno scherzo poi, quanto a impegno richiesto, anche solo il vivere bene il tempo della domenica come giorno del Signore.

A dire il vero è un po’ sempre così lungo tutto il corso dell’anno: la vita non si ferma mai! Anche la vita della Parrocchia non si ferma mai.

Tuttavia, l’intensità degli appuntamenti e delle iniziative di questi mesi, che stiamo trascorrendo, è davvero particolarmente impegnativa. L’affannarsi per quanto si deve fare, perché ormai l’appuntamento è vicino e manca poco, ci fa correre il rischio di lasciarsi sfuggire quanto si sta vivendo nel presente, di non gustare quanto c’è e può dare frutto e insegnamento per la vita.

Penso alla bellezza dei cammini che hanno condotto i piccoli delle classi elementari ad incontrare il Signore nelle tappe che ciascuno è stato chiamato a vivere. C’è per alcuni ricordo del battesimo ricevuto da piccoli, magari rivissuto condividendo il battesimo di qualche amichetto che riceve questo dono ormai grandicello. C’è il primo incontro con Gesù nel sacramento dell prima comunione, possibile inizio di una amicizia consapevole e meravigliosa con lui che fin da tempo, anzi da sempre attendeva questo momento. C’è la cresima con la grande e difficile responsabilità che, per opera della Spirito Santo, viene affidata ai piccoli: essere testimoni con la vita che Gesù è la nostra salvezza. E quanto lavoro è necessario per preparare questi momenti e quanta fatica, disponibilità, prontezza e pazienza sono richiesti soprattutto per viverli quando arrivano.

C’è la bellezza e la gioia, sentita davvero in modo intenso, di chi celebra un particolare anniversario della propria vita coniugale. Tutto il lavoro che è richiesto deve servire appunto a favorire questa esperienza di gioia, di gratitudine e di rinnovato e generoso impegno nella vita di famiglia. C’è la terra buona della devozione mariana del mese di maggio. Senza troppo rumore essa può diventare un intenso tempo di ascolto della parola del Signore, di cura della fede nelle mani di Maria, di semplice e nutriente preghiera e anche, perché no, di condivisione di belle e riposanti chiacchierate serali andando e tornando dal luogo dell’incontro.

Quanto dobbiamo ringraziare il Signore per le infinite occasioni che ci offre per dimostrarci il suo amore. Quanto dobbiamo ringraziare il Signore per la sovrabbondanza dei doni con cui ci nutre e ci ravviva.

Ma ancor più quanto dobbiamo chiedere al Signore, io prete per primo, di aiutarci a non lasciar passare invano ogni istante della vita quotidiana. La preoccupazione e la necessità di preparare qualunque momento bello e grande che sta per giungere e la gioia di poterci arrivare pronti, con tutto quanto servirà,  non ci faccia perdere di vista quanto passa in questo momento, in ogni momento di ogni giornata.

Un volto, una parola, un gesto, un pensiero, una situazione, un incontro e mille altri stratagemmi pensa e offre il Signore per aiutarci a vivere al meglio l’attimo che è tra le nostre mani. In quel momento il Signore ci dona tutto quanto serve per fare tesoro di quanto fatto e passato e per preparare quanto verrà: “Se il Signore non costruisce la città, invano vi faticano i costruttori”; “Per il Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno”.

E il Signore non attende quel momento che verrà per dirmi quanto gli sta a cuore, per donarmi quanto mi fa vivere, per chiamarmi alla comunione con lui e imparare ad amare, a donare e a ricevere gioia. Qui e adesso il Signore mi chiama e mi aspetta! Che non mi capiti, per l’attesa e l’impegno della preparazione di un appuntamento che verrà, di lasciarmi sfuggire adesso questa chiamata e questa attesa del Signore!

