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DUE PAROLE PER CONDIVIDERE UNA ESPERIENZA
“Vale un Perù”. E’ questo un antico detto, che vuole dare a intendere che è un
“paese prezioso” a ragione del tanto oro e argento che i conquistatori si sono
portati a casa in quei lontani tempi.
Il
Perù è un paese tanto affascinante quanto pieno di contraddizioni. Non possiamo
ridurre il Perù all’immagine turistica che possiamo avere perché è un paese
segnato dai contrasti sociali, dove chi è ricco lo è sempre di più, e chi è
povero continua ad esserlo. Inoltre questi contrasti sociali si accentuano
secondo la zona geografica in cui si vive: non è lo stesso vivere in Lima o
nelle città della costa, o vivere nella sierra andina o nella selva amazzonica.
Chi
ci governa in Perù cerca di mascherare le cifre che manifestano la povertà reale
del paese. Le percentuali statistiche riescono a nascondere le vaste zone di
estrema povertà che ancora esistono nel Paese e cercano di dare l’illusione che
i poveri sono una realtà in diminuzione. Però i poveri ci sono… eccome!
Io
posso solo condividere alcuni pensieri come sacerdote che ha vissuto 16 anni
alla periferia di una cittadina della costa peruviana nella provincia di Huaura
(Huacho, Hualmay), sulla costa a circa 150 km a nord di Lima.
Quante cose mi vengono alla mente volgendo lo sguardo a questi 16 anni!
Mi
soffermo solo su due considerazioni: i Poveri e la Chiesa.
L’incontro con i Poveri è costante e quotidiano però la relazione con loro è
andata cambiando poco a poco. Sono arrivato con il desiderio di condividere
tutto con loro… ma mi sono trovato ricco di ciò che molti di loro non hanno mai
avuto: una famiglia stabile, la sicurezza e l’affetto, la spensieratezza degli
anni infantili, l’istruzione, l’oratorio, ecc. Una ricchezza incancellabile. E
ho dovuto dirmi: “Sono ricco! Non sarò mai come loro”. Poi, da un inizio in cui
volevo fare qualcosa “per loro”, sono arrivato a capire che solo facendo “con
loro” si può camminare insieme. Ed è qui che ho sperimentato quanto sono ricchi
i poveri, quanto sono maestri di vita. Ed è qui che ho scoperto la dignità
incomparabile della donna e la eroicità dell’essere famiglia. Potrei raccontare
tanti piccoli fatti, ma mi accontento di dire che, se ho imparato a resistere
nelle situazioni difficili, se cerco di ringraziare piuttosto che lamentarmi, se
trovo una speranza anche quando tutto è buio, se mi affido alla Provvidenza di
Dio sperimentando poi quanto è certa questa fiducia… di tutto questo e di molto
di più io sono debitore ai poveri.
La
presenza di Chiesa che ho sperimentato è stata “magnifica e dolorosa”.
Per
12 anni sono cresciuto imparando sempre di più a lavorare insieme ai sacerdoti,
alle religiose e ai laici. Se guardo il lento e faticoso cammino fatto e la
maturità cresciuta in me durante questa esperienza, devo ringraziare
infinitamente il Signore e tanti volti di persone, fratelli e sorelle nella
fede. E non posso ignorare l’esperienza di parroco in Hualmay: da un inizio
faticoso a una esperienza di condivisione nel lavoro pastorale, nella preghiera,
nella fraternità che mi hanno cambiato la visione e il cuore. Siamo cresciuti
come parrocchia, comunità formata da un insieme di comunità, famiglia di
famiglie… Ne è valsa ogni goccia di sudore e di lacrime, anche se sono cammini
fragili ed esperienze nuove che non hanno ancora profonde radici, ma sono
esperienze che a me hanno cambiato la vita.
No
posso nascondere poi che ho fatto anche l’esperienza di 4 anni difficili in cui
l’esperienza di Chiesa si è trasformata in sottomissione, silenzio e silenzio…
una Chiesa che ha mostrato un volto prepotente e ambizioso, più vicina ai
potenti che alle persone, più preoccupata della dottrina che della realtà della
gente. E’ la chiesa “di quelli di sopra”… ed è ciò che ho sperimentato io, senza
la pretesa di essere nel giusto.
Ad
ogni modo, grazie a Dio, il mio posto continua ad essere in Perù. Arrivato ai 52
anni il cammino mi porta a Pucallpa, nella zona amazzonica. Una nuova
esperienza, una nuova ricchezza. Ve la racconterò tra qualche anno. Per ora, a
chi con pazienza è arrivato fin qui a leggere queste righe, chiedo la carità di
una costante preghiera per me e la mia gente.
Don
Luciano Garlappi
VENTICINQUESIMO DI ORDINAZIONE SACERDOTALE
DI DON LUCIANO GARLAPPI
Hualmay, 7 giugno 2006
Celebrare i 25 anni di sacerdozio non vuol
essere semplicemente ricordare una data o un fatto, bensì "fare memoria" di un
dono per riaccoglierlo e rinnovarlo con l'impegno e la gioia dell'inizio.
In questi mesi, pensando in questi 25 anni, non
trovavo una "chiave di lettura", perdendomi così nei particolari di numerose
esperienze significative. Poi, improvvisamente, il Signore mi ha fatto uno dei
suoi tanti piccoli regali permettendomi incontrare questa "chiave" attraverso
don Ezio Borsani che, ieri sera, dando testimonianza del suo cammino
sacerdotale, dirigendosi a me, mi invitava a celebrare questi 25 anni facendo
riferimento a due "parole" bibliche.
La prima, richiama la esperienza del antico
testamento: "ricordare". Di fronte alla sua storia, i profeti hanno sempre
invitato il popolo di Israele a "ricordare" la misericordia del Signore e la sua
maniera di attuare.