Dentro qui penso stia il segreto della gioia e della gratitudine che si può sperimentare nei grandi appuntamenti accennati prima e che può far trasalire il cuore. Dentro questo stile, penso, stia soprattutto la capacità di essere pronti al momento e nel modo giusto, quando serve, ma senza mai sciupare nulla dei doni che in ogni istante il Signore mi offre.

Quanta strada mi resta da fare per avvicinarmi a questo modo di vivere!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maggio 2018                                                            Parola del Parroco

Gira e rigira, mi vien ancora di tornare su pensieri e parole già archiviate e continuamente ripescate perché sempre nuove, sempre attuali, sempre più vere:  quella meravigliosa umanità ‘costruita’ sulla fede; quella meravigliosa fede che fa fiorire e ‘colora’ l’umanità.

Il primato assoluto di Dio, ma proprio tale e l’affidamento veramente totale a lui. Non la presunzione di conoscerlo, di possederlo, di poter fare qualcosa per lui. Quanti rimproveri di Gesù a chi si comportava, Pietro compreso, che cede proprio solo alla fine in quel ‘uscito fuori pianse amaramente’,o, peggio, era così, come scribi e farisei.

Al centro della vita, di conseguenza, non il proprio tornaconto, fosse anche il più giustificato, ma il consumarsi per il bene dell’altro, a costo di perderci, di perdere, anche tutto. Donarsi tutto, ma per il bene vero dell’altro: e non è cosa semplice saper riconoscere e raggiungere e difendere il bene vero.

E occorre la passione, indispensabile in tutto questo e per tutto questo, almeno un po’, perché ne venga qualcosa di buono; e questa passione non la si inventa così, da un momento all’altro: deve essere stata seminata nel cuore a suo tempo; occorreva averne cura perché crescesse, occorre averne sempre cura perché non appassisca.

Là dove si è persa quella umanità o quella fede o entrambe, non né è venuto fuori che un gran disastro non subito evidente, anzi! Ma, a suo tempo, si rivela tale da sembrare irrimediabile.

Per rimediare sempre più spesso si apprestano norme e leggi adatte al caso, che passano per giusto e bene e diritto ciò chetale  non è: così la situazione peggiora.

Là dove c’è il riconoscimento che qualcosa di grande è sfuggito, allora si può tappare qualche buca, si può mettere qualche pezza, si può provare a salvare il salvabile.

E’ un continuo scoprire che vale davvero la pena mettere nel proprio cuore, coltivare e far crescere, controllare sempre che ci siano quei fondamenti della vita, quella meravigliosa umanità e quella fede, che costruisce la casa della vita sulla roccia che è il Signore. E’ un continuo constatare che, ultimamente è anche questione di furbizia, di sana furbizia umana scegliere e tenere ben saldi questi fondamenti piuttosto che altri, magari più promettenti e alla moda.

La scoperta e la constatazione avviene per me soprattutto, anche questo continuo a ripetere, accostandomi alla vita che si è conclusa di chi desidera e chiede di essere comunque accolto nella casa del Padre.

………..

Quella donna, magari carica di anni, che conoscevo solo per sentito dire o superficialmente, quanta sapienza di fede ha coltivato e conservato nel cammino della vita, quanta saggezza ne è derivata! E quante volte tutto questo è stato ricevuto e accolto con convinzione come dono offerto da chi le aveva donato la vita e con essa i segreti della vita, trasmessi da una generazione all’altra.

Nella sua semplicità, che parole belle, profonde e ferme, radicate nel cuore e confermate dal comportamento, trasmesse ai figli per manifestare i fondamenti e i principi della vita, magari in dialetto per intendersi con più facilità ed efficacia. Sono parole e insegnamenti diventati la spina dorsale di una vita, i pilastri di una casa benedetta dal Signore, la stella polare del cammino.

Dalle parole dei famigliari, dei parenti, dei conoscenti, dei vicini di casa, dalle frasi spesso lasciate sfuggire sottovoce per la commozione o tra le lacrime, soprattutto dalle parole del figlio ti può giungere questo dono, questo richiamo, questa occasione per uno sguardo sulla tua vita, sul tuo modo di condurla, sulla metà ultima che dà senso e gusto ad ogni attimo che passa.

Chi potrà separarci dall’amore di Cristo?

La nostra mamma ci ha trasmesso e insegnato questo amore senza fine, che è per sempre, unico e impagabile.

Ecco perché poi la parola di Dio è l’unica che conta veramente nella gioia e nel dolore della vita. E allora ci insegna a ringraziare Dio per la vita, quella ritmata da un tempo più o meno lungo, ma soprattutto per il dono della vita vera, quella senza fine.

Ecco perché la mamma ha pregato tanto e ci ha dato l’esempio che il colloquio con Dio è uno dei valori più certi del nostro vivere quotidiano. Una grande fede! Guai a perdere messa! Lasciami stare perché devo ancora dire il rosario!

Il mio modo di pregare, a confronto con il suo, vale come il due di picche a briscola!

Stanne certo: lontano da Dio, lontano da tutto!

Ecco perché l’insistenza del richiamo al figlio adolescente, affinché vada alla riunione all’Oratorio. Ecco perché, se vien meno il tuo tenere Dio al primo posto, per lei tu sei la disperazione di una povera donna: la disperazione per queste cose grandi e non per quelle di poco conto.

Le mamme sono sempre al servizio della vita: la mamma è la casa, la sua presenza illumina la nostra vita, scalda il nostro cuore con il suo amore, anche quando insistono, ci richiamano, ci sgridano: sì, perché poi anima tua, borsa tua! Sono affari tuoi, devi scegliere tu per la tua vita, non lo può fare nessun altro al tuo posto: la mamma lo sa e sa quanto è indispensabile scegliere giusto. Ne va della vita, quella senza fine!

Questa fede in Dio fa fiorire l’umanità! La mamma si alzava presto per preparare per tutti tutto il necessario, allenata fina piccola ad ‘andare a bottega’ in bici anche con il freddo e il gelo per imparare un mestiere. E quanti secchi di malta ha tirato su al tuo papà per sistemare il tetto e la facciata della casa! Forse a noi non basterebbero tre vite per fare quello che hanno fatto i nostri genitori!

Ringrazio mia mamma per avermi insegnato ad essere un buon cristiano e in questo c’è tutto uno stile di vita che ci ha trasmesso!

Certo che se dovessi camminare in una valle oscura, le tenebre più fitte non scoraggiano chi ha fede nel Signore. Non temo alcun male, perché Tu sei con me. E allora si aprono nuovi scenari di speranza con Lui che ha voluto unire la sua vita alla nostra. Chi può separarci da questo amore? Di questa fede, di questo amore si è nutrita la mamma.

Credo, Signore, che nella tua casa ci sono molti posti e tu ne hai preparato anche per mia mamma e mio papà. Nessuna parola umana di consolazione può supplire a questa certezza di fede, che si alza forte nel cuore e dà tanta speranza! Dunque, Signore, che cosa renderò per quanto mi hai dato? A Dio che chiama alla vita e accoglie dopo la morte ho la grazia di offrire il sacrificio eucaristico, che è fonte di salvezza per tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Aprile 2018                                                                Parola del Parroco

In vista del Sinodo Diocesano Minore “Chiesa dalle genti” ho fatto e ripropongo queste riflessioni. Per quel che so e che vedo io, in questi ultimi anni non si è pensato e fatto nulla di specifico per verificare quanto la nostra Parrocchia fosse, nella Chiesa Diocesana ed Universale, una “Chiesa dalle genti”, né per renderla tale: niente di specifico, perché, di fatto, per niente toccati e sollecitati direttamente da eventi e arrivi particolarmente eccezionali, come in altri luoghi e in altri tempi.

Toccati marginalmente ed in misura ridotta dentro il ritmo quotidiano, la risposta è stata “spontanea” come per altre situazioni. Questa risposta “spontanea”, individuale e di gruppo, a seconda delle situazioni, ha contribuito a modellare un’immagine della comunità intera.