La seconda, fa riferimento alle parole di Gesú
risorto quando consegna alle donne l'incarico di dire ai discepoli che li aspetta
in Galilea. Galilea é il luogo della chiamata iniziale, della vocazione. É
l'invito di Gesú rivolto ai suoi discepoli a ritornare alle origini dopo la
lacerante esperienza della passione in cui lo hanno tra dito e abbandonato.
"Ricordare ritornando in Galilea...". Ecco la
mia chiave di lettura di questi 25 anni. Ricordare. La memoria si perde nel
tempo con immensa gratitudine.
Dopo la esperienza della malattia e della morte
di mia mamma - una esperienza che mi ha fatto toccare con mano l'amore paterno
di Dio - risuonava nel cuore questa domanda: Basterà tutta la mia vita per dirti
"grazie", Signore? E da allora sempre mi accompagna con un'altra domanda, un po'
piú inquietante: Cosa te ne fai di uno come me, Signore?
Posso dire con sincerità che ho sempre visto con
stupore ciò che Gesú ha fatto di me e con me. Ricordo che prima della
vestizione, nel settembre del 1978, in un momento di preghiera nella cappellina
dell'oratorio di Novate mi meravigliava di fronte al scelta del Signore nei miei
confronti, quando molti amici dell'oratorio erano migliori di me. Il commento di
don Pino é stato una battuta che mi ha positivamente illuminato e orientato: "Se
Sansone, con una mascella d'asino ha ucciso un mucchio di filistei, cosa farà il
Signore con un asino intero?". Parole che poi, da prete, sono state alimentate
da una preghiera-riflessione del cardinale Echegaray: "Io vado avanti come un
asino...", testo che non mi stanco di usare per fare riferimento alla mia
esperienza sacerdotale, soprattutto quando dice: "Io non so granché, ma so di
portare Cristo sul mio dorso e la cosa mi rende molto orgoglioso. Io lo porto,
ma é lui che mi guida".
E questo asino é contento di essere prete
nonostante le sue debolezze, le sue cadute, i suoi larghi momenti oscuri e
aridi.
Guardando al passato ricordo tanti volti e tante
esperienze che mi risulta difficile sintetizzare. Forse sono interpretabili alla
luce delle tre parole che il Signore mi ha messo nella mente e nel cuore alla
vigilia dell'ordinazione sacerdotale: essere amico, fratello, padre.
125 anni vissuti a Novate, gli 11 di
Abbiategrasso e y 14 di Huacho sono stati un cammino di amicizia e fraternità
per imparare a essere padre senza perdere la intensità dell'amicizia, la
fedeltà della fraternità e, soprattutto, la gioia diaria di sentirmi un figlio
di Dio molto amato, oserei dire "viziato".
Ricordando, sgorga dal profondo del cuore il
torrente impetuoso della gratitudine... Sì, la mia vita non basterà per dire
grazie!!!
Grazie alla mia famiglia, agli amici e alla
comunità di Novate, ai preti che mi hanno accompagnato e voluto bene, al
seminario.
Grazie alla gente di Abbiategrasso...
indimenticabili amici e fratelli.
Grazie alle comunità della Diocesi di Huacho,
alle persone che mi hanno fatto sempre sentire in casa e mai straniero, ai
"figli" ricevuti in dono dal cuore di Dio alla esperienza di Chiesa che si é
venuti insieme costruendo tra lacrime e gioie.
Ricordare ritornando in Galilea. Certamente non
é possibile ritornare alle origini scaricando il bagaglio di esperienze vissute,
belle o brutte che siano. Però si, è importante ritornare alle "ragioni" di una
scelta, alle esperienze che l'hanno determinata, alle persone con cui si é
discernito. E ricominciare con gioia, perché questo é il senso piú bello del
celebrare questo mio 25° sacerdotale.
Non ho ancora avuto il coraggio di "rivisitare"
attentamente questi 25 anni; solo l'ho fatto "all'ingrosso". Però mi rendo conto
che é necessario farlo per "ripartire dalla Galilea". E in questa ripartenza c'è
un dato di fatto centrale che ha segnato definitivamente la mia vita: mi sento
amato! Dio veramente é mio Papà! Gesú veramente mi accompagna, mi parla, mi
critica, mi corregge... e mi lascia perdere nelle mie testardaggini, sempre lì a
riaccogliermi e perdonarmi. E lo Spirito Santo? Quante cose belle mi ha fatto
dire e fare...
Ho molto da farmi perdonare, però anche nei
momenti piú difficili - nonostante alcune mie lamentele poco piacevoli verso il
Signore -, nelle cadute più vergognose, nelle delusioni deprimenti, nelle
relazioni laceranti, neppure per un attimo ho dubitato dell'amore del Padre per
me. A volte mi sono allontanato da Lui, però Lui non si é mai allontanato da me.
"Io cono con te tutti i giorni fino alla fine
della storia". Questa parola di Gesú per me é motivo di rinnovato impegno,
superando ogni stanchezza, riprendendo il cammino della conversione giorno per
giorno, spendendomi per i miei fratelli lì dove il Signore mi chiama e, piú in
là dei risultati, vivere nella preghiera incessante e camminare insieme a questa
Chiesa, gioendo della sua bellezza scoperta e amata tra le sue rughe.
Mi piace pensarmi con le parole del pellegrino
russo: "Per la grazia di Dio sono cristiano; per le mie azioni, un gran
peccatore". Pero questo chiedo - come figlio, fratello, amico e padre - la
carità di una preghiera perché possa "ripartire dalla Galilea" ricordando sempre
ciò che il Signore fa per me e con me.
DON LUCIANO
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