Le reazioni forti ed anche totalmente contrapposte a livello ideologico a riguardo della immigrazione e della accoglienza, anche manifestate con parole forti (come avvenuto in altri luoghi e riportato con sovrabbondanza dai mezzi di comunicazione) qui da noi hanno creato sì un clima di difesa, di chiusura, di reazione ma quasi esclusivamente come toni verbali, non come comportamenti corrispondenti. Non sono stati toccati, se non in misura molto ridotta, i comportamenti delle persone, da sempre alimentati da valori di accoglienza, radicati nel profondo, comunque segnati dalla fede cristiana o anche solo da una pratica religiosa costante: l’attenzione, il saluto, l’interessamento, il dono  dentro una relazione spesso solo occasionale, a volte più intensa e continuativa, solo qualche volta con un investimento totale della relazione tra le persone.

E’ forse per questo modo di fare che nel nostro territorio e, per quanto ci riguarda, nella nostra Parrocchia diverse persone si sono date da fare molto tempo prima che l’accoglienza dei migranti diventasse un problema e fosse indicata come una necessità nella nostra Diocesi (ora poi portata in primo piano in modo ufficiale con l’indizione del Sinodo, sollecitati, penso, dalle parole e dall’agire di Papa Francesco). Questo darsi da fare è nato soprattutto, mi pare, per gli stimoli offerti al tempo del Convegno “Farsi prossimo”, di tanti anni fa, e dalle sollecitazioni dell’allora Cardinal Martini. Ancor prima Papa Paolo VI, promotore della istituzione delle Caritas, aveva rivolto inviti in tal senso: stimoli, sollecitazioni e inviti accolti allora da sacerdoti e fedeli della Parrocchia e della nostra città particolarmente sensibili e disponibili.

Lentamente, solidamente ed efficacemente si è maturata un’attenzione, che adagio adagio si è strutturata, a situazioni di particolare bisogno, entro le quali, con il passare degli anni, le persone che lavoravano si sono ritrovate a trattare anche con chi proveniva da ogni dove.

La Caritas si è strutturata per l’attenzione a diverse situazioni di richiesta di aiuto ed oggi è attiva particolarmente nel Centro di Ascolto, dentro l’Associazione Don Carlo Gnocchi (che, con tipi diversi di aiuto, ha a che fare con persone di ogni dove, ma senza la specifica preoccupazione di aiutare, tra i bisognosi, alcuni piuttosto che altri a seconda della provenienza).

Dentro questa sollecitazione della Chiesa, per la passione di sacerdoti e laici, si sono manifestate e strutturate attenzioni specifiche in relazione all’apertura al mondo intero, passando dal collegamento con luoghi di Missione (Associazione ‘Aggiungi un posto a tavola’; Associazione ‘Porto Alegre’ per il commercio equo e solidale), e con una ricaduta non da poco anche sul clima di attenzione e di aiuto qui in città.

In altre situazioni, ancora per sensibilità, passione e disponibilità di sacerdoti e fedeli,  si è strutturata un’attenzione specifica a chi, venendo da altrove, abbisognava di aiuto per poter vivere, per poter vivere dignitosamente, per potersela cavare nel vivere tra noi (Associazione ‘Paroikia’ : S.I.S. . Scuola di italiano, C.P.F. doposcuola, Casa Agorà).

Non mi pare ci sia mai stata o non abbia mai prevalso l’assolutizzazione di un servizio a favore di un determinato gruppo di persone escludendone altri che necessitavano degli stessi servizi, ma con “provenienze” diverse.

Certo non è assolutamente tutto quello che si sarebbe potuto fare (… mensa dei poveri, alloggi e servizi per l’igiene per le emergenze, disponibilità continua di attrezzature per le abitazioni … e chissà quanto altro ..) ma, lavorando come hanno fatto, si è creato un clima in cui (al di là delle grida mediatiche televisive e non) chi ha bisogno veramente sa di poter ottenere o di essere guidato ad ottenere qualcosa che li aiuta a vivere, a vivere dignitosamente, a cavarsela nella vita tra noi.

A me pare bello, anche se per niente ‘rumoroso’, quanto avvenuto e che continua nel presente, nel clima che attorno si è formato, anche se non sono sicuramente risolti i problemi di tutto il mondo e neppure quelli della città e della Parrocchia.

Penso anche solo a quanto avviene all’Oratorio, che, come la Parrocchia, non è coinvolto in prima persona in aiuti e progetti specifici. Pur tuttavia, senza speciali ‘progetti’, chi desidera ed ha bisogno di un aiuto, “a qualunque popolo appartenga”, trova un porta aperta (vedi l’Oratorio estivo, piuttosto che le attività formative, sportive e ricreative dell’Oratorio stesso).

Vedo anche i vari legami con chi chiede l’elemosina alle porte della chiesa o lungo le strade.

Vedo nei condominii sia le difficoltà di rapporto, come l’accettazione o l’accoglienza, a volte anche ‘calorosa’, come vicini di casa, di gente che viene da luoghi lontani, da culture e religioni profondamente diverse. La diversità delle situazioni che si creano è determinata quasi sempre dal comportamento, dagli atteggiamenti e, più in profondo, dal carattere e dal livello della ricchezza umana sia di chi arriva come di chi già vi abita (e le sorprese … in bene … non sono poche!).

Tra l’altro, un po’ dappertutto, soprattutto in alcune zone, le presenze diversificate sono enormemente di più di quello che uno può pensare; … e tutto questo è avvenuto senza far rumore; … e dove le cose vanno bene o discretamente bene, è un guadagno per tutti, sotto ogni aspetto.

Sono davvero tantissime le presenze di famiglie e persone provenienti da ogni dove e non c’è stata nessuna campagna né per “aprire le porte”, nè tanto meno per “cacciarli”; è avvenuto come capita per ogni nuovo arrivo tra coinquilini che già da poco o tanto tempo lì abitano.

Tra l’altro ho notato (… non so se è solo un’impressione) che, da qualche mese a questa parte, in Chiesa si vedono molti più volti con … “colori” diversi ( … e non tanto dei capelli!), rispetto solo a qualche mese fà; passando vicino alle persone, sempre in Chiesa, si sente più volte di qualche tempo fa una pronuncia “faticosa” della lingua italiana.

Mi pare che queste persone “stiano bene” nella casa del Signore.

Forse è solo un’impressione, perché non ho avuto occasione di rendermene conto bene. Non so per quale motivo sia avvenuta questa “crescita”, però mi è sembrata una bella cosa.

Da ultimo dico che, secondo me, sarebbe bello e fruttuoso che crescano due cose.

Innanzitutto e più di tutto è necessaria la crescita di una vita di carità a partire dalla fede, che diventi un’attenzione sempre più grande e concreta a quanto avviene accanto a te, nella normalità della tua vita quotidiana, dovunque tu sia, (famiglia, casa, lavoro, scuola, tempo libero, luoghi di incontro…).

E’ necessario crescere nella disponibilità sempre più grande ad aiutare, a farsi “pane spezzato” per la vita del mondo (… quello vicino, senza escludere quello lontano). Sotto questo aspetto: “a ciascuno il suo” (età, condizioni sociali, condizioni finanziarie …).

Dentro qui poi può crescere, nel modo giusto, la conoscenza, l’attenzione, la disponibilità e la collaborazione, ma molto nella “normalità”, con quanto già c’è di servizi, a livello ecclesiale e a livello civile ( … e non è poco!): cibo, vestito, casa, lavoro, lingua, documenti, consigli e orientamenti …

Penso che dentro questo duplice impegno e ‘lavoro’, dentro questo stile, ogni nuova “nascita” di iniziative non possa che “promettere bene”!